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Arte e Cultura Nuovi Appetiti \ rivista quadrimestrale
N 3


 

Editoriale
Il Corpo

Corpo e spazio è il tema di una conferenza
che Martin Heidegger tenne il 3 ottobre del 1964
in occasione della mostra di Bernhard Heiliger

di Edoardo Milesi


 

Gentile Bellini, Processione in piazza San Marco (Venezia 1429-1507)
L’abito non fa solo
il monaco, ma anche il signore, l’alto prelato,
il mercante.

 

 

Heidegger afferma: “Quando un artista modella una testa, sembra solo riprodurre la superficie visibile; in verità egli raffigura quel che è propriamente invisibile, ossia il modo in cui questa testa guarda nel mondo, soggiorna nell’aperto dello spazio, vi viene coinvolta da uomini e cose”. Dunque il corpo e la sua relazione con lo spazio.
In particolare l’uomo visto non nei limiti della superficie del suo presunto corpo bensì nello spazio illimitato del mondo nel quale può muoversi. E questo perché?
Perché: “Questo corpo ha un’anima, nella cui interiorità scorre qualcosa come un fiume di esperienze vissute”.
Tuttavia è impossibile pensare allo spazio senza la presenza dei corpi.

Il terzo numero della nostra rivista, dopo la public art e il paesaggio, incontra il corpo.
Anche in questo caso l’argomento viene trattato all’interno di uno “spazio architettonico”: l’aria attorno all’uomo.
Corpo animato e corpo inanimato inteso come “campo di forza”, partendo dalla considerazione dello spazio del pensiero greco, cioè a partire dal corpo come suo luogo e come contenitore di luoghi, per arrivare alle istanze funzionali dell’esprit de geometrie di Le Corbusier.
Aristotele definisce il corpo come “ciò che ha estensione in ogni direzione”, ma è Leibniz il primo che parla di spazio fisico come di ciò che oltre alle dimensioni ha resistenza, densità e capacità di agire e di subire l’azione di altri.
Ma è anche dell’uso del corpo che vogliamo parlare nei comportamenti e nei travestimenti. Gottfried Semper, architetto eclettico teorico dell’arte dell’800, ritiene ch l’attitudine primaria della civiltà umana sia il rivestirsi (bekleidung), il coprirsi, non solo di abiti e superfici, ma di luoghi culturali. A questo penso quando vedo sulle nostre strade tra automobili e autocarri il balletto zigzagante di impeccabili commercialisti, rudi muratori, serissimi avvocati che, singoli o a gruppi, travestiti da uomini ciclisti, esibiscono il corpo nudo contenuto solo da attillatissime tutine elastiche, rivelando la propria ansia di metamorfosi non dissimile da quella degli alti prelati, dei motociclisti della domenica, dei transessuali o dei cavalieri cowboy.
La cultura si cala nei corpi per impregnazione in modo inesorabile, esprimendosi attraverso il corpo, ma allo stesso tempo il corpo usa la cultura che conosce per difendersi, per rispondere alle sfide cui l’ambiente lo sottopone, in essa si avvolge, si traveste, protegge se stesso con oggetti, strumenti, colori, disegni, simboli, ma anche idee, concetti, teorie, religioni depositate nelle parole, nella scrittura, nelle arti, nei mezzi per comunicare.
Il nostro modo di considerare il corpo inoltre è fortemente influenzato dalla religione, o meglio dall’insegnamento religioso che è ben altra cosa. La nostra religione, quella cattolica, sulla quale pesa la tradizione ebraica del primo Testamento (che non riusciva a pensare all’anima senza il corpo) ammette l’immortalità del corpo mediante la resurrezione, ma troppo spesso insegna, al contrario, a considerare il corpo nient’altro che un contenitore, una zavorra che impedisce all’anima, unica parte pura dell’uomo, di elevarsi alle sue ambizioni celesti. Eredità neoplatonica che considerava la materia come altro rispetto all’essere.
È Cartesio che, abbandonando il concetto aristotelico di naturale strumentalità tra corpo e anima, afferma la loro alterità. Il corpo res estensa e l’anima res cogitas sono sostanze separate e indipendenti. Affermando la sostanzialità e la dignità del corpo tuttavia dà via libera alle considerazioni orfico-pitagoriche e platoniche che considereranno l’anima immortale, prigioniera del corpo e il corpo tomba dell’anima. Secondo questa tradizione la materia è negatività e il corpo è indegnità, il sesso è da evitare in quanto moltiplicatore dei corpi.
Il corpo nel linguaggio religioso è carne, la carne è spesso usata per indicare la sessualità (i piaceri della carne). Nel corpo, spregiativamente chiamato carne, elemento debole, corrotto, mortifero, è custodito lo spirito, l’anima, la parte immortale. Lo spirito è il soffio di Dio, la carne il cappio del diavolo. Il corpo non può essere che il servo dell’anima. Il corpo va umiliato, mortificato, dominato. L’ideale di ogni credente deve essere l’eliminazione del corpo, dei suoi
bisogni, delle sue propensioni. Il massimo della virtù corrisponde alla negazione del corpo e perciò di se stessi, come afferma Marcello Bernardi nel suo La maleducazione sessuale (Emme Edizioni 1977).

Eppure non è certo il corpo, come sostengono i positivisti, a causare i turbamenti dell’anima; è al contrario l’anima a imporre le proprie fantasie al corpo. Negli studi sull’isteria pubblicati da Freud è ampliamente dimostrato che addiritturaè la psiche il motore delle alterazioni fisiche del corpo.
L’uomo non è contenuto dal suo corpo. L’uomo è corpo e mente in un lavoro di contaminazione feconda, di perpetue metamorfosi senza separazioni topografiche tra vita corporale e vita psichica. L’essere umano in ogni sua azione modifica qualche cosa. Non sempre, anche riproducendo i segni della propria cultura, agisce in conformità ad essa. La consapevolezza della propria incompletezza agisce in modo volontario, ma anche inconscio, verso una lenta ma anche continua evoluzione. Così si istituiscono nuovi modelli di comportamenti costruiti dalla cultura sulle azioni quotidiane del mangiare, dormire, parlare, ma anche sui luoghi, sugli oggetti, sugli ambienti, sull’arte in generale.
 
   
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