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Arte e Cultura Nuovi Appetiti \ rivista quadrimestrale
N 1 - giugno 2009

Editoriale
di Edoardo Milesi

Public Art:
“Pratiche artistiche partecipate
tra opera e pubblico”
(Lorenza Perelli, 2006)


Quando, negli anni ’90, ho incontrato questo termine, la cui novità è associare
il luogo pubblico a un vero e proprio
modo di operare culturalmente, in forma partecipativa e collaborativa, portando l’arte fuori da gallerie, musei e spazi privati, non ho potuto fare a meno di collegare questo movimento con quello che per me – almeno nel mio immaginario liceale – è stato uno dei più incredibili atti sociali della storia dell’unità d’Italia: le 5 giornate di Milano.

Nel 1848 i milanesi, prigionieri in casa loro, inermi e sottomessi al potentissimo impero asburgico che dal Castello Sforzesco, cannoni spianati, li controlla a vista, senza alcuna verosimile possibilità di liberarsi dallo spietato Radetzky, in 5 giorni si disfano dell’odiato tiranno rovesciando nelle strade, nelle piazze, nel luoghi pubblici, tutti gli oggetti più privati e personali, con una spontanea e immediata iniziativa collettiva che ha coinvolto dal più povero al più ricco cittadino.
Le case si sono svuotate per costruire contro gli austriaci barricate fatte da tavoli da cucina, sedie da ciabattino e carrozze decorate in oro.
Tutto questo ha avuto un unico legante propedeutico, la narrazione di un’aspettativa attraverso l’arte, la musica, il melodramma, il teatro; un unico linguaggio per preparare una macchina che si è rivelata di efficienza inaudita, di gran lunga superiore all’esercito più potente e armato d’Europa.
Le barricate milanesi sono la prima grande opera di public art dove si è resa possibile la coprogettazione collettiva e sociale tra architettura, arte, landscape e interaction design, perché la forza del pubblico sul privato è soprattutto creativa.

Art App si vuole occupare dell’arte da questo punto di vista. Lavorerà con le arti per vincere la dittatura della cronaca. Forte del suo essere trimestrale con uno spirito più narrativo che progettuale, crede in ciò che l’arte, in tutte le sue espressioni, riesce a far accadere tra la gente a patto che non si cancelli il concetto di storia, ma al contrario lo si coltivi.
Caratteristica di Art App vuole essere soprattutto il rifiuto dell’agenda (ormai settimanale) che riempie molte riviste di architettura con toni sempre più da noir e da gossip, inseguendo in modo sempre più superficiale il bisogno di paura e di adulazione insito nell’uomo, che solo con l’arte si può superare.

E poi Art App crede nell’arte che ci permette di uscire dalla gabbia nella quale le regole della natura a volte ci costringono, nell’arte come mezzo di crescita, mai dogmatico, mai definitivo: “La stupidità – diceva Flaubert – consiste nel voler concludere”.
Crede nell’arte razionale e in quella che sta nel mondo del sogno, intendendo per sogno la sintesi delle sensazioni mediate dalla cultura e dalla sensibilità personale.
Crede nell’arte come mezzo di comunicazione tra le culture, arte in tutte le sue forme, arte come sistema garante della democrazia e dell’equità sociale.

Il corpo umano, così come la città e la società, non è un insieme di diversi “sistemi funzionali” la cui armonia garantisce la salute dell’organismo, bensì, come sostengono poco gli architetti e molto di più gli antropologi, frutto di un sistema basato soprattutto sui conflitti. La città vitale è fatta da un’infinita sovrapposizione di funzioni necessariamente in conflitto fra di loro perché la città è prima di tutto un insieme eterogeneo di persone che convivono.
Ludwig Hilberseimer – padre dell’urbanistica americana – era naturalmente consapevole della necessità di “unire le parti”, ma la metodologia adottata, facilmente condivisibile da un pragmatico, separa – disinfetta – riunisce, perdendo nell’operazione l’aspetto conflittuale che è il vero motore della nostra esistenza.
Se vuoi alienare un uomo devi sezionare le sue attività, separare il lavoro dal tempo libero: otterrai uno specialista alienato e ferito.
Se vuoi alienare una città devi zonizzarla per attività e destinazioni d’uso: zona commerciale, zona del tempo libero, zona produttiva.

Abbiamo visto che non è un problema di distanze, di mezzi di comunicazione, nemmeno di decoro urbano. La gente socializza sul posto di lavoro, dove ha dei conflitti, non dove non ne ha. Si associa, si coalizza, si conosce, si frequenta soprattutto quando ha dei problemi, per risolverli e andare avanti.
L’organismo umano è abituato a combattere, reagisce alle sollecitazioni sacrificando anche alcune parti se necessario, ma sceglie da solo all’interno della sua complessità e noi pressoché sconosciuta.
Direi che il più grande difetto delle nostra epoca è lo sviluppo della specializzazione che ci fa perdere di vista l’insieme. Vale per la medicina: grandi specialisti che risolvono egregiamente patologie specifiche senza sapere da dove nascono.
Questa idea di scomporre per poi riunire in modo armonico perché nessuna parte danneggi l’altra è così infantile! L’uomo non sa creare e allora smonta il giocattolo per poi rimontarlo, ma i pezzi che gli avanzano sono assolutamente vitali e il giocattolo è lì, magari più bello ai suoi occhi, ma non funziona più.

Art App vuole riunire nell’armonia ma anche nel conflitto, per impedire la segregazione delle arti e quindi dell’uomo; il suo compito è raccontare quello che è accaduto, che accade, che accadrà, con una visione complessiva, mai superficiale ma mai specialistica, con un linguaggio forte ma sintetico, lasciando parlare le immagini spesso senza commentarle.


Barricate a Milano
durante le “5 giornate”
in una stampa d’epoca

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