È morto l’ulivo più vecchio d’Europa


A causa dell'infezione da xilella, un patrimonio naturalistico ed economico inestimabile è andato perduto, un’intera fetta coltivata dell’arco ionico-leccese ha visto cancellata quasi completamente la sua pianta simbolo: l'Ulivo

Photo © Vincenzo Congelo

Nelle campagne di Felline, frazione del Comune di Alliste in Provincia di Lecce, nella Contrada “Bisse” si trova l’ulivo millenario, forse il più vecchio d’Europa ormai morto. Non è più un albero, quel gigante del tempo, generoso nella sua vita di frutti. Oggi infatti è un grande e alto tronco secco, che materializza il dispiacere di chi lo guarda e fa chiudere gli occhi, per evitare la paura, più forte del dolore, nel vederlo secco senza vita. Davanti a lui non si ha il coraggio di guardare, ti senti i piedi bloccati, rigidi e fermi, li senti senza forza e anche l’aria la senti smarrita.

Il verde argento delle foglie, ormai secche, non disegna più un cielo ricco di azzurra allegria.

Alla morte degli ulivi non ci credono solo i pochi uccelli che continuano ancora a fare il nido su quei rami secchi e senza vita. La morte dell’ulivo è particolare, diversa dalla morte dell’uomo.

La morte dell’ulivo infatti non conosce il funerale e quindi non ha la sepoltura. L’albero rimane sulla terra, il suo tronco secco senza vita è la morte che diventa materia che si può toccare e percepire con le mani. Oggi l’ulivo in Contrada “Bisse”, dove si impone per il suo tronco millenario alto più di dieci metri, ai suoi piedi ha solo i “succhioni” verdi a rendere la sua fine ancora più pesante da accettare. Quel monumento vegetale millenario è diventato una meta di pellegrini e la campagna con tanti ulivi morti ha l'aspetto di un cimitero. Nella campagna silenziosa la gente è muta, senza parole e il pensiero ha il sapore amaro delle olive verdi. In questo paesaggio di tristezza, di sconfitta e di abbandono tornano alla memoria i versi del poeta dell’ulivo Girolamo Comi:

“...dalle radici è luce la figura

del nascere e del crescere, ed è ombra

solare ogni sua pausa che cattura

la densità del fiore e della tomba.

E schiavo graziato tu permani

di moli e selve di respiri estremi