• Saverio Luzzi

Reality: specchio di una società in decadimento


Quale tipo di società emerge dalla visione dei reality show? In una fase di decadimento culturale generalizzato, è interessante cercare la risposta a questa domanda

Dal web

Volendo dare una definizione di reality show, potremmo dire che è uno spettacolo televisivo essenzialmente basato sulla proposizione allo spettatore di vicende reali, non sceneggiate. L’ossimoro è palese: “spettacolo” e “vicende reali” sono due termini antitetici, e d’altronde sarebbe da ingenui pensare che una o più telecamere installate in un determinato luogo non influiscano – fino a determinarli – sui comportamenti delle persone che lì si trovano.

Questo primo aspetto è già dirimente. Un reality show non è un documentario. Per certi versi ha voluto e ha potuto esserlo fin quando esso ha coinciso con le candid camera, le quali però, più che documentare, irridono. Le candid camera, a prescindere da ogni giudizio sulla loro qualità, sono delle forme di beffa nei confronti di soggetti posti in condizione di debolezza. Il contesto creato dagli sceneggiatori fa di loro delle bestie in cattività, e quest’ultima è la piena negazione della spontaneità. Più che di attività documentaria si deve dunque parlare di irrisione.

Che non sia necessario un copione da seguire per fare spettacolo è cosa nota e la Commedia dell’Arte da questo punto di vista è assai indicativa. Una qualche forma di canovaccio sicuramente esiste anche nei reality show odierni. Ciò che tiene in piedi la televisione contemporanea – quella pubblica come quella privata – è l’audience, ma non tanto e non semplicemente nella misura in cui avere più spettatori genera prestigio, bensì nella misura in cui ciò consente di attrarre reddito attraverso la pubblicità. Il lusso di perdere inserzionisti non può essere corso da nessuno, per cui l’attenzione dello spettatore va tenuta sempre desta; proprio per questo si lascia che accada non quel che può accadere, ma quel che si vuole che accada. Per fare ciò, gli accadimenti si indirizzano o addirittura si provocano.

Tale considerazione ci porta a comprendere che la definizione di reality show fornita all’inizio di queste riflessioni ha un valore meramente teorico. Nella realtà, il reality show è uno spettacolo in cui viene proposto un simulacro del reale, perciò l’ossimoro cui ci si riferiva nelle prime righe automaticamente scompare. Sulla falsificazione del vero incidono di certo elementi legati al profitto, tuttavia – anche qualora questi non esistessero – basterebbe la sola presenza del mezzo di ripresa per alterare la realtà. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la ricerca storica sa bene che il rapporto con un testimone di un determinato evento cambia a seconda di come ci si presenta a esso: pur narrandoci il medesimo evento e non mentendoci mai, i toni e il contenuto di quel che egli riferirà saranno diversi a seconda del fatto che il colloquio avvenga in modo informale, sia svolto con l’intervistatore che ha in mano un taccuino o addirittura preveda l’uso di un microfono o una telecamera.

Tra il reale e lo spettacolo vince sempre il secondo, ed è il caso di ricordarlo nel momento in cui ci si siede dinanzi al piccolo schermo. Ciò non vuol dire però che i reality show non possano consentirci alcune riflessioni. Per formularle si deve partire da una loro classificazione. Essi possono essere grossolanamente suddivisi in due grandi gruppi: reality show propriamente detti e talent show. Alla famiglia dei reality show propriamente detti appartengono programmi come l’olandese "Big Brother", un successo mondiale prodotto da Endemol e lanciato per la prima volta sulla televisione olandese, la cui versione italiana ha il titolo di "Grande Fratello". Sui quali torneremo in conclusione.

Alla famiglia dei talent show appartengono invece "X Factor", "Masterchef", "The Voice" e similari. In questa forma di spettacolo i comportamenti esistenziali di alcune persone sono solo uno degli elementi strutturali e si fondono con la competizione atta a mettere in risalto le capacità artistiche, pratiche o culturali di chi gareggia. I talent show paiono riprendere e modernizzare alcuni aspetti peculiari dei vecchi telequiz, i quali a loro volta sono intrinsecamente un’espressione del modello culturale statunitense. Il telequiz ha sempre proposto, in chiave radiofonica prima e televisiva poi, lo spirito dei pionieri: chiunque poteva andare verso la frontiera occidentale, solo con se stesso, senza nessuno che gli fosse realmente amico nemmeno tra coloro i quali intraprendevano lo stesso percorso. Nella seconda metà del XX secolo la colonizzazione del Far West era il ricordo di un passato piuttosto lontano, ma lo spirito che l’aveva animata non si era ancora spento (cosa assai probabilmente vera ancora oggi).

Restava perciò da intendersi come valore costitutivo della civiltà statunitense il fatto che, a prescindere dalle condizioni sociali di partenza, a ogni uomo fosse consentito farsi quanta più strada possibile se avesse dimostrato di possedere doti rilevanti. La frontiera da raggiungere non era più un luogo fisico ma un premio in denaro, un certo benessere e la specificità – questa sì del tutto inedita – derivante dalla massificazione mediatica: la popolarità, possibilmente più lunga di quei quindici minuti su cui pare abbia ironizzato Andy Warhol. Non è un caso che il telequiz sia stato importato nel nostro paese da un giornalista che gli Usa li conosceva bene per esserci nato e averci lavorato, quel Michael Bongiorno che poi avrebbe segnato la vita del nostro paese determinandone, in maniera credo non predeterminata, la storia socio-linguistica d’Italia. Si potrebbe discutere a lungo se quella espressa dai concorrenti di "Lascia o raddoppia?" e di tanti altri quiz fosse vera cultura o se, in realtà, si trattasse di una forma più o meno articolata di nozionismo.

A me appare sensata questa seconda ipotesi, ma poco importa. Quel che sembra difficilmente contestabile è che il telequiz si basava sulla conoscenza e che questa non potesse che derivare dalla preparazione, la quale a sua volta era senza eccezione alcuna il frutto del sacrificio personale. Meritocrazia allo stato puro, dunque, nonché un paradigma valoriale decisamente edificante. I talent show sono questo: che si venga chiamati a cantare, a cucinare o a praticare sport, qualcuno emerge per una forma di talento che ha cercato di affinare. In detto quadro si inserisce la straordinaria capacità del capitalismo di saper massimizzare i profitti. Si prenda X Factor»: a tutti gli effetti è la vecchia selezione dei giovani musicisti pop/rock trasportata sugli schermi televisivi, spettacolarizzata e iper-velocizzata. Quello che una volta era un lavoro di lunga lena (la cosiddetta gavetta), pluriennale, in cui era consentito sbagliare e in cui persone competenti da dietro le quinte elargivano consigli preziosi, oggi è diventato componente minoritaria del mercato musicale mainstream.

La vecchia modalità con cui si faceva crescere un musicista era un investimento di lungo periodo, prevedeva la possibilità di pubblicare due o tre dischi che potevano non andare benissimo e dunque si rivelava aleatoria in termini di remunerazione del capitale investito. Oggi la medesima selezione avviene negli studi televisivi e già questo garantisce un ritorno economico all’industria discografica, a prescindere dal fatto che gli artisti possano arrivare al successo o meno. La scelta è rapidissima: possono bastare due minuti per decidere la sorte di un giovane artista, mentre nella migliore delle ipotesi si va avanti per tre mesi e poi si incide un disco. Se il successo arriva, bene, altrimenti si torna da dove si è venuti.

Tutto questo è reso possibile anche dall’alto numero di persone che sognano – a volte in modo legittimo, altre un po’ meno – di fare breccia nel mondo della musica. L’eccesso di offerta di manodopera fa sì che lo show possa reiterarsi e abbassa anche il potenziale contrattuale degli artisti: la tua esibizione non piace, avanti un altro. Passa solo chi colpisce subito. Il rischio di impresa diventa prossimo allo zero e probabilmente anche la qualità di quel che si seleziona non sempre è eccelsa. Tra le esigenze dello spettacolo e quelle della musica – qualora vi siano conflitti – vincono le seconde.

I reality show invece non richiedono talento alcuno. Sono competizioni strutturate da autori televisivi dotati di abilità in cui artatamente i concorrenti sono messi l’uno contro l’altro. Vince chi elimina tutti gli altri, escogitando ogni trucco ed espediente. Elevare la meschinità a norma comportamentale appare la primaria regola di vita, che si sia divi o gente presa dalla strada. Guardando un reality show è difficilissimo comprendere il discrimine tra persona e personaggio: se a parteciparvi sono uomini e donne in qualche modo appartenenti al mondo dello spettacolo, la trasmissione cerca di fare emergere la dimensione umana a discapito di quella pubblica, per cui in linea teorica si cerca di far scendere il personaggio dal piedistallo su cui l’ha posto la popolarità. Se invece a partecipare è la gente comune, il gioco consiste nel vedere come una persona reagisca alla celebrità rimanendo se stessa.

In pratica, però, si crea un corto circuito che impedisce al personaggio di lasciare libera la persona, per cui il divo (sia esso in auge o in disgrazia) tale resta, concedendo allo spettatore di ammirarlo dal buco della serratura, mentre l’uomo comune per il semplice fatto di essere sotto le luci dei riflettori immediatamente assurge a una dimensione divistica, magari solo transitoria. Insomma, il personaggio tale resta e non diventa persona, mentre l’uomo della strada assurge a personaggio e non rimane persona. L’esatto contrario di quel che in teoria si dichiarava di volere.

Lo spettacolo richiede personaggi, non persone. Cercare qualcosa di reale in un reality show diventa dunque un’impresa non solo disperata, ma addirittura insensata. La cornice determina inesorabilmente il contenuto del quadro e quello che qualcuno spaccia per esperimento sociale altro non è che un teatrino assurdo e di bassa lega, qualcosa di talmente disperato da assomigliare a un combattimento tra cani. Resta da spiegare una cosa: se il reality show propriamente detto è uno spettacolo tanto brutto, bieco e insensato, come mai riscuote successo? Il primo motivo sta nel fatto che guardare dal buco della serratura è una pratica che incuriosisce tutti, a partire da chi scrive queste considerazioni. L’altra ragione è che detto genere di trasmissioni è ormai largamente egemone nei palinsesti della tv generalista, per cui grandi alternative non esistono.

È proprio su questo punto vorrei concentrare l’ultima riflessione. Quale tipo di società propongono tali trasmissioni? La risposta mi pare piuttosto scontata: una società talmente atomizzata da diventare una non-società. La reiterazione di un simile canovaccio non può che instillare in noi l’idea che il prossimo sia sempre e comunque un nemico, o comunque un ostacolo da rimuovere in quanto ci impedisce di perseguire i nostri obiettivi. Valori come la solidarietà vengono conculcati con una facilità degna di miglior causa in nome dell’affermazione di noi stessi. Da questo punto di vista, reality show e affini rappresentano la realizzazione della visione del mondo di Margaret Thatcher, la quale, come è noto, ebbe a dire che “La società non esiste: esistono individui, uomini, donne e famiglie”.

Un mondo in cui esiste solo l’individuo e in cui i privilegi sono considerati diritti se riguardano noi, mentre questi ultimi sono considerati privilegi se riguardano gli altri, è un mondo arido, gretto, diseducativo e persino pericoloso. Se è più facile individuare nel prossimo un essere a noi ostile da dover prevaricare e non un nostro simile con cui doverci relazionare è evidente che ci si avvicina più all’homo homini lupus che all’auspicabile pluralismo accogliente. Non è un caso che l’atteggiamento egocentrico, quando non inconsapevolmente egotista, che traspare da questo tipo di trasmissioni incarni e determini in modo eccellente lo zeitgeist, ma ciò non è un pregio.

Anzi, in realtà la nostra epoca andrebbe vista per quel che purtroppo è, almeno dal punto di vista culturale: una fase di arretramento. Naturalmente, i reality show non sono la causa della decadimento, ma ne costituiscono uno dei tanti effetti. Senza demonizzarli, faremmo bene a ricordarcene quando ci sediamo dinanzi al piccolo schermo. Spiando dal buco della serratura, ci renderemo conto di trovarci di fronte non solo a vicende solitamente piuttosto insignificanti, ma soprattutto a una fedele cartina di tornasole del presente.

Chi è | | Saverio Luzzi

Dottore di ricerca in Società, politica e culture dal Tardo medioevo all’Età contemporanea (Università di Roma “La Sapienza). È autore di "Salute e sanità nell’Italia repubblicana" (Donzelli 2004) e de "Il virus del benessere" (Laterza 2009) e di vari saggi apparsi in volumi collettanei e su riviste. Attualmente sta lavorando a una ricerca sulla storia del nucleare e insegna italiano, storia e geografia all’interno della Casa circondariale di Terni. È stato uno dei fondatori della Scuola Permanente dell’Abitare, del cui Comitato scientifico fa parte.

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