L'omaggio a Gibellina di Carlo La Monica


A cinquant'anni dal terremoto del Belice, le opere di Carlo La Monica comunicano la sensazione del

tempo trascorso e la necessità di ricordare

Carlo La Monica, artista e artigiano, nato a Gibellina nel ‘47, è tra i principali testimoni del progetto di ricostruzione della città vivendo da protagonista le diverse stagioni, che proprio quest’anno sommano cinquanta primavere. Prima nel ruolo di assistente tecnico per la realizzazione delle macchine sceniche per le Orestiadi di Gibellina di Toti Scialoja, Pietro Consagra, Nunzio, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, poi cercando un proprio percorso attraverso diversi àmbiti artistici, la pittura, la scultura, le arti applicate, nella ricerca di un personale e originale linguaggio. Carlo è di quella generazione che ha vissuto i giorni del terremoto, le baracche, la ricostruzione, la stagione delle Orestiadi, decidendo di restare in Sicilia, perché questa era la sua terra e citando Consagra: «io ero di quelle zone e dovevo essere presente…», partecipe di quel gruppo che si raccolse attorno a Ludovico Corrao, condividendone le visioni e l’entusiasmo, attraversandone e superandone le difficoltà e le incomprensioni che suscitava il progetto di ricostruzione.

L’omaggio di Carlo La Monica a Gibellina è un omaggio alla sua gente e ai suoi figli, ovunque essi siano. Come scriveva Ludovico Corrao: «…. ovunque puoi andare e ogni luogo può essere la tua terra se porti con te la venerazione per i tuoi defunti e gli amori che hai creato».

La mostra che si presenta è il ricordo del vecchio paese, scorci della città prima del terremoto: il municipio, il teatro, il palazzo baronale, il castello, la chiesa madre… Tutto rigorosamente in bianco e nero. Opere che ricordano i fotogrammi di un film neorealista e che raccontano di una comunità raccolta attorno ad eventi storici, ricorrenze religiose – la fiera di Madonna delle Grazie – ritualità che nella memoria dell’artista assumono i contorni sfocati del tempo.

Le immagini non sono solo cariche della nostalgia di una città che non c’è più, ma di un cambiamento antropologico vorticosamente accelerato dal terremoto. In questi giorni in cui ricade il cinquantesimo anniversario del sisma, i particolari del vecchio insediamento ci riportano indietro e fissano come in un album fotografico di famiglia il ricordo della città. Tempo passato, ma necessità di ricordare. Le opere di Carlo indicano proprio questo. Abbiamo non soltanto la necessità, ma il dovere di ricordare, se pur nelle infinite accelerazioni di fatti ed eventi, evoluzioni e involuzioni degli ultimi decenni. E questo vale per tutta la nostra storia. Cogito ergo sum…, forse oggi ancor più. Io sono se ricordo.