• Franco Avicolli

Andrés Manuel López Obrador e la Conquista


Il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, ha scritto al Papa e al re di Spagna, invitandoli a chiedere perdono ai nativi americani per il trattamento loro riservato dalla Conquista

L'incontro tra Moctezuma e Hernán Cortés nel 1519

Il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, ha scritto al Papa e al re di Spagna, invitandoli a chiedere perdono ai nativi americani per il trattamento loro riservato dalla Conquista. Nel messaggio, il presidente sottolinea che l’arrivo di Hernán Cortés segna sì l’atto di nascita del Messico, ma anche l’inizio della “distruzione sistematica delle culture mesoamericane”, poi continuata nei due secoli dell’indipendenza, come testimoniano le stragi di yaquis e maya con il governo di Porfirio Díaz e di cinesi durante la Rivoluzione del 1910. Per tale ragione, il governo del Messico chiederà pubblicamente perdono in una cerimonia che sarà celebrata nel 2021 in cui cade il Quinto Centenario della caduta di Tenochtitlan, in cui l’immaginario messicano concentra l’insieme dei crimini della Conquista; quello sarà quindi l’ “Anno della riconciliazione” e chiede che alla cerimonia partecipino anche il re di Spagna e il Papa.

La richiesta ha provocato una dura reazione del governo spagnolo che considera la lettera un errore e perciò “respinge energicamente il suo contenuto”; lo scrittore Pérez Reverte va ancora oltre e reagisce scompostamente definendo il presidente messicano “un imbecille” e, in alternativa, un “faccia tosta”. Non mancano in Spagna considerazioni di tutt’altro segno. Dal suo canto, il Vaticano osserva ancora silenzio. López Obrador ha affrontato le problematiche dei popoli autoctoni già in campagna elettorale sostenendo che di loro non si occupa nessuno da cinquecento anni, che le loro condizioni sono la testimonianza di una ferita aperta che è necessario rimarginare e che le responsabilità storiche non sono solo della Chiesa di Roma e della Spagna, ma anche del Messico. Dallo scritto traspare una volontà sincera di mettere in luce una verità storica negata, per poter superare un conflitto che ha relegato una parte significativa della popolazione del Messico in uno stato di legittimità condizionata. Insomma non è un problema che si può superare dicendo che oramai è accaduto e che i messicani hanno nomi spagnoli e parlano in spagnolo.

Hernán Cortés

Il problema esiste ed è serio perché quella storia ha definito inclusioni ed esclusioni di cui anche i messicani devono prendere coscienza. La riconciliazione e la pacificazione nazionale sono temi ricorrenti della campagna elettorale di López Obrador che, eletto, ha creato il “Consiglio della Memoria Storica” insieme alle commissioni per le vittime della violenza. La Conquista venne condotta con ferocia, come denunciò Bartolomé de las Casas, e con modalità particolarmente denigranti della condizione umana dei nativi usati anche per addestrare i cani ad uccidere: “li portavano in catene, scrive las Casas, li mordevano, li facevano a pezzi e facevano una macelleria pubblica di carne umana”. Su quella vicenda si è sviluppato un tale intrico di domande che, secondo Octavio Paz, hanno portato al suo rigetto totale con una conseguente problematica storica di grande rilevanza identitaria. A questi problemi che la politica ha usato in modo strumentale, si aggiunge la pratica gravissima del traffico di droga e della delinquenza organizzata. Sono questioni che nel tempo si sono incancrenite nel tessuto sociale e nei gangli dello Stato che, per essere affrontate, richiedono chiarezza. E sono appunto queste le ragioni che danno grande legittimità all’operato di López Obrador.

Nel paese vivono 15 milioni di discendenti dei nativi distribuiti in sessantotto comunità che parlano un centinaio di lingue differenti. Più del 60% della popolazione è costituita da meticci. È una popolazione che vive al margine e in condizione di succubanza culturale e sociale ed è un’eredità della Conquista che prese possesso delle terre del Nuovo Mondo ostentando una superiorità morale che proveniva dal cosiddetto Testamento di Costantino, un documento apocrifo su cui era stato redatto il Requerimiento che il sacerdote leggeva agli ignari nativi informandoli che in principio Dio aveva creato Adamo e poi la donna che con lui sarebbe stata espulsa dal paradiso per popolare la terra. E la questione non si chiudeva lì, visto che per almeno un secolo i conquistatori si sono domandati se i nativi avessero un’anima. A questa situazione, conflittuale non solo potenzialmente, si somma la spaventosa realtà di una guerra interna che solo nel 2018 ha provocato circa trentamila morti violente, che nascono dalla miseria e dalla marginalità sociale composta di circa 80 milioni di persone che vivono in prevalenza in una campagna spesso dimenticata che lo scrittore Juan Rulfo ha messo in luce con opere come Pedro Paramo.

I temi identitario, delle popolazioni native e delle problematiche nate dalla colonizzazione, trovano grande attenzione la letteratura latinoamericana che è particolarmente prolifica in proposito. In Messico - ma anche in Perù e nelle zone dove la presenza di civiltà preispaniche era più solida - la questione riguarda specialmente la ricomposizione della storia del paese in un percorso che inizia dallo scontro/incontro tra i conquistadores e i popoli nativi. In tal senso non è stata fatta molta strada, e il problema è relegato sullo sfondo come una questione negata, perché, come dice Octavio Paz, che sul tema identitario ha scritto "Il labirinto della solitudine", «il messicano non vuole essere indio, né spagnolo». La politica ha ribadito l’essenza del problema gestendolo strumentalmente e in chiave antiesterofila, scaricando i problemi del paese sullo “straniero” di cui Cortés è il rappresentante onnicomprensivo in compagnia di Malinche, che rappresenta la nativa venduta allo straniero.

Hernán Cortés e la Malinche

Non mancano importanti lavori storici e letterari che tendono ad affermare la verità come quello dello scrittore Carlos Fuentes che in occasione del Quarto Centenario della scoperta ha scritto il saggio "El Espejo enterrado" (Lo specchio sotterrato), con cui, come fa oggi López Obrador, fissa la nascita del Messico con l’incontro tra i conquistatori con gli aztechi e le altre popolazioni mesoamericane, che è un punto di vista non proprio scontato nel paese. È un percorso che trova sempre maggiori contributi fra cui quelli della scrittrice Laura Esquivel che ripropone Malintzin o Malinche in chiave di riscatto femminile e positivamente; e, più recentemente, di Julián Herbert che ha scavato negli eccidi perpetrati nel 1911 contro la comunità cinese di Torreón.

Insomma, la storia dice che gli spagnoli conquistarono il Nuovo Mondo usando un documento falso e la spada che provocarono insieme una caduta demografica visto che dai quasi cinque milioni dell’arrivo degli europei, si passa in Messico al milione e mezzo di abitanti nel giro di centocinquanta anni.

Credo che la semplice falsità documentale sia una ragione sufficiente perché una qualsiasi istituzione che intenda operare nel crisma della verità – e la Chiesa di Roma, in primis - debba sentire il dovere di chiedere perdono, come ha fatto, d’altra parte con Galileo. Qui non si tratta di un problema fra stati, ma di un tema di dignità culturale che riguarda le civiltà mesoamericane e il loro diritto ad un risarcimento morale per un atto che le ha praticamente cancellate dalla storia. Ed è una questione che non riguarda i paesi dell’America Latina, ma le loro etnie e le loro culture che gli stessi stati latinoamericani, come sottolinea López Obrador per il Messico, non hanno rispettato. Esse meritano il rispetto degli spagnoli e anche della Chiesa romana, e Papa Francesco, sa bene quanto difficile sia stato il destino dei nativi in Argentina, anche se in modo minore a quello di regioni come il Perù, la Bolivia e il Mesoamerica, specialmente, come ricorda "Facundo o Civilización y barbarie", del suo connazionale Domingo Sarmiento.

A guardare la vicenda con occhio ancor più attento, López Obrador ha posto sul tappeto la questione coloniale e la responsabilità storica dei protagonisti di una storia che ha coinvolto ampie regioni del mondo dove in nome di un’azione civilizzatrice sono stati perpetrati grandi misfatti che non solo la Spagna non intende riconoscere, ma neppure l’Europa, come dimostra l’atteggiamento assunto verso il fenomeno migratorio. Si tratta di una scelta di civiltà che è necessario far propria per avere effetti positivi. Certo che sarebbe una grande lezione di storia, di indirizzo civile e di dirittura morale se il Papa Francesco e la Chiesa di Roma mostrassero che il cammino della redenzione delle anime non può essere diverso da quello della dignità dell’uomo.

Chi è | Franco Avicolli

Direttore del Centro Culturale Micromega Arte e Cultura (MAC) di Venezia. È stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Córdoba (Argentina); esperto presso l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico; Ricercatore presso l’Accademia delle Scienze di Cuba. Responsabile dei rapporti internazionali dello IUAV, è Membro Corrispondente del Seminario di Cultura Messicana. La città di Córdoba lo ha insignito del titolo onorifico “Jerónimo Luís de Cabrera”. Collabora con la pagina culturale "Domenica" del Sole 24

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