• Saverio Luzzi

Asmara e l’architettura fascista


La capitale dell’Eritrea è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'Umanità. L’influsso della cultura italiana sulla sua storia architettonica

dal web

Ai primi di luglio del 2017, l’Unesco ha dichiarato Asmara patrimonio mondiale dell’umanità.

La ragione che ha determinato tale scelta è il fatto che la capitale dell’Eritrea, dopo il 1935, ha conosciuto l’attuazione di un programma di edificazioni su vasta scala incentrato sull’applicazione del cosiddetto “idioma razionalista italiano”. Semplificando all’estremo le motivazioni dell’Unesco, si è scelto di esprimere un apprezzamento all’architettura fascista e, più in generale, agli anni dell’occupazione italiana. Come è comprensibile, tutto ciò ha sollevato una serie di prese di posizione estremamente ampia, con qualche punta polemica. Rivalutare la cultura architettonica di un periodo storico del quale il nostro paese non può andare fiero comporta la rivalutazione o la banalizzazione del fascismo inteso come fenomeno politico?

Mi pare che su questo punto si debba essere netti: quella di Mussolini fu una dittatura squallida e vergognosa. Lo fu per tutto quello che ispirò, dal nazionalsocialismo hitleriano alla fioritura di movimenti fascisti in quasi tutta Europa: gli Ustascia di Ante Pavelić, la Guardia di Ferro di Corneliu Codreanu, il Nem Nem Soha! di Miklós Horthy e giù giù fino alla British Union of Fascists di Oswald Mosley, solo per citarne alcuni. Lo fu soprattutto in sé e da subito.

Si pensi alle uccisioni di attivisti socialisti e alle distruzioni delle loro sedi già a partire dal 1920, alla triste sorte riservata agli oppositori (Amendola, Gobetti, Gramsci, Matteotti, per citare solo i più noti), alle dinamiche razziste che sfociarono nel 1938 alle leggi razziali, alla nazionalizzazione violenta dell’Istria, alle feroci operazioni condotte da Rodolfo Graziani nella cosiddetta Africa Orientale (con l’uso di gas che decimarono la popolazione locale), alla seconda guerra mondiale e alle operazioni della Rsi contro i partigiani.

Da un punto di vista politico, il fascismo fu un’abiezione, e non si sa come definire coloro i quali, oggi, ne sognano il ritorno o ne minimizzano la dimensione indegna. Ma se la dittatura mussoliniana è da rifiutare in toto, lo stesso deve farsi con l’insieme dei fenomeni culturali che attraversarono l’Italia dal 1922 al 1945? Qui il discorso diventa più complesso. Anche in un regime oppressivo arte e cultura non sempre sono riconducibili in tutto e per tutto ai voleri di chi comanda, e il fascismo non fece eccezione a questa legge. Sono ad esempio innegabili le adesioni al regime mussoliniano di Luigi Pirandello e Giuseppe Ungaretti.

Di certo, il loro comportamento fu assai poco nobile rispetto all’antifascismo vigoroso del loro collega Eugenio Montale.

Tuttavia, il valore culturale di Pirandello e Ungaretti non può essere giudicato alla luce del loro convincimento, non fosse altro perché nelle loro pagine non c’è nulla di compiutamente “fascista”. Ben altra cosa rispetto alle miserie letterarie e umane di Pitigrilli e di altri. In alcuni casi, come quello del pittore sardo Mario Sironi, anche chi fu compiutamente fascista seppe andare ben al di là dello schematismo ideologico, cogliendo temi e forme capaci di resistere alle contingenze. Nel caso dell’architettura, durante la dittatura mussoliniana vi fu molto di sovradimensionato, con un monumentalismo che a tutti gli effetti esprimeva, ed esprime, fanatismo.

Parte rilevante dell’opera di Marcello Piacentini (i lavori realizzati a Bergamo e Brescia, molta parte dell’Università La Sapienza di Roma, l’Eur, Via della Conciliazione e, in modo particolare, il monumento della Vittoria a Bolzano) questo vuol comunicare. Non tutto, però, fu retorica autocelebrativa, e anche dalla glorificazione, in taluni casi, fu possibile ricavare spunti di interesse assoluto: è il caso della Casa del fascio realizzata da Umberto Terragni a Como, per fare un solo esempio. Anche altri architetti seppero smarcarsi dall’ideologia: Adalberto Libera, Mario Ridolfi e Giuseppe Pagano Pogatschnig, per fare alcuni nomi, furono tre professionisti originali. Decretare allora che tutto, assieme alla dimensione politica, debba essere buttato sembra una posizione non condivisibile. Si tratta di una regola che non può non valere anche per Asmara.

La capitale dell’Eritrea venne presa dalle truppe savoiarde nel 1889: l’influsso della cultura italiana sulla sua storia architettonica contemporanea è dunque ampiamente antecedente al fascismo, tanto è vero che l’Unesco parla di “varie fasi di pianificazione tra il 1893 e il 1941”. In senso lato, Asmara è una città coloniale, su cui si sono sovrapposti elementi culturali molto diversi tra loro. Asmara è “anche” fascista, ma non prettamente tale. Asmara è “anche” celebrativa, certo, ma quale retorica mussoliniana è possibile individuare nel celeberrimo edificio Fiat Tagliero? Questo per dire che i nostalgici non hanno granché da festeggiare dalla decisione dell’Unesco, la quale non è certo un omaggio alla dittatura.

Il riconoscimento tanto prestigioso non va dunque a un regime efferato e ridicolo, bensì a un insieme composito di aspetti architettonici. Tra questi ci sono varie componenti prodotte durante il Ventennio, è innegabile, ma lo è altrettanto il fatto che da esso possano essere scisse e fatte vivere di vita autonoma. Tenere il bambino e buttare via l’acqua sporca (che in questo caso è molta) è un atto saggio. Se leggiamo con piacere i "Sei personaggi in cerca di autore", perché non dovremmo guardare con interesse il Cinema Impero di Mario Messina?

Chi è | Saverio Luzzi

Dottore di ricerca in Società, politica e culture dal Tardo medioevo all’Età contemporanea (Università di Roma “La Sapienza).

È autore di Salute e sanità nell’Italia repubblicana (Donzelli 2004) e de Il virus del benessere (Laterza 2009) e di vari saggi apparsi in volumi collettanei e su riviste. Attualmente sta lavorando a una ricerca sulla storia del nucleare e insegna italiano, storia e geografia all’interno della Casa circondariale di Terni. È uno dei fondatori della Scuola Permanente

dell'Abitare, ed è nel suo Comitato Scientifico.

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