• Edoardo Milesi

Città Domestica, dal cucchiaio alla città


L'architetto Cesare Rota Nodari espone una collezione di sessanta piccoli disegni di oggetti quotidiani che si trasformano in pezzi di città e viceversa

Cesare Rota Nodari, ottantun anni, architetto a tutto tondo, creatore di luoghi di relazioni e di oggetti, può permettersi di dire cose che altri suoi colleghi non possono neppure pensare. Lo può fare perché ha raggiunto una sintesi efficace tra pensiero umanistico e pensiero scientifico, ma soprattutto perché non ha mai smesso di giocare e questa è una virtù che tocca solo a pochi adulti. Guardare i suoi disegni è come entrare un po’ dentro di lui e nel leggerli c’è molto di più di quello che scrive su di loro. Sono contento che Cesare per la seconda volta mi coinvolga in una sua mostra perché per esporsi occorre togliersi quei veli dietro i quali nascondiamo a volte la nostra parte più autentica e io ho ancora molto da imparare.

Cesare scrive: «Il disegno è una presenza costante, insostituibile. È parte fondamentale del processo articolato, multidisciplinare, complesso, che definisce un progetto dall’insieme al dettaglio.» Ma proprio questa enorme complessità che ruota attorno al progetto di architettura non rischia pericolose riduzioni passando attraverso il disegno? Spiegare un progetto di architettura attraverso segni grafici, oggi sempre più veristi e virtuali, non è pericolosamente riduttivo in una narrazione attorno ai complessi processi umani che il luogo, inventato dall’architetto, può provocare, innescare sui comportamenti, le relazioni, il carattere di chi li abiterà?

Il paragone tra il libro e il film non è fuori luogo. Il film esaurisce nei dettagli proposti quello che il libro riesce a estendere negli infiniti spazi dell’immaginario aprendo il racconto alla partecipazione del lettore. Se è vero che l’architettura non produce oggetti, ma processi, il processo non può essere ingabbiato in uno schema grafico predefinito da una sola mente. Fare architettura è un gesto collettivo e indubbiamente lo diventa quando è abitata, ma prima? Ecco il senso dello schizzo solo a matita e volutamente tremolante di Alvar Aalto pronto ad adattarsi e a modificarsi nella sua evoluzione concreta. Al contrario la terribile maglia algoritmica dei render contemporanei che pretendono di evocare e trasferire sull’osservatore finanche l’atmosfera emozionale dell’architettura sottraendola a quella esperienziale, rappresentano una pericolosa astrazione e semplificazione del progetto.

Seicento anni prima di Cristo i greci avevano intuito questo rischio, condannando Anassimandro, che aveva rappresentato la terra in una carta geografica, non perché aveva osato vedere le cose dall’alto, prerogativa solo degli dei, ma perché con la mappa aveva ridotto la natura a un’immagine. La natura non è un insieme di cose rappresentabili graficamente perché costituita da un insieme di processi in continua trasformazione. Come la parola si lascia trasportare dalla dialettica, a volte perdendo per strada il contenuto, così l’architettura rischia di esaurire il senso della forma nella sua rappresentazione grafica. Capirne i limiti significa anche prendere atto di alcuni fallimenti dell’architettura o del mancato pensiero di alcuni architetti anche dei giorni nostri. Il progetto grafico è spesso direttamente responsabile del solco sempre più profondo che separa chi progetta da chi abita. Così come forse il compiacimento della propria scrittura separa chi scrive da chi legge.

Il passaggio dal progetto, dalla sua ideazione mentale alla sua riproduzione grafica comporta un rischioso avvicinamento al suo limite col pericolo di chiuderlo all’interno dei confini rappresentativi ai quali il progettista rischia di affezionarsi perdendo di vista il processo che questo deve innescare e che è l’unica vera sua funzione. La riproduzione grafica di un processo insomma rischia di ingabbiarlo in una immobilità che gli è innaturale. D’altra parte avvicinare il progetto di architettura al suo limite incondizionato empiricamente senza oltrepassarlo rischia di trasformarlo da scienza a metafisica. Così l’unico modo possibile per definire il limite senza trasformarlo pericolosamente in confine è considerarlo come una relazione tra una cosa e la sua trasformazione, il suo trasfigurarsi, che è il senso del processo e della procedura che per definizione non è mai rettilinea e scontata, ma in continua trasformazione ed è a lei che l’architetto deve continuamente adattare il suo progetto che in quanto gesto collettivo non è facilmente attribuibile (con grande seccatura dell’autore).

Esattamente quello che Cesare propone in questa carrellata di oggetti quotidiani che si trasformano in pezzi di città e viceversa. Il pensiero umanistico è affascinante, intrigante e efficace, ma molto meno consolatorio e efficiente di quello scientifico che possiede strumenti tecnici e grafici a cui è più facile affezionarsi e come per tutti gli esseri viventi anche noi abbiamo bisogno di affetto. Cesare Rota Nodari tratta con affetto i suoi disegni e ne riceve affetto e creatività.

Cesare Rota Nodari

Città Domestica | dal cucchiaio alla città

10/30 dicembre 2017

Sala espositiva Virgilio Carbonari, piazza Alebardi 1, Seriate (BG)

La mostra è visitabile dal mercoledì al sabato dalle 16.00 alle 19.00

la domenica dalle 10.30 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00

INGRESSO LIBERO - CATALOGO IN MOSTRA

Chi è | Edoardo Milesi

Architetto, fonda nel 1979 lo studio Archos orientandosi, da subito, attraverso la partecipazione a concorsi di progettazione, verso un costruire fortemente connotato da dettami ecologicamente regolati nell’ambito di una lettura “forte” della realtà. Nel 2008 fonda con un gruppo di artisti e architetti la rivista “ARTAPP” della quale è Direttore. Dal giugno 2009 è presidente del Comitato culturale della Fondazione Bertarelli. Nel 2012 fonda l’Associazione culturale Scuola Permanente dell’Abitare.

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