• Michele Manigrasso

Città e cambio di clima (culturale)


Dalla geografia dei nuovi assetti climatici, ai nuovi scenari che dovranno affrontare urbanisti e architetti per fronteggiare gli imminenti cambiamenti

Bordeaux - Spazio inondabile - Michel Corajoud

"La bellezza della città non è quella ingessata sotto una campana di vetro;

la bellezza della città deve rispecchiare i valori universali".

Vittorio Cogliati Dezza

Il '900 ci ha consegnato città poco resilienti, che esprimono difficoltà a incorporare cambiamenti sociali, economici e ambientali, senza subirne gli attriti. Quei cambiamenti dai quali potrebbero scaturire occasioni nuove di economia, oltre che di accrescimento della qualità del vivere.

Terremoti, frane e alluvioni, allagamenti ed esondazioni rimodellano ogni anno, dilatandola, la geografia dei rischi, e comportano un bilancio pesantissimo per il nostro Paese, sia per le perdite di vite umane che per gli importanti danni economici e patrimoniali che incidono sulla sfera pubblica e sul privato.

A fronte di ingenti risorse stanziate per il funzionamento della macchina dei soccorsi, per l’alloggiamento e l’assistenza agli sfollati, per supportare e risarcire le attività produttive e i cittadini colpiti e per i primi interventi di urgenza, è evidente l’assoluta necessità di maggiori investimenti in termini di prevenzione, non solo per annullare il costo di inazione, un costo potenziale che diventa effettivo al verificarsi dei fenomeni, ma per attivare, in senso lato, il territorio.

Il 69% dei Comuni italiani è a rischio idrogeologico. Il 50% a rischio terremoti.

Ci sono contesti molto vulnerabili per la loro configurazione fisica, e per le scarse capacità di reagire all’emergenza: l'alluvione nel Gargano a settembre e quella di Genova ad ottobre, sono l'ennesima conferma di un territorio nazionale troppo fragile, impreparato rispetto agli imprevisti. Le condizioni di artificializzazione, il carico antropico delle città, sono evidentemente insostenibili rispetto ai mutamenti climatici in corso, problemi inaspriti dalla scarsa comunicazione, informazione e reazione, in occasione di eventi calamitosi.

Questo nuovo scenario, caratterizzato da forte incertezza, mette in crisi un apparato di paradigmi consolidati, e gli strumenti di pianificazione risultano ormai inadeguati a dare risposte utili di fronte a rischi che spesso valicano l’immaginabile.

Questioni che hanno accelerato il passo delle ricerche specialistiche e di settore e allo stesso tempo hanno lanciato un allarme a tutte le competenze che si interessano di territorio, dalla sua manutenzione alla sua modificazione attraverso l’azione integrata del progetto (Andriani, 2013).

Diminuisce la necessità del territorio, inteso come spazio in cui muoversi e comunicare, aumenta la domanda di sicurezza rispetto alla dimensione del rischio ambientale (Ricci, 2013).

Da questa angolazione bisogna partire per ragionare sulla necessità di guardare alla città esistente, con occhi nuovi, ripensando in maniera più attenta i rapporti tra parti, costruito e spazi aperti.

E questo si realizza attraverso una nuova cultura del progetto, a favore di forme intelligenti di riduzione, riuso e riciclo; non di consumo. Il problema non è solo rappresentato dal dove costruire, e dal dove non costruire, ma più profondamente dal come costruire, perché si mette in discussione la città intera, quella consolidata, la sua forma, la sua diffusione nel territorio e la pressione esercitata sui margini, tra terraferma e bacini idrografici.

La nuova 'geografia del rischio' e il grado di vulnerabilità delle aree in essa coinvolte, mettono in discussione i materiali, le tecnologie e le forme attraverso cui sono costruite: al tempo stesso, orientano le scelte d’intervento, accettando la presenza delle attività, minimizzando le delocalizzazioni, a favore di un processo di attivazione dei suoli e del sistema del costruito, per accrescere la resilienza ai possibili impatti.

To rise the water level, China 1997 - Performance di Zhan Huan

L’urbanistica e l’architettura, in questo nuovo scenario, potranno e dovranno assumere un ruolo prioritario, reinterpretando il tema dell’incertezza e della flessibilità per acquisire valore d’innovazione nello spazio in cui operano e prendono forma (Clementi, 2011).

Al cambio di clima dovrà corrispondere un cambio di clima culturale che investa tutte le discipline coinvolte, il territorio e in particolar modo quello urbano; la città come sistema socio-ecologico, luogo fisico dell’abitare più vulnerabile perché artificiale e privo di anticorpi, e perché in esso si concentrano popolazione e beni. Ecosistema in cui rileggere ed interpretare la nuova geografia del rischio come traccia di progetto, per traguardare una inedita idea di paesaggio, attivo, prospetto di un territorio più resiliente.

Prende forma l'idea di una 'città ad_attiva' che, metabolizzando lo scenario di mutazione in cui è proiettata, diviene sensibile al cambiamento, ma in senso attivo: è una città che non subisce l’impatto e che non deve resistere ad esso. Non più inerte, mitigandolo, lo interiorizzerà, adeguando se stessa, le sue forme, dalle quali gemmeranno configurazioni spaziali plurime. In essa l'adattamento ai cambiamenti climatici e l'incremento della resilienza, rappresentano opzioni coagulanti per tutte le altre politiche urbane e il paradigma dell'incertezza assume quella centralità che nella città del passato era saldamente affidata al paradigma della stabilità.

Fare dell’adattamento tema progettuale alla scala urbana è una necessità, da realizzare attraverso due ragionamenti correlati: il primo riguarda il rischio, quindi la mitigazione degli impatti possibili attraverso progetti e interventi che metabolizzino il tema, dalle prime fasi di ideazione, fino agli esiti tradotti in assetti spaziali; il secondo, riguarda la mutazione delle condizioni micro-climatiche, con le quali bisognerà confrontarsi nel progetto degli spazi aperti e del sistema del costruito, soprattutto in relazione all’innalzamento delle temperature, all’aumento della frequenza di ondate di calore e di alluvioni, eventi eccezionali, sempre più ordinari.

In questo modo la paura del rischio diventa in positivo, tema progettuale; lo spazio diventa una funzione del tempo e il tempo diventa la vera misura/dimensione dello spazio: una dimensione stratificata, dove le cose coincidono e non, tra ordine e imprevisto, tra spazio inerte e muto, e nuovo paesaggio attivo; spazi a più velocità perché in essi più tempi della città si sovrappongono, si susseguono, anche annullandosi, risignificati ogni volta in maniera nuova.

L’introduzione del tema della flessibilità, fa del progetto una struttura aperta, disposta a cambiare nel tempo: la mutazione, tra espansione e riduzione, si materializza, producendo nuovi spazi che tenderanno a diventare col tempo nuovi luoghi, riconoscibili, offrendo la possibilità di lasciare aperto quel lungo attimo in cui nasce la regola, almeno fino a farsi presente e futuro della scelta progettuale (Galuzzi, 2010). E questo dovrà avvenire in maniera complessa, affidando agli spazi aperti un ruolo più importante, non solo come sistema di attraversamento e di distribuzione, ma come trama, telaio e valvola di sfogo, attraverso cui la città possa respirare, influenzando il clima e regolandolo consapevolmente.

Analogamente, l’architettura del costruito, quella dei tessuti più o meno densi, dovrà anch’essa attivarsi, tendendo ad un’edilizia sostenibile, che non solo sappia realizzare e mettere in valore un più intimo rapporto con il clima sfruttandone gli apporti benefici in termini di esposizione e soleggiamento, ma che possa ridurre il suo peso, fino alle estreme conseguenze, proiettandosi in una visione di produzione energetica attiva, espressione processuale e architettonica dell’integrazione tra adattamento e mitigazione delle emissioni climalteranti. In questo modo, l'adattamento ai nuovi rischi climatici, recuperando il valore spaziale del progetto secondo l'idea di un paesaggio più sicuro, perché mutevole rispetto all'incertezza del tempo, lavorerà alla costruzione di una nuova estetica urbana, con un'idea di bellezza naturalmente condivisa.

Articolo pubblicato su ArtApp 14 | LA CITTÀ

Chi è | Michele Manigrasso

Architetto e PhD. Dottore di Ricerca in Architettura e Urbanistica. Ha fatto esperienza di ricerca in Canada e lavora nel Dipartimento di Architettura di Pescara prestando attenzione ai temi ambientali. È autore della ricerca 'Il consumo delle aree costiere italiane', studio di Legambiente che monitora il consumo di suolo lungo le coste italiane e le trasformazioni del paesaggio a causa dell'aggressione del cemento per funzioni urbane. Nel 2013 ha pubblicato 'Città e clima. Verso una nuova cultura del progetto', SalaEditore, Pescara.

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