• Saverio Luzzi

Critica del concetto di "post verità"


La “post verità” è l’affermazione di uno o più concetti falsi che, attraverso la loro reiterazione, sono ritenuti veri dalla maggioranza della collettività

Da alcuni mesi si parla molto del concetto di “post verità”. Nel novembre del 2016 tale termine è stato addirittura eletto quale “parola dell’anno” dall’Oxford English Dictionary. In sintesi, la “post verità” altro non è che l’affermazione di uno o più concetti falsi i quali, attraverso la loro reiterazione, riescono a fare breccia e ad arrivare progressivamente a essere ritenuti veri da parte rilevante – se non maggioritaria – della collettività. L’elemento fondante su cui puntano i propagatori della “post verità” per consentire la penetrazione delle loro tesi non è e non può essere il fondamento scientifico, ma è l’aspetto emozionale. Una notizia, un evento o una teoria non sono dunque veri nel momento in cui sono tali, bensì quando sanno rispecchiare certe credenze popolari oppure quando riescono a determinarle.

La “post verità” deriva evidentemente il suo nome dal concetto filosofico di postmoderno. Essa è presentata come fenomeno storico inedito, dovuto in modo particolare a internet e ai social network, i quali consentono a chiunque – al dotto come all’illetterato – di esprimere la propria opinione su tutto, a prescindere dalla conoscenza dei fenomeni trattati. Si tratta di una convinzione fallace. La tendenza umana a voler tutto catalogare ed etichettare porta alla creazione del sensazionalismo e a far scivolare il dibattito lungo il crinale del fraintendimento. A chi scrive, la ragione di tutto ciò appare una delle patologie di cui soffre il mondo dei commentatori mediatici: il presentismo.

Pinocchio, social tester della Post verità sul Washington Post, 2016

Troppo spesso le analisi degli eventi cui assistiamo appaiono viziate dall’assenza dell’unico aspetto che può conferire loro profondità, spessore e attendibilità. Questo aspetto è la storia, disciplina il più delle volte bistrattata, fraintesa o addirittura del tutto ignorata (assai sovente dagli stessi storici, ma questo è un discorso su cui si tornerà in futuro). Ai presentisti tutto appare nuovo e intonso, proprio come i volumi che tengono in libreria per fare bella figura e che mai leggeranno. Il mondo in cui vivono appare loro ammantato da una verginità che si illudono di infrangere con la loro cultura mal masticata. Per queste persone tutto quel che avviene non è mai realmente accaduto e diventa fenomeno soltanto dopo che gli hanno appiccicato sopra un’etichetta, come se gli accadimenti fossero i barattoli di fagioli dipinti da Andy Warhol.

Non a caso l’informazione è una merce e i luoghi del dibattito altro non sono che luoghi in cui ognuno espone la sua mercanzia, troppo spesso sciatta. Il tempo per l’approfondimento e la riflessione è sempre più limitato, per cui emerge chi si esprime per slogan, chi semplifica fino a banalizzare, chi rinuncia al ragionamento. Se le riflessioni dei presentisti fossero basate sulla storia e non sulla presunzione, loro si renderebbero conto di una cosa elementare: quella che oggi è comunemente chiamata “post verità” è sempre esistita. A conferma di ciò, si prendano alcuni elementi fondanti della storia del popolo ebraico. Non è stata attribuita a esso l’uccisione di Yeshua, il Messia dei cristiani, condannato invece a morte da un procuratore romano che, questo sì, non seppe o non volle resistere alle pressioni dei giudei?

Non furono forse gli ebrei a essere accusati di aver avvelenato i pozzi e di aver propagato la peste nera nel corso del XIV secolo? Simonino di Trento non fu forse proclamato santo dalla chiesa cattolica in seguito alla falsa accusa rivolta alla piccolissima comunità ebraica cittadina di aver ucciso un bimbo di tre anni al fine di utilizzarne il sangue nei propri riti religiosi? E che dire, avvicinandoci ai giorni nostri, dell’affaire Dreyfus? Come giudicare l’infamante libello intitolato "I protocolli dei savi anziani di Sion"? Non limitiamoci solo alla questione ebraica. La chiesa cattolica ha legittimato il suo potere su un documento, la Constitutum Constantini del 315, la cui falsità fu incontrovertibilmente provata nel 1440 da Lorenzo Valla. Mai nessun imperatore romano attribuì al vescovo di Roma il primato sulle chiese orientali e meno che mai accettò la superiorità del potere pontificio sul proprio.

Proseguiamo. Chiunque, anche solo per sentito dire, abbia avuto l’opportunità di rapportarsi a due delle opere più famose di Alessandro Manzoni, "I promessi sposi" e la "Storia della colonna infame" non può non ricordare che la peste del 1630 si ritenesse veicolata dai cosiddetti “untori”. Si trattava di un convincimento basato sulla non conoscenza del fenomeno da parte della scienza, ma in quella come in altre occasioni si consumarono vendette politiche di vario tipo. Si rammenti quanto avvenne in varie zone rurali francesi nell’estate del 1789, all’inizio della grande Rivoluzione. I contadini transalpini si autoconvinsero che al di là dei confini nazionali stessero organizzandosi bande armate di briganti che avrebbero invaso l’Hexagone al fine di distruggere i raccolti e uccidere tutti coloro i quali appoggiavano le istanze rivoluzionarie.

Nulla suffragava quest’idea, eppure essa si diffuse con una rapidità sconcertante. Il suo espandersi la legittimò sempre di più fino a quando i ceti popolari iniziarono ad armarsi e ad assaltare le residenze dei nobili, ritenuti mandanti di quell’invasione di contro-rivoluzionari che in realtà non esisteva. Su questo tema Georges Lefebvre scrisse uno straordinario libro (La grande peur de 1789, pubblicato nel 1932), ancora oggi attualissimo.

Che dire poi dei rom, dei sinti e dei caminanti, stigmatizzati dalla credenza popolare, del tutto priva di ogni benché minimo riscontro, di essere ladri di bambini? Ancora: la sera del 16 dicembre 1969 un trafelato Bruno Vespa si rivolse con non celata soddisfazione ai telespettatori dell’edizione delle 20,00 del Tg1 annunciando: “Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma”. Vespa prese per buoni i convincimenti del questore di Roma, Giuseppe Parlato, uno dei tanti emblemi di come il modus agendi fascista si fosse trasferito di peso nei gangli politico-amministrativi dell’Italia repubblicana. Nell’opinione pubblica italiana si diffuse l’idea che a piazzare la bomba a Piazza Fontana fosse stato un gruppo di anarchici. In realtà, si trattava del primo atto di quella che venne poi ribattezzata “strategia della tensione”, posta in essere da neofascisti e settori deviati dello Stato al fine di autorizzare la repressione dei movimenti rivoluzionari di quegli anni.

Un elenco rappresentativo di tutti gli avvenimenti storici in cui il falso è stato spacciato per vero, permeando di sé la società, sarebbe impossibile da redigere: la sua lunghezza richiederebbe spazi enormi. I pochi esempi sopra riportati consentono comunque di affermare che quello che oggi definiamo “post vero” sia sempre esistito, inventato dai soggetti più disparati in circostanze e per motivi diversissimi tra loro. Il falso ha avuto dunque un ruolo non secondario nella storia, ed esso non appare diverso dalla cosiddetta “post verità”: qualsiasi menzogna non può che puntare sulla dimensione emozionale e non può esistere una bugia che non sia interessata. In una sua fin troppo famosa dichiarazione, Umberto Eco ha affermato: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Uomo colto e geniale, Eco ha saputo mettere il dito nella piaga, ma le sue parole meritano qualche riflessione. Gli imbecilli, i mentitori, i disonesti, gli arruffoni e gli ignoranti (in buona o in cattiva fede) hanno sempre avuto un loro seguito che andava ben al di là del “bar”. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, epoca in cui internet era ben al di là da venire, Liborio Bonifacio e Aldo Vieri sostenevano di curare le patologie tumorali utilizzando le feci e le urine delle capre (il primo) e la colchicina sciolta nell’aceto (il secondo). Furono varie migliaia le persone che si rivolsero loro speranzose di guarire, con i risultati che è facile immaginare.

Di certo la tecnologia ha amplificato il potere di convincimento di chi – volontariamente o meno – vive delle proprie menzogne, tuttavia anche il mondo dei colti ha avuto detto beneficio dal grande avanzamento delle tecnologie informatiche.

Come mai non ha saputo approfittarne? Lo stesso Eco su questi temi ha scritto un romanzo, l’ultimo da lui pubblicato, "Numero zero" (2015). Qui il mondo dell’informazione contemporanea è rappresentato per quello che troppo spesso è davvero: un luogo dove il vero è piegato agli interessi di chi lo finanzia ricorrendo a mezzi beceri. Se il falso resiste e impera ancora oggi, malgrado siano sempre più rilevanti i mezzi per scoprirlo e metterlo alla berlina, una ragione non trascurabile va ricercata nel campo di quello che, con inconsapevole ottimismo, siamo soliti pensare essere il vero. Un esempio credo basti a spiegare tutto. Per definizione il giornalismo dovrebbe essere libero e senza padroni, tanto rilevante è l’importanza del suo ruolo all’interno della società. Nel 2003, in occasione della seconda guerra del Golfo, l’esercito statunitense consentì a un gruppo selezionato di giornalisti di seguire le operazioni belliche al seguito delle proprie truppe. Nacque così quello che venne definito “giornalismo embedded”, dove quest’ultima parola sta per “integrato” o “incastonato”.

I reporter accettarono di vivere la guerra in questo modo pensando presumibilmente di svolgere un grande servizio all’informazione, e invece altro non fecero che riportare la visione che la propaganda statunitense voleva fornire di quel drammatico evento. Per brama di gloria o per ingenuità, essi divennero il megafono del potere rinunciando consapevolmente a svolgere il ruolo che la deontologia impone: quello di criticare o di “scoprire altari e altarini”, per dirla con Leonardo Sciascia. Per ironia della sorte, il presupposto di quella guerra fu il possesso da parte di Saddam Hussein di armi chimiche capaci di provocare distruzioni di massa, più volte dichiarato da Usa e Regno Unito. Gli ispettori dell’ONU incaricati di verificare la veridicità di queste affermazioni, smentirono in varie occasioni quanto sostenuto dai governi di Washington e Londra, ma a nulla valsero le loro dichiarazioni. Fu o non fu il trionfo della “post verità”, anche se questo concetto non esisteva?

Qual è allora differenza tra il giornalista embedded e il cretino il quale da casa sua scrive su Facebook che l’Olocausto non è mai esistito? Direi nessuna, o quasi. Chi rinuncia a esercitare l’uso della critica è sempre e comunque esecrabile, qualsiasi sia la ragione che lo porta a comportarsi in questo modo. Vanno rimarcati un paio di elementi. Innanzitutto non tutto il mondo della cultura e dell’informazione ha smesso di esercitare il suo ruolo. Affermare il contrario sarebbe da persone scorrette e vili. Oltre a questo, non si deve peccare di unilateralità: è doveroso porre in evidenza che la permanenza del falso nella nostra società non può essere solo e semplicemente una colpa di chi opera nell’industria culturale.

Detto ciò, non può essere taciuto che il concetto di “post verità” non appare definire un fenomeno, bensì rimarcare l’impotenza a fronteggiare il falso con le armi della autorevolezza. E non è il primo a spuntare le seconde, ma chi dovrebbe operare con queste a bagnare spesso le proprie munizioni e a renderle inefficaci. Non si tratta di un elemento da poco.

Chi è | Saverio Luzzi

Dottore di ricerca in Società, politica e culture dal Tardo Medioevo all’Età contemporanea (Università di Roma “La Sapienza). È autore di "Salute e sanità nell’Italia repubblicana" (Donzelli 2004) e de "Il virus del benessere" (Laterza 2009) e di vari saggi apparsi in volumi collettanei e su riviste. Attualmente sta lavorando a una ricerca sulla storia del nucleare e insegna italiano, storia e geografia all’interno della Casa circondariale di Terni. È stato uno dei fondatori della Scuola Permanente dell’Abitare, del cui Comitato scientifico fa parte.

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