• Giovanni Cutolo

Dal Design al Mediterraneo, dalle Nazioni alle Città


Un viaggio alle radici del Mediterraneo vissuto da un uomo del Sud che si sente cittadino del mondo

Mappa nautica di Granada del 1513 - Ammiraglio turco Piri Reis

C’è un filo poco visibile che sottende la nostra vita di individui, ponendo in collegamento fra loro fatti ed esperienze apparentemente senza relazione. La stessa cosa avviene nella vita dei popoli, influenzando lo svolgersi di quel racconto che chiamiamo Storia.

Recuperare il capo e il percorso che questo filo traccia ci aiuta a capire il perché di certe attitudini, di certe preferenze per certi luoghi, per certi paesaggi, per certe fisionomie.

Di padre e madre napoletani, sono nato nel 1939 a Torino; a guerra finita, nel ’46 la mia famiglia ritornò a Napoli. Ripresi la seconda classe elementare, che avevo iniziato a frequentare a Tortona dove eravamo sfollati, in una scuola di Posillipo, di fronte allarchitettura incompiuta di Palazzo Donn’Anna che avrebbe ferito a morte anche me.

Alla fine del primo giorno i compagni di classe non vollero farmi giocare con loro dicendo: “O guaglione parla francese!”. Conobbi così la prima discriminazione di stampo razzista. La seconda la conobbi quindici anni dopo quando, appena laureato, andai a cercare lavoro e fortuna al Nord e scoprii che il “guaglione” era diventato “terrone”.

Rimasi a Milano tre anni circa, ma poi mi costruii la fortuna di essere inviato in giro per il mondo dalla ditta in cui lavoravo: quattro anni in Brasile, uno in Africa, due in Estremo Oriente.

La mia avventura nel mondo del design milanese comincia nel 1971 quando, rispondendo a un annuncio sul giornale, vado a lavorare all'Artemide.

La lampada Eclisse di Artemide disegnata da Vico Magistretti nel 1967

Loro cercavano semplicemente un Direttore commerciale. Io invece cercavo la felicità ed ero convinto di poterla trovare solamente in un'azienda design oriented. Questa idea me l'aveva messa in testa Umberto Eco sin da quando vivevo in Brasile, dove nel 1965 Italo Bianchi mi mise in mano Opera Aperta, che era uscita nel 1962 in Italia: "Noi produciamo la macchina; la macchina ci opprime con una realtà inumana e può renderci sgradevole il rapporto con essa, il rapporto che abbiamo col mondo grazie ad essa.

L'industrial design sembra risolvere il problema: fonde bellezza e utilità e ci restituisce una macchina umanizzata, a misura d'uomo. Un frullino, un coltello, una macchina da scrivere che esprime le sue possibilità d'uso in una serie di rapporti gradevoli, che invita la mano a toccarla, accarezzarla, usarla; ecco una soluzione.” (U. Eco, Opera Aperta, Bompiani, 2000, pag. 244.)

Queste parole agirono come una vera e propria scossa elettrica che mi cambiò la vita.

Fu così che, sapendo poco più di nulla sul design, mi misi diligentemente a studiare, con un occhio all'arte e l'altro all'architettura, stante il fatto che la letteratura dedicata al design di cui potevo disporre era assai modesta. E siccome sapevo poco anche del mio paese, mi impegnai a girarlo da cima a fondo. Uno dei primi viaggi mi portò in Sicilia dove, sorprendentemente, ad Alcamo aveva sede uno dei negozi che compravano di più di tutt'Italia.

Alle tre e mezzo di un caldo pomeriggio di giugno mi ritrovai, rispettoso del fuso orario della Milano che produce, dinnanzi alla serranda ben chiusa di quella che risultava essere la sede della ARDAR Arredamenti, in una stradina deserta di commerci e di persone. Dopo una lunga attesa, finalmente riprese il lavoro il ciabattino che aveva la bottega proprio a fianco del negozio del nostro cliente. La cosa mi diede fiducia, confermandomi che il paese era abitato e soprattutto restituendomi la speranza che presto avrebbero aperto anche coloro che aspettavo.

In effetti, dopo una mezz'ora circa, arrivò ciabattando una gentile signora che non appena ebbe capito che ero nientedimeno che il Direttore Commerciale della Artemide di Milano, si mise subito in movimento per comunicare la mia presenza al titolare, il marito Tonino Spinelli.

Alle 18 circa fui investito da un uragano verbale di reprimende e rimproveri in italo-siciliano per lamentare l'insopportabile arroganza dei modi commerciali, gli errori nelle consegne, l'assenza totale di dialogo, ecc. di “noi del Nord”.

Quando, dopo più di qualche minuto, riuscii ad aprire bocca per tentare di difendermi, lo feci utilizzando l'italo-napoletano, la qual cosa bloccò sull'istante lo Spinelli che guardandomi interdetto mi chiese se fossi milanese. Al mio diniego allargò le braccia come dispiaciuto dicendo: "E non me lo poteva dire prima!". Trovammo così, immediatamente un comune terreno mediterraneo d’intesa. Mi spiegò allora che, anche se nel piccolissimo negozio non c'erano prodotti dell'Artemide, lui ne vendeva tantissimi attraverso la sua attività principale, quella edilizia.

La qual cosa scoprii essere possibile grazie alla spinta entusiastica di Tonino, un’eccezionale leva commerciale fondata su di una profonda conoscenza del design e alimentata da un’incredibile passione personale.Iniziò così una grande e solida amicizia, un'amicizia mediterranea, che dura ancora oggi. Per tre estati affittai case diverse e poi nel '74 comprammo un ettaro di terreno agricolo a Scopello e ci costruimmo due piccole abitazioni per l’estate: la mia la battezzai la Casa di Malamaruya.

Così è stato che ho imparato a conoscere e ad amare la Sicilia e fu a casa di Tonino e di Mariella Spinelli che conobbi Lodovico Corrao, il Senatore. Con lui poi nel corso degli anni conobbi la Nuova Gibellina, con il cretto di Burri e le opere di Pietro Consagra, Andrea Cascella, Mimmo Paladino e le architetture di Lodovico Quaroni, Francesco Venezia e Alessandro Mendini e di tanti altri architetti e artisti, nell'assurdo ma assordante silenzio dell'indifferenza, ai limiti dell'ostilità, degli abitanti.

Gibellina, il Sistema delle Piazze - Franco Purini, Laura Thermes

Negli anni successivi, dopo l'Italia, il lavoro mi portò a visitare quasi tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, scoprendo che dovunque mi trovassi era come se fosse casa mia.

Sarà anche per il fatto che, dopo avermi ben guardato in faccia, in Grecia mi parlavano in greco; in Libano, Egitto, Tunisia, Libia, Algeria e Marocco in arabo; in Catalogna in catalano e nel resto della Spagna in castigliano. Viaggiando ho capito che nel nostro Sud, in quello che per oltre settecento anni è stato il Regno delle due Sicilie, si ritrovano indelebili i segni delle frequenti scorribande dei "saraceni", che peraltro in Sicilia, nelle Calabrie e nelle Puglie e ad Amalfi stabilirono anche dei presidi stabili a salvaguardia di profittevoli alleanze commerciali.

Ho capito che i governanti, soprattutto quando sono stranieri (ma non solo), consolidano l'esercizio del potere con la presenza prossima di forze armate acquartierate a portata di sommossa. Migliaia di uomini durante molti secoli che certamente non passarono tutto il loro tempo nei quartieri loro assegnati; uomini giovani che presumibilmente non si limitavano a dormire e mangiare e bere...Uomini che evidentemente contribuirono con i loro geni alla costruzione di quella omogeneità somatica che in certa maniera caratterizza la più gran parte degli attuali abitanti del bacino del Mediterraneo.

Grazie ai saraceni e agli occupanti – catalani per oltre 200 anni, francesi per 160 circa e spagnoli per altri 200 – si è andata definendo, nel Sud d’Italia ma non solo qui, quel tipo fisico mediterraneo che, a mio avviso, definisce la migliore delle razze possibili: la “pura razza bastarda”, la razza-ossimoro, l’unica razza che ci può salvare dalle aberrazioni volte alla ricerca di una razza “pura”, ariana o no.

E poi un giorno Ferdinand Braudel mi diede gli strumenti per collegare fra loro luoghi, volti, profumi, sapori e quant’altro e accedere alla nozione storica e culturale di Mediterraneo, questa liquida placenta dove è nata la civiltà occidentale, questo ancestrale spazio geografico e storico che termina là dove termina di attecchire l’ulivo. I confini del Mediterraneo hanno la schietta legittimità che conferisce loro il fatto di essere definiti grazie a una legge di natura.

Quella legge che consente agli ulivi di sopravvivere a condizione che non si allontanino troppo dal Mediterraneo; una legge che prescinde da ogni criterio militare, economico o politico.

L’ulivo contorna e definisce un territorio omogeneo geograficamente, climaticamente, storicamente. Nel Mediterraneo è nata la civiltà delle prime città (città = civitas) e vale la pena di ricordare che le città sono nate molto prima delle nazioni.

Essendo queste ultime un’invenzione recente, nata per ripartirsi le spoglie dei resti dell’Impero, oramai ridotto a Impero Austro-Ungarico, all’interno del quale c’erano pezzi d’Italia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, i paesi balcanici e altro ancora.

Mappa Nautica di Gallipoli e Nardò di Piri Reis

Mentre invece Costantinopoli esisteva molto prima che ci fosse la Turchia, Atene prima della Grecia, Alessandria prima dell’Egitto, Napoli e Roma prima dell’Italia.

Bisognerebbe forse guardare meno all’Europa e rivolgersi di più verso il Mediterraneo.

Bisognerebbe forse rottamare lo Stato-Nazione a favore delle Città-Stato, cosa quest’ultima che mi sembra meglio corrispondere al fatto che già oggi oltre il 50% della popolazione mondiale vive nelle città e che si stima che nel 2030 questa percentuale arriverà al 70%.

Le smart-city potrebbero forse servire meglio ai cittadini di quanto non servano la più parte delle nazioni, oramai divenute, come ben documenta il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, dei mostri organizzati fondamentalmente per presiedere al prelievo fiscale, evidenziando come nelle moderne democrazie il fisco consideri i contribuenti come soggetti passivi, sudditi e non cittadini, da spremere in nome del cosiddetto bene pubblico. Queste mie riflessioni sono state alimentate e favorite da alcune letture, ma sono soprattutto confermate dalla vita che ho condotto negli ultimi dieci anni viaggiando costantemente, molto spesso in automobile, tra Barcellona, Nizza e Milano. Partendo da Barcellona si attraversano poco meno di duecento chilometri di Catalogna (Spagna) per passare, attraverso una frontiera ormai invisibile, in Catalogna (Francia); ancora poco più di cento chilometri e si arriva nella Languedoc, poi nella Provenza e di qui in Liguria (Italia). Lungo tutto questo tragitto di circa mille chilometri, il paesaggio, la cucina, i volti, la storia e la lingua sono uguali o molto simili fra loro. Questo viaggio si svolge all’interno di uno spazio ad alta omogeneità, che ha resistito alla politica delle nazioni, adattandosi ma rimanendo nel fondo fedele a se stesso.

È un territorio – un consistente pezzo di Mediterraneo – che è rimasto attraverso i secoli fedele alle sue matrici: in tutto il Sud della Francia si parla la lingua d’Oc che è assai simile al catalano e che si ritrova a Nizza, in Liguria risalendo fino ad alcune valli del Piemonte; la bandiera catalana a strisce gialle e rosse la si ritrova costantemente fino a Nizza e in alcune località liguri; la cucina è molto simile per ingredienti e ricette. Alle spalle di Nizza, fondata dal Conte Berenguer, si trova Barcelonette, che reca i colori della Catalogna sul suo stemma come peraltro si riscontra negli stemmi di numerose altre località della Languedoc, della Provenza e della Liguria.

Insomma la netta impressione che si ricava da questo viaggio è che, pur cambiando tre volte “Stato” – attraversando la Spagna, la Francia e quindi l’Italia – si rimanga sempre nella stessa “Regione” e che l’omogeneità di questa sia di gran lunga maggiore dell’omogeneità di quello.

E ciò malgrado il fatto che, politicamente e giuridicamente, le realtà nazionali abbiano, da ormai molti secoli, sostituito le ben più antiche realtà costituite dalle città e dalle regioni.

Articolo pubblicato su ArtApp 13 | IL MEDITERRANEO

Chi è | Giovanni Cutolo

Inizia a occuparsi di design in Artemide nel 1971. Professore incaricato alla Facoltà del Design del Politecnico di Milano dal 1996 al 2009. Dal 2008 al 2014 è stato Presidente della Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro e Vice-Presidente dell’ADI-Associazione per il Disegno Industriale.

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