• Puccio Duni

Enzo Mari, un ricordo del grande maestro del design italiano

Autore di progetti che hanno formato generazioni di designer, Mari ha saputo cambiare l’approccio al design, sorretto da una impostazione sociale e politica che faceva e fa difetto alla maggioranza dei designer


Enzo Mari


Nel profluvio di giudizi riaffiorati sulla stampa in occasione della morte di Enzo Mari colpisce che quello più ingeneroso verso il designer Mari coincida con quello più illuminante sull’uomo Mari. Ed è curioso che questo giudizio venga dal designer forse più lontano dal modo di essere e di pensare di Mari. Alessandro Mendini, parliamo di lui, definì Enzo Mari “la coscienza dei designers “ intendendo anteporre agli oggetti che Mari ha disegnato nella lunghissima carriera, quello che era l’approccio al design sorretto da una impostazione sociale e politica che faceva e fa difetto alla maggioranza dei designer.


Per Mendini, gli oggetti di Mari potrebbero non esistere, ma la sua importanza non ne soffrirebbe in quanto voce nel deserto di richiamo alla coscienza di chi immette nel mercato oggetti il più delle volte richiesti da logiche puramente di mercato. Ed è nota l’avversione di Mari per il marketing che progressivamente ha finito per ridurre il ruolo del designer a semplice interprete di briefings imposti da manager a largo spettro, il cui range di specializzazione spazia dalla moda alla cosmetica, dall’alimentare al casalingo e così via.Ben diverso il mondo in cui ha iniziato il suo percorso Mari quando poteva confrontarsi con Danese, con Gavina, con Gismondi, con Astori ; dei veri imprenditori del design, ovvero persone che potevano convenire con lui quando affermava il decondizionamento della forma in quanto valore e non in quanto strettamente corrispondente ai contenuti.


"Metamobili"


Le delusioni che Mari provava ogni volta che uno dei suoi progetti non riusciva ad incontrare i gusti della gente che non li riconosceva come facenti parte del sistema culturale lo portò a considerare il coinvolgimento dell’utilizzatore nel processo produttivo; nacque così l’album che dettava la costruzione dei fondamentali dell’arredo (sedia tavolo letto) partendo da semplici regoli e tavole, martello e chiodi.L‘operazione Metamobili, condotta con Dino Gavina, fu un vero flop perché si confrontava con un mercato del mobile qualificato che vendeva a persone che non avevano nessuna voglia di mettersi a smartellare per farsi dei mobili. Infatti Gavina, abituato a confrontarsi con la “creme” dei rivenditori italiani organizzò degli incontri con tutti i migliori rivenditori italiani cui presentò un progetto che praticamente li esautorava, in quanto tutti potevano comprare direttamente il pacco dei regoli di legno per costruirsi i mobili alla modica cifra di 20.000 Lire.


Va da sé che i rivenditori se ne fregarono di questo progetto che non decollò assolutamente perché ci furono molte richieste dell’album con i disegni che costava 1.000 Lire, ma pacchi ne partirono pochissimi.Mari era troppo avanti rispetto al mercato italiano che non aveva ancora conosciuto Ikea che avrebbe aperto in Italia nel 1989 e che forse avrebbe rappresentato il giusto interlocutore per questo colosso che non si decide mai ad abbracciare un vero design minimalista qualitativamente rappresentativo quale potrebbe essere una collezione Mari per Ikea. Quanti acquirenti del colosso svedese, che vanno a caccia all’interno del suo catalogo degli oggetti meno peggio, si riconoscerebbero nei progetti di Mari venduti con i ricarichi Ikea che sono un quinto (se va bene) dei ricarichi della nostra industria (?) del mobile?


"Autoprogettazione"


È proprio questo il limite del mercato italiano costituito da piccole e piccolissime imprese che attingendo a quote di mercato risibili hanno un coefficiente di penetrazione che le costringe a ricarichi assurdi che scontano anche un sistema distributivo altrettanto polverizzato che può servire una fetta di mercato decisamente abbiente, ma cui sfugge quella parte culturalmente preparata per recepire i pezzi di good design che, economicamente svantaggiata com’è, è costretta a girare alla larga. Il grande limite del design italiano è proprio questo che la creatività dei nostri designers non si è mai accompagnata ad una visione industriale di largo respiro. I nostri pur ottimi imprenditori hanno sofferto la mancanza del capitale e della pazienza necessari per scalare una posizione nel mercato che rendesse più appetibili ed abbordabili, a livello di prezzo, oggetti il cui costo industriale non era proibitivo ma che, con la crescita esponenziale dei ricarichi, rientravano nella sfera del desiderio irrealizzabile.


Se si analizza qualsiasi oggetto di Mari, quello che balza all’occhio è l’assoluta semplicità e la grande economicità dei componenti, fattori che lo rendono confrontabile a livello di costo industriale con prezzi del colosso svedese, ma il listino del suo produttore lo fa diventare un prodotto di elité. Fantasie a parte, Mari si è guadagnato con una vita di coerenti battaglie un ruolo fondamentale nel pantheon del design italiano e alla fine non posso che dissentire dal giudizio di Mendini sul fatto che i suoi oggetti potrebbero non esserci. Io me li tengo a mente e li suggerisco come momenti fondamentali per l’affermarsi nel nostro design nel panorama mondiale, per quello che sono e per chi ce li ha donati.

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