• Laura Cavalieri Manasse

Exodus di Mandana Moghaddam


L'artista iraniana ha realizzato una toccante videoinstallazione che racconta l'esodo dei migranti attraverso il movimento delle loro valigie alla deriva sull'oceano

© Mandana Moghaddam

Mandana Moghaddam conosce di persona il senso di perdita e dislocamento, speranza e rinnovamento del rifugiato. All'età di 21 anni fuggì dall'Iran dopo che suo padre fu messo a morte durante la rivoluzione e lei fu esclusa dall'istruzione superiore come punizione per la sua attività politiche. Dopo cinque anni di transizione in Turchia, le è stato concesso asilo in Svezia, dove vive oggi. La sua videoinstallazione cattura quell'esperienza attraverso il movimento di valigie alla deriva sull'oceano. L'incertezza della loro danza delicata sulle onde evoca empatia e un desolato senso di perdita, amplificato dalla pura semplicità e bellezza delle immagini. Tutto ciò che senti durante la proiezione del video è il suono dell'oceano, mentre l'immagine inizialmente rilassante crea un crescente disagio. Uno dei sacchi, appena fuori portata, inizia a raccogliere acqua e ad andare sotto. L'istinto è di allungare la mano e afferrarlo, estrarlo dall'acqua e salvarlo, salvare i pochi oggetti personali che si possono inserire in una borsa mentre scappi di casa. Le immagini, nella loro semplicità, restituiscono un senso profondo di tragedia e di perdita, e non si può non valutare la nostra azione, o la nostra inerzia, di fronte al problema dei profughi, degli immigrati e di coloro che cercano una spiaggia per continuare a vivere.

Mandana Moghaddam utilizza materiali e procedimenti insoliti per indagare in maniera più compiuta e creativa le tematiche sociali che le stanno a cuore. I capelli che nelle culture islamiche devono essere occultati dal velo, nelle sue opere diventano metafora del femminile e mezzo espressivo hanno fatto parte di un progetto di installazioni in quattro parti dal titolo Chelgis -quaranta trecce- che l’artista ha sviluppato dal 2002 al 2007. Nella prima installazione del 2002, Chelgis I, un corpo di donna a misura reale, interamente fatto di capelli intrecciati, è intrappolato in piedi in una grande “gabbia” di vetro ma dalla base fuoriescono delle ciocche, a segnalare la possibilità di una via d’uscita. La seconda installazione, esposta alla Biennale di Venezia del 2005, presentava un enorme blocco di cemento sospeso dal soffitto tramite quattro lunghe trecce di capelli neri attorcigliate con quattro nastri rossi. Dice l’artista: «Il blocco di cemento è simbolo della mascolinità tradizionale, assoluta, ma anche espressione di monotonia e freddezza. La treccia col nastro rosso è simbolo di brio, sensibilità e pacata luminosità femminile: è ciò che rende sostenibile il pesante blocco di cemento tenendolo sospeso.»

La contraddizione fra l’apparente fragilità dei capelli e la pesantezza del blocco è esplicita: il femminile è anche forza insospettabile, ma l’opera è intrinsecamente ambigua ”sono i capelli che tengono sospeso nell’aria il blocco di cemento o è l’invincibile blocco che ha catturato le trecce?” aggiunge, infatti, l’autrice. Certo, una chiara forza sovversiva non deve essere sfuggita alle autorità iraniane se queste hanno deciso di disfarsene: dopo l’esposizione veneziana, infatti, l’opera è stata distrutta con la motivazione che era troppo ingombrante e non valeva la pena di riportarla in Iran. La terza Chelgis, realizzata nel 2006, è un video che inquadra le gambe di una donna mentre, in piedi in una vasca da bagno, si taglia i capelli; c’è solo il suono del “lavoro” delle forbici e il contrasto fra il nero dei capelli e il bianco della vasca che amplifica l’impostazione oppositiva su cui si costruisce il senso dell’opera: atto di sottomissione ad una legge sociale coercitiva o segno di sfida e di rinascita di un soggetto indipendente? In Chelgis IV (2007) infine, le trecce rivestono l’ambiente interno di una struttura ottagonale che presenta all’esterno alte superfici lisce e specchianti. Anche in questo caso l’installazione gioca sull’equilibrio degli opposti e sul contrasto uomo-donna, fragilità-forza, verità-finzione.

Chi è | Laura Cavalieri Manasse

Segue la redazione del semestrale ArtApp e della sua piattaforma online, senza rinunciare a scrivere degli articoli sugli argomenti che l'appassionano, come la fotografia o il teatro. Collabora come editor per alcune case editrici e con tutti coloro che le chiedono un consiglio che li aiuti a scrivere in modo corretto e interessante.

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