• Silvia Lombardi

Fashion Revolution Week: la settimana per la moda etica e sostenibile

Per partecipare, dal 20 al 26 Aprile 2020, indossa un indumento al contrario, scatta una foto e postala sui social e chiedi ai brand: “chi ha fatto i miei vestiti?”

Il Fashion Revolution Day è stato fondato nel 2013, a seguito del crollo del Rana Plaza di Savar in Bangladesh in cui sono morte più di mille persone e oltre 2.500 sono rimaste ferite, la maggior parte di loro erano lavoratori e lavoratrici dell’industria tessile: il palazzo di otto piani ospitava diverse fabbriche che realizzavano prodotti di abbigliamento per i grandi brand occidentali, tra questi Benetton, Inditex (gruppo proprietario di marchi come Zara, Bershka e Pull and Bear) e Primark. Dalle macerie del Rana Plaza ha avuto origine il movimento globale Fashion Revolution, che invoca un profondo cambiamento nell’industria della moda, improntato a una maggiore trasparenza lungo le filiere produttive e al miglioramento delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici che ne fanno parte.



L'industria della moda produce i suoi capi a basso costo, nelle zone più svantaggiate del pianeta, le condizioni dei suoi lavoratori sono tra le peggiori, sia in termini di salubrità dei luoghi dove passano tutta la loro giornata, che in termini economici, così quest’anno la Fashion Revolution Week 2020 sta facendo un appello per un cambiamento strutturale nell’industria della moda ed è necessario che tutti facciano sentire la propria voce per fare pressione sull’intero sistema. I consumatori sono invitati a porsi la domanda: #whomademyclothes? (chi ha prodotto i miei vestiti), alla quale i produttori e le case di moda dovranno rispondere con l’hashtag #imadeyourclothes per dimostrare la loro trasparenza lungo tutta la catena di produzione, ma non solo, per ottenere la trasparenza della filiera produttiva e combattere la schiavitù moderna, i partecipanti della Fashion Revolution Week possono anche inviare delle mail alle case di moda per chiedere salari adeguati e condizioni di lavoro sicure per i loro dipendenti e ridurre l’inquinamento e gli sprechi della pro-duzione dei capi griffati.



Siamo in piena emergenza climatica ma il settore della moda continua ad essere responsabile per oltre il 10% delle emissioni a livello globale, per 92 milioni di tonnellate di rifiuti che finiscono nelle discariche e del 20% dell’inquinamento dell’acqua. Questo trend in crescita rispecchia la cultura del consumo della nostra società: oggi acquistiamo in media il 60% dell’ab-bigliamento in più rispetto a 15 anni fa e lo utilizziamo solamente per la metà del tempo. «Fashion Revolution vuole essere il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente – ha dichiarato Marina Spadafora, coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia – scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo.»



La co-fondatrice di Fashion Revolution, Carry Somers aggiunge: «quando tutto nell’industria della moda è focalizzato sul profitto, i diritti umani, l’ambiente e i diritti dei lavoratori vengono persi. Questo deve finire, abbiamo deciso di mobilitare le persone in tutto il mondo per farsi delle domande. L’acquisto è l’ultimo gesto nel lungo viaggio che coinvolge migliaia di persone: la forza lavoro invisibile dietro ai vestiti che indossiamo. Non sappiamo chi sono le persone che producono i nostri vestiti, quindi è facile far finta di non vedere e come risultato milioni di persone stanno soffrendo, perfino morendo.»

Anche Orsola de Castro, co-fondatrice dice la sua: «Fashion Revolution verte sul costruire un futuro nel quale incidenti come quello di Rana Plaza non succedano mai più. Noi crediamo che conoscere chi fa i nostri vestiti sia il primo passo per trasformare l’industria della moda. Sapere chi fa i nostri vestiti richiede trasparenza, e questo implica apertura, onestà, comunicazione e responsabilità. Bisogna riconnettere i legami rotti e celebrare la relazione tra clienti e le persone che producono i nostri vestiti, scarpe, accessori e gioielli, tutto quello che chiamiamo fashion.»



L'industria della moda non è solo un grande business internazionale, ma dopo aver analizzato i dati relativi al suo impatto ambientale ed umano, è diventata anche una questione sociale perché produce il 10% di tutte le emissioni di carbonio, è il secondo consumatore di acqua al mondo e inquina gli oceani con le microplastiche. Da queste valutazioni è iniziato a circolare il termine “moda etica”, cioè moda che rispetti le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto in eguale misura, usando il potere dell’industria della moda per catalizzare il cambiamento e ridare dignità alla catena di produzione dei grandi brand.


L’emergenza Covid19 sta rendendo esplicite tutte le criticità del mondo della moda, del modello di design, creazione e consumo strutturalmente insostenibile, in cui all’acquisto sempre più frenetico di nuovi capi di abbigliamento che spesso vengono dismessi dopo una sola stagione, fa da contraltare lo sfruttamento di milioni di persone, in particolare donne e bambini e un enorme impatto ambientale, per questo è necessario avviare una vera Fashion Revolution, che modifichi, nei consumatori di tutto il mondo, il modo di pensare la moda, non solo le modalità di acquisto dei capi, ma soprattutto nell'esigenza che questi siano stati prodotti in modo ecologicamente e socialmente sostenibile.



Chi è | Silvia Lombardi

Dalla Lombardia al Piemonte passando per l'Emilia Romagna, nomade per vocazione, due grandi passioni: la cucina e il teatro. Dopo la laurea in Antropologia dello Spettacolo a Bologna, si occupa di comunicazione e organizzazione teatrale: da poco ha festeggiato 10 anni di “cultivazione”, perché ogni spettacolo per cui ha lavorato è stato come un seme piantato nel terreno della promozione culturale. Nel tempo libero assapora la vita attraverso gusti e ingredienti dai più semplici ai più complessi, sempre alla ricerca di stupore e meraviglia.




























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