• Maurizio Boldrini

Giornalisti come esche


La cronaca giornalistica di un sequestro tra i detenuti e le guardie del Carcere di San Giminiano a Siena, nel 1975, che coinvolge un gruppo di giornalisti

Interno del carcere di San Giminiano

Cosa ricordo di quei terribili attimi? Per anni e anni ( ne sono passati più di quaranta da quei giorni) mi sono rifiutato di scriverne e ho continuato solo ad avere sprazzi di immagini come se fossero sequenze di un documentario. Non ricordo come arrivai al carcere di San Gimignano, appena seppi che due detenuti, bene armati, avevano preso in ostaggio molte guardie carcerarie. Era il 9 giugno del 1975. Erano gli anni delle ripetute rivolte di massa nelle carceri italiane.

Ricordo, invece, nitidamente Piazza della Cisterna assolata.

Così come ricordo nitidamente la stradina in discesa, in mezzo ad alte case medievali, verso il convento-carcere che, allora, era in pieno centro al paese, in quello storico edificio che era stato roccaforte del Comune per poi passare, a metà del 1300, ai Domenicani che per secoli lo avevano vissuto come convento. È dunque dentro le robuste mura del convento che si svolge la violenta azione dei due banditi, legati ad ambienti terroristici. Renato Mistroni e Severino Turrini avevano ricevuto tre pistole in una cesta. Si saprà, poi, che il metal detector non era in funzione. Luigi Morsello, allora e fino al 1981, Direttore del carcere, ha tenuto per anni e anni un suo originale blog, “I Giornalieri” nel quale ha raccontato con la precisione del funzionario pubblico i fatti. Così inizia la sua dettagliata cronaca: “ Il 9 agosto 1975 due detenuti presero in ostaggio un intero turno di servizio di guardie, divenendo padroni dell’intero carcere di San Gimignano.

Era un sabato. Furono sequestrati tutti (eccetto le sentinelle sul muro di cinta) i componenti del turno di servizio (…) I sequestratori avevano tre pistole: una Colt semiautomatica calibro 45, una Beretta calibro 9 e una Smith & Wesson calibro 38.

Nelle ore successive al sequestro arrivarono magistrati e parlamentari, furono avviate trattative poi fallite. Furono piazzati i tiratori scelti sui tetti che circondano il carcere. Arrivò Adele Faccio, la radicale coraggiosa che entrò in carcere nel vano tentativo di persuaderli.

Nulla da fare. Ritorno ora al racconto delle ore decisive, utilizzando il presente perché riprendo, in parte, l’articolo che scrissi di getto per il Nuovo Corriere Senese, settimanale che dirigevo. Nella mattinata del 10 i due rivoltosi chiedono di poter parlare con i giornalisti. Nel colloquio che segue minacciano di uccidere una guardia carceraria ogni dieci minuti se gli stessi giornalisti non diventeranno, d’ora in poi, i soli a negoziare. Le richieste si ingigantiscono. Mistroni e Turrini chiedono di poter parlare ancora con i giornalisti.

Dopo una veloce discussione sui probabili rischi, quando sentiamo uno sparo provenire dal vicino carcere, in cinque corriamo sotto le mura del carcere dove Turrini, nel frattempo, è sceso e aprendo le porte - che non avevamo visto- ci chiude dentro...siamo anche noi ostaggi. Sono le 3 e un quarto dell’assolato pomeriggio di domenica. Renato Mistroni ha preso il posto di Turrini dietro le inferriate della finestra del primo piano, finestra dalla quale si è sempre parlamentato. Renato Mistroni, appare subito alterato, anche dell’eccessiva quantità di vino bevuto. O magari di droghe. Sulla strada del carcere non abbiamo trovato nessuna guardia o magistrato che ci dicesse, come invece era stato fatto altre volte, di tornarcene indietro.

Appena presi, il Mistroni ci apostrofa duramente: “mettetevi con le spalle alla macchina. Se vi muovete sparo”. Cerchiamo di far capire che noi c’entriamo ben poco in tutta la vicenda e che ci siamo adoperati per una soluzione positiva. Il Mistroni non ragiona più: frasi inconsulte, le mani che agitano la pistola puntata, a turno, verso le nostre tempie: “Vedete, ci sono i tiratori, gli elicotteri. Mandate via tutto, se vi preme la vita”. Scene come questa l’avevo viste solo qualche volta nei film. Il giovane delinquente mi fa paura. Ci guardiamo con Claudio Carabba, l’altro di Paese Sera, e quasi contemporaneamente esclamiamo: “Ci siamo cascati come polli”.

Lui che è più esperto mi invita a non fare scatti, a stare fermo e obbedire. Ma il tempo per le battute non c’è più. Il Mistroni vuole parlare con Marghera e un altro magistrato, “quello di Poggibonsi” dice. Urliamo: “fate presto, fate venire i magistrati”. Dopo un po’ arrivano i magistrati. Il Mistroni ordina di chiudere il portone del cortile e di lanciare a lui le chiavi. Appare la faccia, ormai a noi nota, del Turrini. È più calmo del suo compagno.

Dice che siamo suoi ostaggi, di non muoverci. Nell’ordine fa entrare Margara e il procuratore di Poggibonsi Ghini. Insieme a loro il giornalista Calamai, della Rai. Ma il Mistroni ci vuole tutti dentro. La paura cresce. Ma cresce rapidamente in noi la capacità di adattamento alla incredibile situazione in cui ci siamo venuti a trovare. Mentre il Turrini chiude i cancelli del tunnel nel quale ci sta spingendo, arrivano i primi spari. Secchi. Al piano di sopra, confusione. Il Turrini ci urla, spingendoci con la pistola alla schiena: “vedete, hanno sparato, considerano anche voi carne da macello”. Corriamo coprendoci la testa, come viene naturale di fare in questi casi. Le pallottole sibilano sopra le nostre teste. Poi tenta di sapere subito cosa sia successo di sopra. Si sposta, vicino a lui è Calamai. Altre raffiche.

Ci spostiamo ancora, mentre il Turrini impreca ma rimane stranamente calmo. È la nostra fortuna. Controlla se è stato ferito, si apre la camicia; ci intima ancora di andare avanti, lungo il cunicolo. Quando arriviamo in fondo ci blocca e ci avverte: “se è stato ferito o ucciso il mio amico vi ammazzo tutti: uno ogni cinque minuti, a partire dai giornalisti e poi i giudici. Anzi, prima i giudici e poi i giornalisti”. Di fronte a noi ci sono delle scalinate. Le saliamo con il Turrini che ci segue con due pistole puntate su di noi. Non ero andato a fare il cronista di situazioni disperate. Cresce ancora lo spavento, ma la voglia di salvarci è tanta. Al termine della scalinata il secondo lungo corridoio. Il Turrini perde le staffe, si lancia in avanti mentre vede gli altri detenuti che stanno scendendo dal finestrone, su un lenzuolo bianco, il corpo dell’amico. Va avanti. Altra fortuna. Vediamo un tafferuglio, qualcuno che tenta, con tanto coraggio e sangue freddo, di bloccare il Turrini.

Con alcuni colleghi, tra i quali Riccardo Berti de La Nazione, ci lanciamo in una cella semiaperta. Si sentono ancora spari. Tentiamo di serrarci nella cella; non sappiamo infatti chi è che ha avuto la meglio nel precedente scontro. I nervi mi saltano. Ma ci sono i detenuti, che mai si sono uniti a noi, che ci aiutano, anzi ci proteggono. Sigarette, bicchier d’acqua. Come scriverà Berti un detenuto, dall’accento napoletano, ci offre anche un caffè. Ci dicono di star calmi che è tutto finito. Il corpo esangue del Mistroni ci passa davanti agli occhi. La sua morte è stata violenta.

Se il custode Emilio Castiglioni non fosse saltato addosso al Turrini, sorprendendolo, il macello sarebbe divenuto inevitabile e i nostri destini sarebbero forse mutati. Giustamente Claudio Carabba scriverà che “oltre alla paura la sensazione è stata quella di essere stati usati come esca”. Sono finalmente liberi tutti gli ostaggi. L’abbraccio con i colleghi e particolarmente con Renzo Cassigoli, capo redattore dell’Unità di Firenze, è nella piazza della cisterna. Da lì eravamo partiti, circa un’ora prima, convinti di continuare a dialogare, come era avvenuto in precedenza con i due rivoltosi.

Gli interrogativi e i dubbi sono tanti. Ma la gioia di essere fuori è più grande. Le foto ci ritraggono mentre usciamo dal carcere. Ho le mani alla tempie. Di corsa, a casa. Seguirono interrogazioni parlamentari sui fatti e sulla pericolosità di un carcere piazzato nel cuore di una città storica e dai grandi flussi turistici. I giornalisti furono insigniti del titolo di migliori cronisti dell’anno, con tanto di pergamena. Il processo si tenne a Perugia per direttissima con una inevitabile condanna del sopravvissuto. Ma piena luce non sarà mai stata fatta. Il carcere nel convento è stato dismesso nel 1991 e adesso quell’area è al centro di un progetto di recupero da usare per scopo culturali e turistici. Il carcere è ora in una piana, lontano dal centro. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Chi è | Maurizio Boldrini

Giornalista professionista, ha diretto testate giornalistiche senesi e toscane ( Nuovo Corriere Senese, Teleregione, Toscana tv, Facoltà di Frequenza); ha lavorato per importanti giornali quotidiani e riviste nazionali e internazionali ( Paese Sera, Unità, Viceversa, Rai, Il Manifesto, Le Monde Diplomatique). Ha vinto il Premio Senigallia quale miglior cronista italiano. Ha insegnato e insegna in diversi atenei: Sociologia della cultura e della comunicazione, Linguaggi della politica e delle istituzioni, Giornalismo e nuovi media, Pianificazione media.

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