• Michele Tavola

Gli orizzonti verticali di Alessandro Papetti


Un pittore che dipinge il volto nascosto delle città, paesaggi urbani che si svelano nei suoi quadri

Sopraelevata, 2012 - olio su tela

Cantare Milano senza il luogo comune della Madonnina che la domina dalla guglia più alta del Duomo, tracciare il profilo di Parigi senza la mole ingombrante della Tour Eiffel, raccontare Mosca senza la retorica del Cremlino. È possibile e, se si vuole essere onesti fino in fondo, è anche doveroso parlare di una città prescindendo dai suoi simboli, evitando di visitare solo il salotto buono e di esibire esclusivamente le eccellenze, i monumenti da due asterischi sulle guide turistiche e i ristoranti che vantano più stelle di una costellazione dello zodiaco.

E lo si può fare – come insegna Alessandro Papetti – senza per questo costringersi a un tono dimesso, piegandosi per forza all’estetica del brutto o a un trito neorealismo di terza mano.

La sua pittura, infatti, è sontuosa: gioiosa e stupefacente come quella dei maestri dell’epoca barocca. Le sue pennellate risaltano sulla tela agili e veloci e incantano lo spettatore per la facilità e la felicità con le quali sembrano essere state stese.

Più che di virtuosismo si deve parlare di “sprezzatura”, la qualità celebrata da Baldassar Castiglione nel Cortegiano, che consiste nel compiere le imprese più difficili e complicate con la più assoluta nonchalance, senza mostrare la fatica del gesto. Ogni sgocciolatura di colore, ogni macchia di pigmento pare caduta nel punto esatto al quale era predestinata. Ma Papetti sa anche che tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio del ventunesimo non può adagiarsi alle stesse iconografie e alle stesse categorie di pensiero dei suoi illustri predecessori del Seicento e del Settecento.

Metro Passy, 2013 - olio su tela

Quando ritrae il corpo umano esibisce la decadenza fisica delle membra come metafora di un dramma esistenziale, quando si dedica al paesaggio è costretto a rifuggire l’inattualità di scorci pittoreschi e neoromantici, quando sceglie il tema dell’acqua cerca atmosfere incognite e misteriose evitando la trappola delle vedute marine che hanno reso celebri pittori del passato, da Claude Lorrain a William Turner. E quando dipinge Milano, Parigi, Mosca o qualsiasi altra città sa che non può farlo ricorrendo alla Madonnina, alla Tour Eiffel, al Cremlino o ad altre immagini da cartolina e da rivista patinata.

Alessandro Papetti dimostra di saper coniugare iconografie congrue ai nostri tempi con una materia pittorica ricca e una maniera di grande respiro. I suoi paesaggi urbani privilegiano punti di vista inediti, ma soprattutto rappresentano le città invisibili, ovvero quelle parti degli agglomerati cittadini che sfuggono allo sguardo di chi li vive quotidianamente perché nascosti e inaccessibili o perché talmente anonimi da sfuggire alla nostra inconscia selezione visiva.

Papetti riqualifica metaforicamente e restituisce dignità, attraverso la sua pittura, a quelle migliaia di metri quadrati di cantieri, infrastrutture, vie di scorrimento senza i quali, semplicemente, le città non sarebbero tali.

Sopraelevata 2012 - olio su tela

I ponti che scavalcano gli snodi ferroviari riservano, a chi voglia fermare l’attenzione per più di qualche secondo, panorami mozzafiato, antitetici alle canoniche bellezze naturalistiche o monumentali ma, quale che sia la natura delle sensazioni che suscitano, sanno creare atmosfere che ritroviamo in pellicole di culto, da Metropolis a Blade runner.

Dietro a un titolo neutro quale Bologna non si celano le due torri o la facciata incompiuta di San Petronio, ma una distesa apparentemente infinita di binari che, per quanto l’occhio riesca a scrutare, potrebbero portare ovunque. Oppure basti passare sotto le sopraelevate per scoprire nuove terre di nessuno. In qualche metropoli sono state costruite gabbie di metallo dentro le quali sorgono tanto improbabili quanto suggestivi campetti di pallacanestro in cemento, in altri casi nascono mercati improvvisati dove si trovano le mercanzie più bizzarre, ma solitamente si è soltanto sovrastati dalla lunga lingua di cemento che preclude la vista del cielo.

Un’attenzione particolare, a partire dai primi anni Novanta fino a oggi, è stata dedicata da Papetti a quelle vaste aree che costituiscono mondi a parte, microcosmi a sé stanti, vere e proprie città nelle città, quali di fatto sono le fabbriche e i cantieri navali.

Non si entra se non per ragioni strettamente professionali ma chi vi lavora, e soprattutto chi vi lavorava nel secolo scorso, vi trascorreva buona parte della giornata e della propria vita.

Spazi enormi sottratti al pubblico utilizzo ma fondamentali per il sostentamento economico di tutto il tessuto sociale, entro i quali ogni strumento, ogni macchinario, ogni elemento architettonico sfugge a qualsiasi norma estetica ed è strettamente funzionale alla produzione.

Ma decontestualizzato e osservato con occhi nuovi, attraverso il filtro della pittura, assume valori poetici originariamente impensabili.

Articolo pubblicato su ArtApp 14 | LA CITTÀ

Chi è | Michele Tavola

Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in storia dell’arte presso l’università di Torino dopo essersi laureato in lettere alla Statale di Milano e dopo essere stato borsista alla Fondazione Longhi di Firenze, città dove ha frequentato anche la Scuola di Specializzazione in storia dell’arte. In qualità di esperto d’arte ha collaborato con Radio Popolare di Milano e collabora, dal 2008, con il quotidiano La Repubblica.

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