• Andrea Tomasini

Grazie a Dio – se Dio vuole


“B'ezrat HaShem” mi dice lui, “se Dio vuole!” gli rispondo con aria complice...

Photo © Enrico Rovelli

Le cose non vanno bene. Mia madre è caduta per 12 gradini – giù di testa. Ferita sopra la tempia, ginocchia contuse, forte dolore all’inguine e polso destro rotto. Poteva andare molto peggio. Il decorso è buono. La nostra casa a Monterone è inagibile. Ci si sta da circa 200 anni, là. Ora, presto, dovremo andare via, però abbiamo trovato una soluzione per continuare a restare a Spoleto nonostante il terremoto. Oggi son dovuto venire a Roma. “Vado e torno, ci vediamo prestissimo”, dico abbracciando l’anziana genitrice che mi incoraggia – ne abbiamo vissute tante di storie, alcune anche peggiori di questa, forse, ma adesso siamo ancora in due. Lei mi saluta: “abbiti cura e ci vediamo presto, se Dio vuole”.

Andando verso la macchina mi sento chiamare da Nasir Karim: “Andrea, amico mio!”. Era in macchina e accosta. Parliamo attraverso il finestrino aperto, lui seduto e io in piedi accanto alla portiera. Discorriamo del terremoto e dell’amicizia. Gli dico quanto abbia desiderio di fare quella chiacchierata che ci siamo ripromessi sull’Islam e in particolare sul misticismo sufi. Gli dico quanto io sia incantato dalla luce sufi, accenno a Shoravardi e all’Angelo Purpureo, cui ieri sera al gruppo di lettura abbiamo fatto riferimento. Ci sorridiamo stando in equilibrio sulla soglia di una sensibilità che sappiano di condividere: il sufismo e la mistica, forse una mistica che è comune ai monoteismi (credo ne accennasse Scholem).“Ma certo – mi fa Nasir, saggio e colto - è Sant’Agostino: ama e fa ciò che vuoi”. Abbiamo parlato tenendoci le mani. Lo saluto, lo ringrazio.

Proseguo la mia camminata pensando ai pini di Aleppo che sono sulle nostre montagne, ai monaci siriaci che nel IV secolo vennero qui a Monteluco e arrivo alla macchina contento. Sto per partire, se Dio vuole.

Oggi debbo – e ne sono felice - finire un’intervista. Ho il privilegio di rincontrare un uomo illuminato che nei suoi 95 anni di lucida e consapevole vita riassume in sé la storia del ‘900 del Mediterraneo. È Sion Burbea, ebreo tripolino, internato in Italia, superstite del campo di concentramento di Bergen-Belsen, che ha vissuto i Pogrom di Tripoli del '45 e del '48, e l’esodo forzato dalla Libia di Gheddafi fino a Roma.

La sua è una storia di vita con la buccia, di sofferenza, di amore, una storia accaduta nel secolo scorso fatta di saggezza senza tempo. “Ho sempre pregato, per quanto ho potuto, anche a Bergen-Belsen” mi dice.

La preghiera sospende il tempo ordinario, il tempo storico – osservo tra me e me, ammirando tempra e modestia di questo uomo colto e mite – la sofferenza non lo ha affatto incattivito, lo ha reso consapevole di come sono gli uomini con gli uomini: buoni, ma anche cattivi.

Sion ringrazia Dio, e ripete spesso “se Dio vuole”, con rispetto e soprattutto con il sorriso e la saggezza di un uomo speciale. Gli dico che è una frase che da me, a casa, mia nonna e mia madre hanno sempre detto – ci sono cresciuto. Mi sorride.

Lo ripetiamo insieme: “B'ezrat HaShem”.

Finita la conversazione lo ringrazio, come ringrazio la mia amica Jenny che ha reso possibile questo incontro. Riposti cavi, videocamera e microfoni, mi accomiato salutandolo ancora.

Sion mi dice. “A presto!”, sorridendomi. “Se Dio vuole!”, rispondo con aria complice.

Sion sta al gioco e ride soddisfatto. Alza un dito e, ammonendomi scherzosamente, mi risponde: “Se Dio vuole?! Ma Dio le cose buone le vuole. Siamo noi che non lo capiamo molte volte… ma lui le cose buone le vuole”. “La preghiera per capire?”, gli chiedo.

Lui scuotendo la testa per dare forza fisica all’assoluta convinzione nelle parole della sua risposta: “Si, sempre. Per capire”. Pregare per capire: esco ed emozionato mi fermo sul pianerottolo per appuntare quest’ultimo dialogo sul mio taccuino. Quando, dopo poco, mi chino sulla catena con cui avevo chiuso la vespa parcheggiata sotto casa di Sion, è in quel preciso momento mi accorgo di quanto oggi, con tutte le cose complicate che mi accadono, con la fragilità e la precarietà di cui son fatte queste mie giornate, mi rendo conto che devo ringraziare Dio.

Da Spoleto a Roma, dall’anziana genitrice attraverso Nasir fino a Sion ho incontrato lo stesso Principio, e mi sono immerso nello stesso mare, il Mediterraneo che unisce, incanta e bagna i miei dubbi e le mie curiosità, senza dividerle. Le nutre, piuttosto, e anche per questo dico grazie.

Chi è | Andrea Tomasini

Umanista improduttivo, sommelier, adora i sapori, gli odori, i libri, le parole e le immagini. Si occupa di medicina narrativa. Scrive racconti che tiene per se, aspirando a esser postumo. Ha girato il mondo, occupandosi di comunicazione e dell’impatto della ricerca scientifica sulla società.Vive tra Roma e Spoleto, alternandosi in modo irregolare tra qui e là, fatto che contribuisce a un alibi credibile per il suo disordine.

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