• Viola Grassenis

I bambini di Rue Saint-Maur 209


I Bambini di Rue Saint-Maur 209 di Ruth Zylberman è un docu-film dedicato alla memoria delle vittime dell’olocausto, un lavoro sensibile sull’animo umano e sulla coscienza collettiva

Immagini tratte dal film-documentario " I bambini di Rue Saint-Maura 209" di Ruth Zylberman

“Fin da bambina ricordo che rimanevo ammaliata osservando le finestre dei palazzi e immaginando la vita che vi si cela” Ruth Zylberman

In occasione della settimana della memoria è uscito nelle sale cinematografiche italiane il film-documentario I Bambini di Rue Saint-Maur 209 di Ruth Zylberman, distribuito in Italia da Lab80 Film. Affascinante e coinvolgente, quest’ultimo lavoro della Zylberman, è un documentario dedicato alla memoria delle vittime dell’olocausto, ma anche, soprattutto, un sensibilissimo lavoro sull’animo umano e sulla coscienza collettiva. Una riflessione sul nostro tempo storico e sociale in funzione del tempo biografico e soggettivo individuale che si rivela profondamente attuale. La figura di Ruth Zylberman è estremamente affascinante. Nata a Parigi nel 1971, dottoressa in storia del XX Secolo, scrittrice, novellista e regista di noti documentari, si dedica con costanza alla ricerca storica e, in particolare, allo studio del fenomeno nazista e dell’antisemitismo. Il rapporto con la storia e con la memoria è per lei un tema fondante che ripropone in molte delle sue opere, attraverso un lavoro documentaristico di altissima qualità che indaga l’uomo nel suo rapporto con il passato.

Da sempre la donna è affascinata da quella che lei definisce radioattività del male, ovvero quel sentimento che si trasmette di generazione in generazione dopo una catastrofe, che modella le società e le coscienze collettive e che ha ispirato molte sue opere. In questo senso vanno ricordati: La force des Femme (documentario - 2013), Dissidents les artisans de la liberté (documentario - 2009) e la novella La Direction de l’absent (2015) che può essere considerata preparatoria a I Bambini di Rue Saint Maur 209, proprio per la tematica legata all’olocausto. La Zylberman è prima di tutto una scrittrice e una ricercatrice, una che sa come risvegliare le coscienze, che non si accontenta di una visione superficiale, che non si sottomette alle strumentalizzazioni. I bambini di Rue Saint Maur 209 è un progetto che presuppone un’attenzione sociale particolare, che nasce adattando le esigenze cinematografiche e modellando la stessa trama sul rapporto empatico stabilito con le persone intervistate, le vere protagoniste della storia. Il grande lavoro di gestazione è un’esperienza collettiva guidata dall’attenzione delicata, rispettosa e umile della regista. La pellicola racconta la storia della persecuzione nazista a Parigi attraverso il racconto delle vite dei membri di una piccola comunità, quella residente nei quattro blocchi che si affacciano sul cortile interno di Rue Saint-Maur, un terzo dei quali di origini ebraiche.

La Zylberman ha rintracciato alcuni dei vecchi coinquilini della casa, che hanno dovuto abbandonare a causa della persecuzione nazista. Quello stesso palazzo che per alcuni è diventato rifugio e per altri trappola mortale, rappresenta la cornice attraverso la quale raccontare un dramma collettivo, del quale per molto tempo ne ascolteremo l'eco. Partecipando alla proiezione del documentario domenica 27 gennaio presso l’Auditorium di Piazza della Libertà a Bergamo, la regista ha svelato come la scelta dell’edificio fosse quasi totalmente casuale e si è stupita di come il caso, a volte, abbia potuto riservare risvolti e conseguenze inaspettate. Lei ha permesso che fosse l’istinto a guidarla e, una volta individuato un quartiere a nord est di Parigi come quello maggiormente interessato da sempre dal fenomeno dell’immigrazione, si è lasciata conquistare dalla storica corte interna che conserva ancora la stessa pavimentazione in pietra del tempo in cui ha ambientato il film. L’esigenza di realizzare questo film, ha spiegato, deriva dall’intreccio di più fattori. Il suo definirsi intrinsecamente parigina, aspetto riscontrabile soprattutto nel fascino che esercita su di lei l’immutabilità delle vie e dei palazzi della capitale francese che hanno attraversato i secoli restando sempre uguali a se stessi, la passione per la storia dell’Olocausto e per le vite degli altri, ne hanno ispirato la genesi. Individua la scala narrativa più adatta, ha scelto di raccontare la dimensione collettiva attraverso microstorie che si intrecciano tra loro.

Ha raccontato la gestazione del film, sviluppatasi per cinque anni attraverso un doppio binario che accosta ricerca e raccolta di materiali con l’intenso lavoro di selezione e le riprese cinematografiche. Un film impegnativo, che ti cattura fin dalle prime inquadrature e non lascia spazio a distrazioni: il coinvolgimento è totale. Attraverso i volti e le parole delle persone, le riprese e il sapiente montaggio cinematografico, emerge un lavoro profondo delicato e garbato.

La forte carica empatica che si crea tra lo spettatore e i protagonisti della pellicola deriva anche dall’abilità della Zylberman nel raccontare le singole esperienze delle persone coinvolte, rispettando il vissuto personale di ognuno di loro, ed entrando a passi sospesi nelle vite altrui. Tutte vite, almeno quelle degli abitanti di origine ebraica del quartiere parigino, che hanno subito una cesura, un brusco cambiamento che ha determinato, nelle loro esistenze, il delinearsi di un prima e di un dopo.

Questo film mette a nudo l’uomo, svelando e riportando alla luce dinamiche e scenari assopiti nella memoria organica, quel qualcosa che si trasmette in forma silenziosa e invisibile attraverso le coscienze collettive, attraversando il tempo. L’autrice ha terminato il suo intervento sottolineando il fascino del potere performativo del cinema, in grado di dar luogo a una trasformazione reale nella vita delle persone coinvolte. Il suo è un documentario politico, di presa di coscienza attuale e pone in primo piano la questione etica del salvare gli altri, senza filtri e mediazioni. La sua trama racconta di come si costruisce la memoria e di come quest’ultima debba passare di mano per non estinguersi.

Chi è | Viola Grassenis

Architetto per formazione, appassionata della vita per vocazione. Dal 2017 si occupa dell’ufficio stampa per l’Associazione culturale Officina Creativa dell’Abitare di Montalcino (SI). Da sempre scrive per sé stessa. Curiosa e testarda, si emoziona per la complessità dell’anima. Si interessa di architettura, arte, letteratura, psicologia, cinema, alpinismo, discipline circensi; ama stare tra le persone e con gli animali.

#ViolaGrassenis #RuthZylberman #Olocausto #Persecuzionirazziali

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