• Tania Politi

I limiti della rappresentazione


L’immagine nell'arte sostituisce la parola e trasmette un messaggio, sacro o profano.

La sua storia nell'arte del Medioevo

"Cena a casa di Levi" di Paolo Veronese - 1573 - olio su tela | Gallerie dell'Accademia di Venezia

L’immagine intesa come espressione artistica, nella storia ha sempre avuto la finalità di trasmette un messaggio, sacro o profano; essa sostituisce la parola e in quanto tale assume una valenza maggiore, veicolo di significati nascosti che dovevano essere decifrati. Per comprendere oggi le immagini del passato, in particolare dell’età Medioevale, abbiamo bisogno di conoscere il loro contesto storico, sociale e religioso. Niente era lasciato al caso e all'ispirazione, l’immagine era molto importante come strumento di comunicazione e come tale era controllata nei minimi dettagli affinché si confacesse ai parametri dettati dal committente. In questo periodo storico fu la chiesa cattolica a condizionare l’arte in maniera profonda e non solo, anche la mentalità della popolazione soprattutto quella che viveva le condizione più povere, facilmente fragile e suggestionabile”.

La rappresentazione artistica ha sempre sofferto dell’influenza e delle limitazioni imposte dall’ambito religioso in cui si trovava, obbligando l’artista a seguire dei parametri, soprattutto nell’età Medioevale e Rinascimentale (si pensi al Concilio di Trento che dettò norme per la produzione artistica incaricata dalla chiesa). L’artista era fortemente vincolato al committente, soprattutto se questo apparteneva ad una congregazione religiosa; egli pretendeva che l’artista riproducesse in modo quasi maniacale i propri dettami relativi non solo alla scelta iconografia (che doveva rispecchiare i testi sacri) ma anche il materiale da utilizzare, i supporti e la qualità dei colori.

Atteggiamenti fortemente intolleranti o di censura si ritrovano nella storia, per esempio se il finanziatore non era soddisfatto, poteva rifiutare l’opera oppure esigere che venisse rimaneggiata a proprio compiacimento. Uno dei casi noti di procedimento inquisitorio nei confronti di un’artista fu quello di Paolo Veronese, per l’opera “Cena a casa di Levi” 1573, il compromesso fu raggiunto con qualche modifica e con il cambio del titolo dell’opera. Il ruolo del committente era molto importante, non solo da un punto di vista economico, in quanto finanziava l’esecuzione del lavoro; egli vedeva nell’immagine un mezzo che serviva a esprimere determinati concetti allo spettatore. Nell’ambito di una comittenza ecclesiastica, lo scopo era di suscitare un’emozione intima, profonda, un avvicinamento al Signore, si voleva intimorire il fedele, con immagini mostruose, su quello che sarebbe stato il destino dell’anima, se si fosse comportato in modo peccaminoso.

Nel medioevo prevalentemente le raffigurazioni erano sacre, suggerite dalle storie del Vecchio e Nuovo Testamento (intese, soprattutto, come insegnamento per coloro che con conoscevano gli avvenimenti). La committenza poteva essere anche di tipo signorile ma in questo caso, l’esecuzione dell’opera era sempre vincolata a un soggetto votivo, destinato ad arredare gli altari delle cappelle di famiglia oppure le stanze private del capofamiglia (le camere da letto). Un esempio sono le immagini della Madonna col bambino, scolpite entro piccoli quadretti marmorei. Questo pensiero dunque portò la chiesa a commissionare opere con finalità precise; le città medioevali, per esempio, assunsero l’aspetto di un libro biblico, ricco di scene sacre ispirate dai Bestiari e dai Manoscritti miniati.

Non c’era angolo che non fosse pervaso da elementi decorativi come un Horror Vacui; le chiese mostravano in facciata scene fitomorfe e zoomorfe, draghi, animali mostruosi che simboleggiavano Satana, scene di caccia, tralci vegetali con grappoli d’uva, come simbolo eucaristico. L’immaginario scenografico, nella parte esterna della chiesa, come un sermone, avvisava il fedele che il “male” doveva stare al di fuori del tempio sacro. Il pullulare delle figure proseguiva poi all’interno delle chiese, con cicli pittori legati alla vita di Gesù.

Sguardi o semplice gesta plateali suggerivano la remissione dell’anima, poiché al termine di questa vita, si veniva giudicati al cospetto del Signore. La nota distintiva di queste opere è che tutt’oggi, a distanza di secoli, ci trasmettono la medesima sensazione, ne siamo completamente affascinati, proviamo un coinvolgimento tale da rimanere stupefatti da immagini che hanno coinvolto migliaia di persone nei secoli. Niente di più fortemente motivato e genuino può avere tale capacità e può perdurare così tanto nel tempo.

Horror Vaqui, 1999 | Daniel Canogar, digital wallpaper

Nel Medioevo occidentale, dunque, lo scopo principale della Chiesa, che per lungo tempo ha avuto il predominio su una concezione della vita più “spirituale” che “naturale”, era quello, con piena consapevolezza, di incutere il “terrore”. La speranza dell’esistenza di un mondo eterno che nessuno conosceva e che l’unico modo per redimersi era la fede; come una manipolazione intellettuale universale. I credenti vivevano in un contesto di vita difficile, piegata da malattie incurabili e dall’ignoranza che dilagava tra la popolazione.

Si generò, in questo modo, un pensiero comune, che in parte può essere considerato oggi come una manipolazione individuale e psicologica, ma in quel periodo era concepito probabilmente come processo naturale. Il pieno controllo delle immagini da parte della Chiesa trova ostacoli nei paesi nordici, come il Belgio e i Paesi Bassi, che abbracciavano la religione protestante, essi non furono coinvolti dalle convenzioni ecclesiastiche.

Essi furono i primi a rivolgere una particolare attenzione alla natura e alla realtà, liberi dai vincoli e dagli stereotipi “ingannatori” che coinvolsero parte dell’Europa. Nei loro dipinti già si percepiva un’attenzione più scientifica nel rappresentare l’immagine, tale e quale era nella realtà. La minuzia quasi ossessiva dei particolari, a tal punto, da avere più valore dell’elemento complessivo; si apre un sipario nuovo con scene di vita quotidiana ed elementi a contorno come fiori, alberi, animali, paesaggi costruiti in profondità.

Lo studio della luce fu un’innovazione importante, essi proponevano un mondo nuovo, più realistico; anche nei ritratti, furono i primi a dar luce a una caratteristica figurativa che troverà ampio spazio nella “pittura di genere”. Un esempio concreto di così tanta evoluzione artistica è il grande pittore fiammingo Van Eyck e la celebre opera il Ritratto dei coniugi Arnolfini del 1434 conservata alla National Gallery di Londra.

Ritratto dei coniugi Arnolfini, olio su tavola, Jan van Eyck, 1434, National Gallery, Londra

Questi artisti, provenendo da un contesto religioso meno “severo”, erano più autonomi non tanto nella scelta iconografica (pur sempre a carattere religioso) quanto nel dictus pittorico. Dal punto di vista estetico, oggi abbiamo un differente modo di rapportarsi all’arte e il binomio committente artista ha una valenza del tutto differente.

L’opera è concepita più liberamente e soprattutto l’artista ha consapevolezza del proprio “valore” che si allontana dai parametri dell’artista artigiano dell’età medioevale. Ci sono degli aspetti, tuttavia, che non ci allontaneranno mai veramente dal passato; ciascuno di noi per tradizione ha mantenuto delle strette radici con quel modo di vivere e di pensare che difficilmente riusciremo a valicare del tutto.

Per coloro che si considerano praticanti, ci sarà sempre un potere celeste che, in qualche modo muta il loro modo di agire, per superstizione o qual si voglia chiamare, “speranza”. Come accadeva nel medioevo, l’aspettativa del bene, la fiducia in qualcosa di inspiegabile ed indecifrabile, che possa aiutarci in questa vita terrena che, per qualcuno, più che per altri, può apparire difficile e tortuosa. Di fronte a ciò che non possiamo penetrare o spiegare razionalmente, ci comportiamo spesso proprio come i nostri predecessori, rimaniamo imprigionati in griglie mentali che ci aiutano ad andare avanti. Come se la storia in qualche modo si ripresentasse, ogni volta, non c’è niente di nuovo in quello che viviamo in quello che siamo, nel nostro intimo, profondo e spirituale modo di vivere questa nostra esistenza.

Chi è | Tania Politi

Laureata in Conservazione dei Beni Culturali, indirizzo medievale, all’Università degli Studi di Pisa. Nel 2006 si trasferisce a Dublino per approfondire gli studi medievali e collabora con la Biblioteca del Trinity College, che conserva il celebre “The Book of Kells”. Collabora con molte riviste d’arte e dal 2011 è docente presso le scuole medie inferiori ed Istituti superiori in ambito italianistico e storico artistico, segue laboratori d’arte nel settore della lavorazione della ceramica, fa parte attiva di diverse associazioni italiane del Medioevo artistico.

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