• Luigi Mangia

I muretti a secco del Capo di Leuca nel Salento


L’architettura è nata in campagna dove il suo ruolo era di servizio, di risposta e di soluzione ai problemi sociali di comunità a partire da quello di sicurezza e di difesa

Gagliano del Capo (LE) | Photo © Anna Licchelli

Ti guardo Natura e, mi innamoro ancora, ancora di più!

Sento la terra, sento l’aria, sento il calore umido della luce del sole, sento il rumore dell’acqua del mare e scopro di essere musica e acqua; fatto di acqua e musica. Sento forte, sento di appartenere, mi basta: non ho il bisogno di vedere, perché sento il paesaggio dentro le vene. Abitare vuol dire essere nella terra, senza avere però il suo possesso, ma sentire il suo rispetto quindi rispettare il principio di alleanza: uomo terra nella natura. L’architettura racconta le diverse culture del rapporto dell’uomo con la terra e di come l’uomo ha abitato lo spazio e vissuto il tempo. L’architettura è nata in campagna e nella campagna ha imparato che il suo ruolo era di servizio, di risposta, e di soluzione dei problemi sociali di comunità a partire da quello di sicurezza e di difesa. Viene dalla terra il dovere di rispetto e di armonia che devono essere l’ispirazione che guidano la “matita” dell’architetto.

I muretti a secco sono una bella storia di architettura semplice ma anche di antiche “radici” di conoscenza, di materiali e di regole, sono infatti monumenti di un’arte vera. A conoscere l’arte dei muretti a secco erano i pastori, e i contadini; gli specialisti erano però i “cavamunti” i quali con ascia e piccone ricavavano da grosse pietre “cozzi, cuti” per avere pietre da utilizzare nella costruzione dei muretti a secco. La prima fase dell’intervento era quella di raccogliere dai campi le pietre, sistemarle in mucchi nella distanza di due metri uno dall’altro lungo il tracciato per facilitare il lavoro e per evitare la fatica di fare avanti e indietro con le pietre. La sapienza era, di saper conoscere la misura dal peso; la tecnica era quella di mettere una pietra sopra l’altra e poi di chiudere i vuoti con apposite pietre ad incastro. L’ultimo passaggio era quello di chiudere le fessure con terra umida: cioè saldare le pietre. I muretti a secco non sono stati fatti con i calcoli matematici degli ingegneri, ma con l’esperienza dei contadini. Quei muretti resistono e hanno superato molti secoli; hanno resistito alla forza distruttrice dei venti e vinto anche la forza dell’acqua delle grandi piogge torrenziali degli autunni mediterranei.

I muretti a secco sono quel modello di architettura che è capace di declinare i valori di rispetto e di armonia promuovendo l’alleanza fra l’uomo e la natura. Sono infatti rispettosi della terra e sono un sistema di biodiversità. I muretti a secco infine disegnano dei quadri di geografia fauno floreale che promuove bellezza e rigenera identità di volti e luoghi della memoria ancora viva del paesaggio che scorre nelle vene. Sono stati questi i valori e anche i motivi che hanno convinto la Commissione dell’Unesco a deliberare di inserire nella lista dei beni immateriali i muretti a secco. Per noi di ArtApp questo riconoscimento è un valore che ci aiuta ad essere più forti e più puntuali nel portare avanti quella pedagogia del rispetto e dell’armonia della progettazione e ancor di più di avere rigore contro il consumo di territorio; infine del compito dell’architetto di recuperare l’esistente costruito: palazzi, case, fabbriche dismesse, chiese sconsacrate nella filosofia e nella prospettiva della rigenerazione. La nostra vita passa, ed è fatta di architettura: solo per questo nell’architettura si delinea il nostro futuro.

Chi è | Luigi Mangia

Dal 2015 è responsabile della Biblioteca dell’Istituto per ciechi Anna Antonacci che custodisce un patrimonio costituito da libri in braille delle opere liriche e sinfoniche. Fa parte dello staff della rassegna Cinema del Reale che si svolge nel comune di Specchia (Le) e partecipa al direttivo del Locomotive Jazz Festival in cui cura la musica nel sociale, è presidente dell'Associazione locale Boy’s Sport Arte e Cultura e dal 2016 è collaboratore dei Cantieri Teatrali Koreja.

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