• Franco Avicolli

I putti di San Francesco della Vigna a Venezia

La chiesa di San Francesco della Vigna è interessante per ragioni costruttive, artistiche, architettoniche e per l’incontro tra la famiglia Grimani e i protagonisti dell’arte veneziana del '500


"Aleph di Napoli" è una favola urbana, così la definisce il suo autore Silvio Perrella; la narrazione prende corpo con la ricerca di un punto di congiunzione dove “è possibile ripensare una Città che ha perso la visione di se stessa”. Lo scrittore siculopartenopeo si riferisce a Napoli ed è un utile suggerimento di lettura della città, per aprire o riprendere il dialogo con i nostri ambienti urbani, trovare riferimenti identificativi, certezze in crisi, affinità e infine per ristabilire un rapporto con l’ampio territorio dove biologia e strategia diventano giorno e tempo, forma e storia, complesso di valori culturali in cui riconoscersi e “sentirsi a casa”, nel senso più ampio e rassicurante del termine.


Su questo piano Venezia è sicuramente un topos, per essere essa stessa visione di mondo e civiltà, dimensione che si affida più alla metafora che alla geografia, forma singolare e storica della strategia per soddisfare l’istinto di sopravvivenza e di riproduzione. Fra le molte proposte, trovo di particolare suggestione la chiesa di San Francesco della Vigna, parte di un complesso che include il convento e il colonnato del palazzo della Nunziatura che chiude il campo a sud. L’opera è interessante per ragioni costruttive, artistiche, architettoniche e, insieme, per essere espressione significativa dell’incontro tra la famiglia Grimani e i vari protagonisti dell’arte veneziana del Cinquecento.


La chiesa nasce da quell’incontro ed è tra le espressioni più complete della renovatio urbis che caratterizza il Rinascimento veneziano. Si tratta di una condizione che permette di avere una qualche idea più puntuale di Venezia e riferimenti per pensare alla città che un testimone del tempo, l’ambasciatore francese Philippe de Commynes, definisce trionfante, di entrare nel pensiero dei protagonisti, a cominciare da Jacopo Sansovino. L’architetto fiorentino dà forma architettonica a quella che Tafuri chiama traslatio urbis, la trasmissione a Venezia del ruolo svolto da Roma nell’antichità, metaforicamente rappresentato dal cardinale Bessarione che dona la propria biblioteca di antichità allo Stato. Sansovino arriva a Venezia nel 1527 chiamato da Vettor Grimani, provveditore delle più importanti operazioni edilizie del dogado di Andrea Gritti (1523-1538), il doge che obbligò i proprietari dei fondi a costruire protezioni in pietra delle fondamenta per contrastare le acque alte e artefice del rinnovamento della città.


La famiglia Grimani cura in modo speciale il legame tra Venezia e Roma ritenendo necessario modificare l’atteggiamento culturale chiamando e favorendo l’arrivo a Venezia della cultura e dei protagonisti del Rinascimento romano e fiorentino. La disfatta di Agnadello ha evidenziato i limiti della Repubblica e la necessità di acquisire altre conoscenze e esperienze nello spirito del rinnovamento di Firenze e Roma. È una visione, quella dei Vettor, che si estende alla politica dello Stato come accade a Roma e Firenze impegnati in una grande opera di ridefinizione della città e dei suoi caratteri specifici in corrispondenza di una funzione e di un progetto. Alla morte di Vettor Grimani, suo fratello Giovanni, Patriarca di Aquileia, affida a Palladio la realizzazione della facciata esterna e interna della chiesa in cui dal 1548 trasferisce la cappella di famiglia, in precedenza presso la chiesa di sant’Antonio di Castello.


Chiesa di San Francesco della Vigna (interno) Venezia


Nella chiesa si afferma quindi una continuità di propositi e di visioni che passa da Sansovino a Palladio, in una continuità in cui la Venezia del Cinquecento si racconta mentre definisce la propria sacralità, per definizione intoccabile. Giovanni Grimani è un grande collezionista di antichità e alla sua morte lascerà allo Stato la collezione che poi confluirà nell’attuale Museo Archeologico di Venezia. Nel 1585, nella chiesa di San Francesco della Vigna sarà trasferita la tomba di Andrea Gritti, forse proprio per riconfermare l’importanza simbolica della renovatio con il suo artefice fondamentale. A San Francesco della Vigna e al complesso di cui fa parte, Antonio Foscari e Manfredo Tafuri hanno dedicato "L’armonia e i conflitti. La chiesa di San Francesco della Vigna nella Venezia del ‘500", un approfondito lavoro di ricerca al quale rimando il lettore più esigente. L’opera sottolinea appunto gli intrecci culturali e politici che convergono nella chiesa e che per molti aspetti danno anche acute interpretazioni di Venezia.


Dal mio canto mi limito a segnalare l’aquila che appare nel timpano della facciata con la scritta renovabitur, del salmo renovabitur ut aqurenilae juventus tua di Davide, e ad una simbologia cristiana dell’aquila che, secondo Valentina Cantone, assume progressivamente il significato della resurrezione dell’anima. Ma nell’aquila c’è anche una simbologia che riporta a Ganimede, alla bellezza rapita da Giove e quindi degna della divinità. Si tratta di un significato che collega la chiesa a valori non esclusivamente religiosi che, nel caso di una chiesa fortemente vincolata ad un momento speciale di Venezia, può suggerire percorsi suggestivi di un qualche senso della città. Ma l’opera sulla quale desidero richiamare l’attenzione è la "Madonna con il bambino in trono", una straordinaria pala di Antonio da Negroponte del 1455. Essa appartiene al tardo gotico e fino al secolo scorso venne ritenuta di Antonio Vivarini. L’epoca è particolarmente attenta alle simbologie di cui la pala è molto ricca.


"Madonna con Bambino in trono" di Frà Antonio da Negroponte - Venezia

Nella parte superiore, c’è una lunetta molto gentile realizzata dal coevo Benedetto Rusconi che ben si accorda alla raffinatezza dell’opera ricca di particolari. La pala venne collocata nella chiesa quando aveva più o meno un secolo ed è unica per un dettaglio. Gli otto putti nuotano con le loro alette che affiorano dalle onde di un cielo fatto d’acqua. Orbene non può sfuggire la particolarità del cielo acqueo di un’opera realizzata da un frate e collocata in quella chiesa con un aspetto nel quale è possibile leggere una vera e propria dichiarazione di appartenenza, che è del momento della fattura, forse corrispondente alla richiesta del committente e ribadita, infine, con la collocazione nella chiesa. In questo momento di orientamenti deboli, trovo oltremodo interessante un percorso della sacralità di Venezia che simbolicamente riporta all’acqua e alla bellezza.



Chi è | Franco Avicolli

Russista di formazione. È stato Direttore ed Esperto presso gli IIC di Córdoba (Argentina) e Città del Messico; Funzionario presso lo IUAV, Ricercatore presso l’AS di Cuba. Ha tenuto corsi presso università di Cuba, Argentina e Messico. L’UC di Córdoba gli ha conferito la Laurea honoris causa. Cura la promozione e realizzazione di progetti culturali e della città. È stato collaboratore della rivista America Latina e collabora con la Domenica del Sole 24 Ore, Ytali, Nexus e altri. Ha scritto libri e cataloghi e dirige lo Spazio Micromega Arte e Cultura (MAC) di Venezia.

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