• Dominique Robin

I simboli del nostro tempo


Nella foresta dei simboli del nostro tempo, le ciminiere delle centrali nucleari si inseriscono sull’asse temporale della nostra civiltà, imponendosi come elementi duraturi del paesaggio

Attraversando la Francia, si hanno molte probabilità di incrociare sulla strada degli enormi pennacchi di vapore bianco prodotti dalle centrali nucleari. Secondo l’opinione comune, questa colonna di fumo che si mescola ai cumulinembi, sarebbe inoffensiva, giacché è composta esclusivamente di acqua. Bisogna ammettere che, viste da lontano, le centrali nucleari formano sull’orizzonte dei segni straordinari; si potrebbe pensare che siano delle vere e proprie macchine per fare nuvole. Anish Kapoor afferma che le forme più semplici sono quelle più emozionanti. In questo senso, certamente, le ciminiere delle centrali termonucleari francesi hanno qualcosa di riuscito. Con la loro base leggermente evanescente e la sommità che si apre delicatamente, rimandano al gesto di colui che, afferrando la terra, apre la mano verso il cielo. Enigmatiche per il loro essere gemelle e per il colore bianco, non sono dissimili dai segni eterni lasciati dall’uomo in epoche precedenti, come i megaliti o le piramidi.

Sarebbe interessante descrivere le centrali nucleari dal punto di vista delle diverse cosmologie delle grandi civiltà. Vista attraverso la mia cultura, direi che una centrale nucleare è un segno totalizzante: impone la sua presenza su tutti gli assi possibili della mia personale rappresentazione del mondo, posizionandosi al centro – giustamente – di questa totalità. Abitando il cielo, molto di più rispetto ai più grandi grattacieli che si perdono nella moltitudine urbana, si aggrappano alle sponde dei fiumi o ai bordi del mare da cui si nutrono continuamente e copiosamente; irrigano con la loro energia una rete gigantesca e tentacolare che si estende per migliaia di chilometri.Si inseriscono sull’asse temporale della nostra civiltà, imponendosi come elementi duraturi del paesaggio e accompagnando ogni singolo istante del nostro quotidiano. La loro dimensione gigantesca è raddoppiata dalla capacità di intervenire sull’infinitamente piccolo, dividendo quello che, secondo gli antichi, non poteva essere diviso, l’atomo; e trasmutando la materia come un tempo cercavano di fare gli alchimisti.

L’acqua, la terra, l’aria, il fuoco, il cielo… si può dire che alcuni degli elementi più importanti della nostra cosmologia sono convocati da questo segno straordinario che è la ciminiera del reattore nucleare. Tendo a considerare questa congiunzione come il sintomo di un’inaudita potenzialità che può trasformare in modo durevole la nostra realtà, al di là dell’immaginabile. Nella foresta dei simboli del nostro tempo, le ciminiere delle centrali non sono che la punta dell’iceberg. L’energia nucleare produce, come è noto, rifiuti altamente pericolosi che devono essere smaltiti in luoghi estremamente protetti giacché è impossibile far perdere loro la radioattività. Per risolvere questo problema sono state prese in considerazione numerose soluzioni. Lo stoccaggio sotto terra è la soluzione che ha avuto il maggior successo. In Finlandia (Onkalo), in Belgio (Boom), negli Stati Uniti (Yucca Mountain) e così via. Si scavano enormi caverne in previsione di un seppellimento duraturo dei rifiuti radioattivi. Secondo le autorità, questi luoghi di stoccaggio resteranno intatti per almeno 100.000 anni; la principale garanzia a sostegno di questa affermazione è la stabilità degli strati geologici scelti.

Negli anni 90 del XX secolo, l’ANDRA, l’agenzia francese di trattamento dei rifiuti nucleari, ha cercato di installare un luogo di stoccaggio nel Poitou a 30 km dalla mia casa paterna. Una dura lotta degli abitanti del villaggio ha impedito che questo progetto venisse realizzato. Vent’anni dopo le autorità francesi hanno finito per scegliere un’altra regione, malgrado l’opposizione sistematica della popolazione. Si tratta del villaggio di Bure nell’Est della Francia. Il progetto consiste nel deporre, a circa 500 metri sotto terra, in strati geologici di oltre 150 milioni di anni, dei fusti contenenti i rifiuti più tossici di cui certi rimarranno mortali per oltre 500.000 anni. Per cento anni, l’accesso a questo cimitero sotterraneo sarà preservato e il deposito sarà “reversibile”. Nel 2125, i pozzi d’accesso saranno chiusi, la roccia argillosa si richiuderà sui contenitori rinforzati in cemento che saranno intrappolati per sempre. Al di là delle questioni ecologiche e scientifiche, il progetto pone un problema simbolico: avvelenare il suolo a un livello tale significa, in una certa misura, avvelenare le nostre stesse fondamenta; è il segno di una profonda incomprensione della forza simbolica delle nostre azioni. È curioso che una società che riflette tanto sulla forza dei segni visivi e dei simboli sia arrivata a una tale situazione, senza precisa volontà o quasi.

Il documentario "Into the eternity" di Michael Madsen mostra bene la problematica a lungo termine posta dallo stoccaggio dei rifiuti. Si appoggia, all’occorrenza, sull’esempio fornito da Onkalo, in Finlandia. Il punto culminante del film si articola attorno alla questione dei segni. Bisogna lasciare in superficie dei segni che indichino il luogo alle generazioni successive, seppure a rischio di provocare la curiosità di eventuali saccheggiatori, cercatori di tesori o futuri archeologi? Bisogna, al contrario, fare tutto il possibile affinché il sito venga dimenticato ed evitare in tal modo che sia visitato dagli uomini del domani? In questo caso, come organizzare l’oblio quando la legge finlandese richiede alle istituzioni governative preposte all’archivio una trasmissione estremamente precisa dei documenti? Alcuni esperti propongono degli avvisi scritti in tutte le lingue più diffuse, collocati all’entrata dei siti. Ma se questi avvisi saranno ancora compresi fra 30 o 50.000 anni, saranno comunque rispettati? Rispettiamo forse gli avvertimenti all’entrata dei monumenti funebri antichi?

È sintomatico che per far sì che la questione venga presa in seria considerazione, le autorità competenti dei diversi Stati abbiano fatto ricorso agli artisti. Queste ritengono, in effetti, che le lingue abbiano una durata di vita troppo breve e che sia preferibile utilizzare dei simboli più diretti come disegni o sculture, sapendo che il famoso simbolo nero e giallo, che oggi indica la radioattività, non ha molte probabilità di mantenere il proprio significato per un lungo periodo.

I responsabili del sito di Onkalo parlano di un cartello che raffiguri il celebre Urlo di Munch; affermano che questo grido è universale, è segno di paura e sofferenza oggi così come lo sarà nel futuro, mantenendo la sua capacità di far fuggire anche l’Homo sapiens di domani. Negli Stati Uniti, un artista ha immaginato per le Yucca Mountain un campo di spine giganti. Più recentemente in Francia, l’ANDRA ha fatto appello all’arte contemporanea per riflettere sulla memoria dei suoi centri di stoccaggio. Veit Stratmann, artista plastico, è stato il primo a interessarsi al soggetto. Alla fine del 2011 ha presentato il suo rapporto intitolato "La collina".

Per lottare contro la perdita di memoria, ha proposto di costituire un rituale ogni trent’anni, rivolto a rialzare regolarmente la superficie del suolo. Dopo circa 300 anni, la copertura raggiungerebbe i 57 metri d’altezza, diventando una collina.

100.000 anni fa l’uomo di Neanderthal cacciò il mammut dalle pianure dell’Ile de France, come testimonia una scoperta molto recente a 200 km da Bure. 50.000 anni fa altri uomini cominciarono a dipingere le primissime caverne, secondo quella che viene definita arte parietale. Questa pratica perdurò per oltre 40.000 anni ma il significato esatto di queste pitture, spesso in grotte difficilmente accessibili, resta essenzialmente un mistero. 4500 anni fa gli egizi cominciarono a erigere la grande piramide di Cheope. 1500 anni fa, a Civaux nel Poitou a 40 km da dove abito,

i Merovingi costruirono una grande necropoli, interamente circondata da coperchi di sarcofagi, innalzati come menhir. Questo sito storico si situa ai piedi della centrale che fornisce energia a tutta la regione. Volgendo uno sguardo a tutto ciò, una questione merita di essere approfondita: che cosa simboleggiano le grandi centrali nucleari? Noi siamo, come suggerisce Francis Hallé, dei grandi maestri dello spazio o, come le pietre, maestri del tempo? Sono fra coloro che pensano che l’umanità sia una minuscola cosa perduta nell’Universo. Come artista, non sono nemmeno ossessionato dall’idea di lasciare una traccia. In nessun attimo della mia vita sono riuscito a comprendere perché abbiamo osato collocare la nostra epoca nel mezzo di una scala temporale talmente imponente, una scala in cui i vulcani e gli strati geologici millenari risiedono nella maestà della loro permanenza.

Chi è | Dominique Robin

Appartiene alla generazione di artisti che usa diversi modi di espressione in dispositivi complessi: disegni, video, fotografie, suoni e altri ancora. Le sue installazioni sono narrative e richiedono l’attenzione del pubblico che deve mettere la sua immaginazione in moto, rendersi disponibile. Il suo lavoro si è confrontato con diverse realtà (gli studenti di Conakry, i ragazzi di strada in Rwanda, i ricercatori del CNRS a Parigi), tratta più particolarmente dei problemi ambientali. Le sue opere sono esposte in numerosi centri d’arte internazionali.

#DominiqueRobin #Centralinucleari #AnishKapoor #MichaelMadsen #VeitStratmann

Schermata 2020-01-20 alle 17.09.20.png
Sostieni ArtApp!

Ti è piaciuto ciò che hai appena letto? Vorresti continuare a leggere i nostri contenuti? ArtApp è una rivista indipendente che sopravvive da più di dieci anni grazie a contributi liberi dei nostri scrittori e alle liberalità della Fondazione Bertarelli.

Per supportare il nostro lavoro e permetterci di continuare ad offrirti contenuti sempre migliori Abbonati ad ArtApp. Con un piccolo contributo annuale sosterrai la redazione e riceverai i prossimi numeri della rivista direttamente a casa tua.

Scelti per voi

FB-BANNER-01.gif

© 2020 Edizioni Archos P.IVA 02046250169 - ArtApp | semestrale | Anno XI | Reg. 03/2009 Tribunale di Bergamo

  • Facebook - Bianco Circle
  • Instagram - Bianco Circle