• Paolo Riani

Il Wacoal Building a Tokyo

Il progetto di Kisho Kurokawa Architect & Associates del 1987, sembra un pubblico monumento alla macchina, una “istituzione” giapponese per eccellenza


Guarda attraverso un unico occhio al Palazzo Imperiale, al di là del fossato, con l’assente distacco della Maria Meccanica di Fritz Lang, ponendosi scostante fra gli edifici della Metropolis di Tokyo, appoggiato con surreale incongruità alle porte della residenza di Irohito. Circondato da edifici importanti – la Corte Suprema, la National Diet Library, il Comando della Polizia Metropolitana, il Teatro Nazionale – misteriosamente immobile il Wacoal Building si può leggere come un pubblico monumento alla macchina, una “istituzione” giapponese per eccellenza. È la sede creativa di una casa di mode. Costruito in Alucobond Silver e vetro bianco opale cristallizzato ad alta resistenza, tenuti insieme da collanti speciali, questo Space Shuttle made in Japan sembra pronto a partire per una destinazione collocata nel futuro mentre all’interno parla di tradizioni rivisitate, attraverso testimonianze raccolte in un lungo viaggio immaginario lungo la via della seta. L’Oriente e l’Occidente, il passato ed il futuro si confrontano e si mescolano.



Sull’ingresso una tettoia a forma di disco volante pare temporaneamente sospesa nell’aria accanto alle illusioni di corpi scolpiti in un bianco telo tirato da Issei Miyake. Nella hall una scultura in acciaio inox di Tada Minami disegna ombre e riflessi di immagini distorte del passato. Del tutto diverso dagli altri esempi di Corporate Architecture, l’interno di questo edificio è organizzato come una sovrapposizione di spazi liberi polivalenti concepiti per rispondere allo stesso tempo a funzioni diverse: studio creativo, uffici commerciali, vetrine, esposizione, stoccaggio di nuovi prodotti, guest house. All’ultimo piano, al grande salone voltato delle sfilate, si arriva direttamente dall’ingresso con un ascensore super veloce che ci sbarca in uno spazio di decompressione rosso lacca. Poi si percorre un lungo corridoio stretto e voltato come un tunnel la cui parete sinistra galleggia sopra un cristallo che lascia intravedere i ciottoli immacolati di un giardino pensile.


Nel salone, una quantità di citazione colte si confrontano con pacata disarmonia: nero e argento, capitelli in positivo-negativo, shogin, convivono con un portale barocco e un classico simbolo buddista incastonato sulla vetrata della grande finestra telescopica. Più sotto, al settimo piano, dove sono le sale da conferenze, una seconda finestra circolare più piccola incornicia un disegno tratto dal Botai Hanpi-Zu, la carta delle divisioni e degli opposti di Miura Baien, un filosofo giapponese del periodo Edo. Echi della cultura giapponese del passato giocano con il futuro all’interno di una performance diacronica caratteristica di queste ultime opere di Kurokawa. Le citazione del passato qui proposte con sottile ironia, possono apparire come “props” teatrali, oggetti decorativi disposti con un’attitudine divertita nei punti inaspettati di una rigorosa struttura di alta tecnologia alla quale soprattutto è affidata la qualità architettonica di questo edificio.


Kisho Kurokawa e Paolo Riani, 1968


Chi è | Paolo Riani

Architetto e urbanista, ha progettato e costruito in Italia, in Giappone, negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Russia e in Argentina. Associate Professor of Architecture alla Columbia University, NY; Senatore della Repubblica Italiana, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York e Professore di Architettura e Composizione Architettonica al DESTEC dell’Università di Pisa . Scrittore e fotografo, è autore di libri di architettura e di viaggi. Vive sulla costa della Toscana, con studio in un ex cantiere navale da lui ristrutturato nel porto di Viareggio.

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