• Fabio Colombo

Jacque Fresco, l'ingegnere visionario


Per Jacque Fresco realizzare un’utopia equivarrebbe a costruire la città ideale e anche una società migliore dal punto di vista tecnico, ecologico e sociale

Il concetto di utopia lascia spazio all'immagine di un’infinita varietà di mondi perfetti,

perciò è soggetto a troppe variabili per essere applicato alla società reale odierna, qualsiasi sia la sua sfaccettatura: economica, politica o religiosa. Mentre molti, in passato, hanno provato a ideare mondi perfetti, in pochi sono passati dal mero piano ideologico alla sperimentazione, alla progettazione e alla costruzione. Uno di questi è Jacque Fresco, ingegnere visionario che, paradossalmente, non crede nella possibilità dell’utopia realizzata.

Secondo lui, realizzare un’utopia equivarrebbe a provare a costruire la città ideale, il che è di per sé impossibile. I suoi progetti sono invece diretti alla costruzione di una città, o società, migliore dal punto di vista tecnico, ecologico e sociale. In questo ambito, la sua più grande impresa è stato il Venus Project, un’opera che vede oggi la sua prima città in fase di sviluppo.

La visione di Fresco mi ricorda il concetto pistolettiano di Terzo Paradiso in cui essere umano, natura e tecnologia vivono simbioticamente sullo stesso Pianeta Madre. La mia prima reazione non può che essere "troppo bello per essere vero", ma informandomi in modo più approfondito, scopro con gioia che a quanto pare mi sbaglio.

I progetti portati avanti da Fresco con la collega Roxanne Meadows sono giudicati da molti come troppo radicali. Vanno dallo smantellamento totale del sistema politico-bancario, all’introduzione di una lingua comune a tutti e alla dichiarazione che le risorse terrestri siano patrimonio dell’umanità, all’assoluta priorità dell’ambiente non solo dal punto di vista ecologico ma anche psicologico, sociale e individuale. Tra i punti più controversi del progetto è la centralità della tecnologia che tende a spaventare i meno informati e i più dogmaticamente religiosi.

Mentre molti accettano con facilità il fatto che la tecnologia abbia reso le nostre vite più semplici, molti tuttora pensano che un ulteriore sviluppo rischierebbe di trasformarci in una società robotizzata senza alcun spazio per i sentimenti. Ma la nostra è una società che va già gradualmente robotizzandosi e una soluzione possibile dovrebbe essere piuttosto quella di imparare a usare la tecnologia per scopi più elevati e meno banali degli attuali social network.

Il materialismo individuale e l’übercomodità non sono mai stati così predominanti. Provocano una dipendenza di cui non si parla spesso poiché è ormai accettata dai più e fa girare molto bene il mercato. Ma quello di cui pochi si interessano è l’effettivo backing scientifico di cui l'industria ha bisogno e la quantità di risorse umane, sintetiche e minerali che vengono utilizzate ogni giorno solo, per citare un esempio, per mantenere attivo e in continua evoluzione il ciclo industriale della produzione annuale di smartphone. A questo si unisce l’obsolescenza programmata che crea sempre nuova domanda di prodotti che, a loro volta, avranno vita breve, per lasciare il passo a nuovi prodotti e nuovi bisogni artificiali.

Tutti questi sforzi, dall’individuale all’industriale, sono diretti al guadagno perpetuo delle multinazionali private, il cui semplice interesse è la vendita di prodotti indipendentemente dai costi ambientali che subisce il pianeta e chi lo abita. In questo scenario, Venus Project non propone la scienza quale soluzione ultima o nuova divinità onnisciente, ma una deviazione motivazionale che ci sposti gli interessi dal semplicemente economico all’umanistico ed ecologico.

Indipendentemente dalla filosofia politica, religiosa o culturale del paese in cui viviamo, la sopravvivenza di tutti dipende dalle risorse naturali del nostro habitat. Acqua e aria pulite, terra coltivabile e la tecnologia necessaria alla sopravvivenza.

Risorse che vengono percepite come qualcosa di scontato, certo, ma la realtà è una sola: la domanda di queste risorse sale e continuerà a salire in futuro. Al ritmo attuale, la domanda mondiale di queste risorse raddoppierà entro il 2050, mettendo a dura prova la sopravvivenza delle future generazioni. In questo scenario, l’idea di ri-concepire città, sistemi logistici, industriali e agricoli in modo ecosostenibile non sembra più un’idea poi così radicale. Tutto questo si potrebbe riassumere nella semplice idea di comportarsi responsabilmente e mettere il benessere collettivo prima del guadagno personale. L’idea di prestare fede alla Terra e ai suoi abitanti non viene vista nel progetto di Fresco come un ideale hippy abbraccia-alberi, bensì come una necessità urgente e reale. Molti tra gli obiettivi del Venus Project sono mirati all’educazione del singolo individuo, elemento centrale del progetto.

L’incoraggiamento della creatività e dell’approccio costruttivo è visto come qualcosa di essenziale, così come la preparazione di ogni persona ai possibili cambiamenti futuri. L'educazione all’eguaglianza, il superamento di atteggiamenti bigotti antiquati e di nazionalismi inutili sono obiettivi essenziali, così come l’eliminazione delle elite. In una economia centrata sulle risorse, non ci sarebbe la necessità di un gruppo governante. Le risorse disponibili sarebbero gestite in modo computerizzato e completamente automatico dal centro della prima città-università. In questo modo, scomparirebbe il bisogno di una classe politica che si faccia carico delle decisioni pratiche e queste non rischierebbero di essere influenzate dagli obiettivi personali di singoli individui.

Riavvicinandosi al limite del paradosso, Fresco stesso non crede che questo sistema economico e sociale sia realizzabile nella situazione attuale, principalmente a causa del livello medio dell’educazione mondiale, della grave disparità economica tra i diversi paesi e l’intenzione, corporativa e governativa, di mantenere il più possibile le cose come stanno. Ciononostante, questa situazione non può essere una scusa per nascondere la testa nella sabbia. Al contrario, dovrebbe essere lo stimolo che ci spinge continuamente a migliorare.

Citando il nostro protagonista: merely complaining without offering an alternative offers nothing, “Lamentarsi senza offrire alternative non porta a nulla”, una frase che mi piacerebbe tanto sentir dire anche in italiano.

Chi è | Fabio Colombo

classe 1994, ama soprattutto esplorare il suo pianeta natale. Da circa tre anni abita la scena degli squat londinesi, in cui ha la possibilità di coltivare i suoi interessi e conoscere una biodiversità sociale praticamente infinita. Sempre interessato a qualsiasi forma di cultura cosidetta “underground”, ha finora passato più tempo a viverla che a descriverla. Ispirato principalmente da film e musica, tra reggae, metal, punk, freetekno e quel raro hip hop ancora trascendente.

#FabioColombo #VenusProject #RoxanneMeadows #JaqueFresco

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