• Paolo Riani

Kenzo Tange, Tokyo Metropolitan Government Office

L'architetto e urbanista toscano racconta, come se stesse scrivendo un diario, il suo incontro con Kenzo Tange

Tokyo Metropolitan Government Office

La temperatura è di 35 gradi, l’umidità è del 110 per cento in questo pomeriggio del 16 giugno 1990. Il cielo è grigio e buio, senza luce, come sempre nei primi giorni d’estate a Tokyo. Kenzo Tange mi riceverà tra poco all’ultimo piano del nuovo Sogetsu Building in Aoiama, che lui stesso ha di recente progettato. Dall’ultima volta che ci siamo visti sono passati quasi quindici anni. Sono naturalmente emozionato, come sempre quando si incontra una persona che abbiamo intensamente ammirato e con cui abbiamo spartito una parte di quel cammino che si chiama vita. Come sarà Tange adesso che quindici anni di lavoro nel mondo lo hanno consacrato come l’ultimo dei grandi maestri ancora viventi?


Mi viene incontro sorridendo. È identico all’ultima immagine di lui che ho portato dentro fino a oggi. Mi fa strada verso un suo studio personale e ci sediamo. Due architetti senior che parlano italiano siedono in silenzio intorno a un tavolo di cristallo su cui, in ordine, sono esposte le ultime pubblicazioni delle sue opere. La presenza di questi estranei mi disturba, anche se è una forma di riguardo nei miei confronti. Dopo il rito delle presentazioni decido di ignorarli e parlo con il Maestro, dapprima in inglese, e poi a poco a poco direttamente in giapponese. E a poco a poco gli altri diventano invisibili, come nel Bunkaru gli artisti vestiti di nero che animano i pupazzi.


Kagawa Prefectural Government - Prospetto


La conversazione assume subito un tono speciale, si parla della vita, non di architettura. I libri rimangono tranquillamente chiusi sul tavolo. Noto che c’è anche una vecchia copia di quello scritto da me nella versione inglese di Hamlin. Altra squisita cortesia. Parliamo di sogni, di lotte scandalosamente inutili, della vita che scorre, di un mio nuovissimo figlio che si chiama Pietro. Il pomeriggio di prima estate scorre in una dimensione che non è possibile misurare con le misure consuete del tempo. A tratti – è ormai sera – due, forse tre, diverse segretarie si avvicendano nel vano della porta facendo cenni che il mio tempo è scaduto. Con grande sconforto delle tre comparse, Tange le ignora e continua a parlare, collegando il presente a un suo passato di elezione che forse la mia presenza rievoca.


Kenzo Tange, con Edoardo Detti e pochissimi altri, è stato uno dei miei maestri di vita per la straordinaria capacità di sintetizzare i tempi che si vivono, ed esprimerli nelle architetture. E quando – fuori è già buio – ci congediamo ho la certezza che i quindici anni passati non lo hanno cambiato: la sua chiarezza dell’anima è rimasta intatta. Mentre mi accompagna all’ascensore seguito dai due assistenti gli chiedo di visitare lo studio. Un po’ di architettura (alla fine), anche se non è per questo che sono venuto. All’ascensore ci congediamo.

Lo studio, nonostante sia ormai sera inoltrata, è ancora pieno di architetti che lavorano su un gran numero di progetti di grande qualità. I due senior spiegano: «Questo è a Boston, questo a Shanghai...» ma le spiegazioni non servono, il suono della loro voce sfuma. Negli occhi mi rimangono le forme che vado da solo interpretando con il mio metro di lettura. Nel cuore il ricordo del pomeriggio appena trascorso.


Kagawa Prefectural Government - Interno


Oggi Kenzo Tange è autore discusso e contestato, tra l’altro, del nuovo municipio di Tokyo, a Shinjuku. Una struttura immensa che occupa cinque grandi blocchi urbani, collegandoli con passaggi e strade aeree. Le forme sono sconcertanti: un po’ Blade Runner, un po’ (fatte le dovute proporzioni) sembra collocarsi nella tradizione delle forme internazionali di importazione degli edifici pubblici costruiti intorno al 1850 (la Stazione Centrale, il Museo di Ueno ecc....), ma soprattutto esprimono a perfezione la natura plutocratica e l’arroganza della potenza del Giappone di oggi.


Ancora una volta Tange riesce a riassumere una situazione storica con lucida genialità. Come nell’immediato dopoguerra, quando fu chiamato a disegnare una quantità di grandi strutture collettive che nascevano dallo sforzo di individuare le nuove forme della vita comunitaria. Erano un atto di fede e un’invenzione non collegabile a nessun modello culturale del passato. Esprimevano la risolutezza della nuova forza democratica nei confronti delle forme tradizionali e assumevano il valore di simboli della nuova vita associata. Perché ciò avvenisse allora con successo era necessario che quegli edifici fossero immediatamente comprensibili anche all’utenza meno preparata.


Kurashiki City Hall - Prospetto


Parlando delle scelte formali di allora, Tange ebbe a dire: «Subito dopo la seconda guerra mondiale, fino agli anni Cinquanta, il Giappone lottò per ricostruire le sue strutture economiche e fisiche. Il pensiero dei giapponesi era volto all’indietro, fisso sulle nostre antiche tradizioni. In questa atmosfera, sentivamo che non avremmo potuto soddisfare le esigenze spirituali del popolo se le architetture non si fossero formalmente ispirate alle tradizioni del nostro paese». Riflettendo su queste cose, il giorno successivo visitavo l’impressionante cantiere del nuovo municipio di Tokyo. A quindici anni di distanza le illusioni progressiste di quegli anni sono cadute. Il Giappone è oggi la prima potenza mondiale e anche l’uomo della strada che ha ritrovato nella nuova bandiera l’antica fierezza nazionale guarda con orgoglio e ottimismo al futuro. La società dei conglomerati e delle corporations si è tolta la maschera e rivela nella pienezza la sua regola crudele. E questo edificio è una costruzione che proclama un’autorità e una potenza innegabili.


Tokyo Metropolitan Government Office


Viviamo una dissociazione profonda fra singolo e potere centrale e forse purtroppo è avvenuto un cambiamento di sensibilità così rivoluzionario che non riusciamo a comprenderlo mentre lo viviamo. Seduto nel piccolo parco rimasto di fronte al municipio al di là della strada di grande traffico, guardo la costruzione che chiude il cielo da un lato con la sua massa immensa dietro il ramo di un ciliegio piccolo e assurdo che oscilla mosso da un vento leggero e mi vengono in mente parole famose di Le Corbusier: «...Cento volte ho pensato: è una catastrofe. Cinquanta volte ho pensato: è una bella catastrofe».


Paolo Riani e Kenzo Tange

Chi è | Paolo Riani

Architetto e urbanista, ha progettato e costruito in Italia, in Giappone, negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Russia e in Argentina. Associate Professor of Architecture alla Columbia University, NY; Senatore della Repubblica Italiana, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York e Professore di Architettura e Composizione Architettonica al DESTEC dell’Università di Pisa . Scrittore e fotografo, è autore di libri di architettura e di viaggi. Vive sulla costa della Toscana, con studio in un ex cantiere navale da lui ristrutturato nel porto di Viareggio.

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