Kenzo Tange, Tokyo Metropolitan Government Office

L'architetto e urbanista toscano racconta, come se stesse scrivendo un diario, il suo incontro con Kenzo Tange

Tokyo Metropolitan Government Office

La temperatura è di 35 gradi, l’umidità è del 110 per cento in questo pomeriggio del 16 giugno 1990. Il cielo è grigio e buio, senza luce, come sempre nei primi giorni d’estate a Tokyo. Kenzo Tange mi riceverà tra poco all’ultimo piano del nuovo Sogetsu Building in Aoiama, che lui stesso ha di recente progettato. Dall’ultima volta che ci siamo visti sono passati quasi quindici anni. Sono naturalmente emozionato, come sempre quando si incontra una persona che abbiamo intensamente ammirato e con cui abbiamo spartito una parte di quel cammino che si chiama vita. Come sarà Tange adesso che quindici anni di lavoro nel mondo lo hanno consacrato come l’ultimo dei grandi maestri ancora viventi?


Mi viene incontro sorridendo. È identico all’ultima immagine di lui che ho portato dentro fino a oggi. Mi fa strada verso un suo studio personale e ci sediamo. Due architetti senior che parlano italiano siedono in silenzio intorno a un tavolo di cristallo su cui, in ordine, sono esposte le ultime pubblicazioni delle sue opere. La presenza di questi estranei mi disturba, anche se è una forma di riguardo nei miei confronti. Dopo il rito delle presentazioni decido di ignorarli e parlo con il Maestro, dapprima in inglese, e poi a poco a poco direttamente in giapponese. E a poco a poco gli altri diventano invisibili, come nel Bunkaru gli artisti vestiti di nero che animano i pupazzi.


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