• Edoardo Milesi

La Città


Le città sono un fenomeno antropologico

soggetto alla legge della conservazione

della specie. Non saranno i provvedimenti

politico-amministrativi, ma la volontà

di sopravvivenza a salvarle.

Giancarlo De Carlo

È intorno al 600 a.c. che viene fissata la nascita di una nuova organizzazione sociale in grado di superare gli originali rapporti basati sulla famiglia e sulle parentele.

La città, intesa come organizzazione economico-sociale fondata su una condivisione del lavoro e sulla subordinazione della campagna, non subisce sostanziali trasformazioni fino alla rivoluzione industriale del 1.800 d.c.

Città è abitare insieme, costruire insieme, condividere esperienze.

Abitare è un bisogno e abitare insieme, per l’uomo, una necessità. Possiamo dire che come per la lingua (il bisogno collettivo di comunicare) così la forma architettonica nasce dal bisogno collettivo di stare assieme, di vivere assieme ad altre persone, condividere con altri spazio e tempo. Abitare quindi significa costruire e coltivare relazioni. Solo così il villaggio diventa città. Non è un problema di numero di abitanti, ma di rapporti in grado di creare delle proiezioni spaziali diverse da quelle di una semplice comunità. Relazioni economiche, sociali, tra lavoro e tempo libero, tra uomini e donne, tra potere religioso e potere temporale, tra pubblico e privato. Produrre, vendere, consumare nella città diventano istituzioni diverse che hanno bisogno di diversi luoghi urbani. Questa proiezione spaziale delle relazioni è la misura che fa si che una città sia più città di un’altra sul cui giudizio pesano salubrità, infrastrutture, qualità della vita e sicurezza dei suoi abitanti. Quale che sia la pianta, geometrica o spontanea, la città è organizzata per gli scambi tra gli uomini, il centro sociale non è la strada, che appartiene alle case, ma la piazza dove tutte le strade arrivano.

La piazza, l’agorà greca o forum romano, è il luogo pubblico per eccellenza.

La città è un luogo sicuro rispetto a quello che avviene fuori dalle sue mura e che appartiene ad altri, ma più la città si sviluppa separando, allontanando tra loro le sue funzioni e più questo concetto viene applicato alla casa privata, portando a considerare il suo fuori non più nostro.

Privato viene proprio dal desiderio di privare la parte pubblica.

Il trionfo del privato si compie nella casa borghese dell’ ’800 dove la donna diventa custode di un organismo sempre più dedicato al consumo sottraendo così anche la sua persona alla sfera pubblica. Si sancisce così anche la separazione tra mondo maschile – sovrano delle sfera pubblica – e mondo femminile – sovrano nella sfera domestica.

Anche il pubblico si divide in sfere separate e specializzate, spesso poco correlate tra loro sbiadendo sempre più la sua funzione comunitaria. Aumentare la porosità tra il privato e il pubblico significa riscoprire l’arte dell’abitare ricominciando a esercitare un’azione diretta sul proprio ambiente, sulle cose che lo compongono. Ripensare la città a partire dalle relazioni aiuta a capire che abitare non significa solo abitare dentro.

L’esterno, composto da cose che conosciamo, abitato da gente di cui ci fidiamo diventa nostro, un prolungamento dell’interno, dell’intimo.

L’esterno familiare è la dimensione più importante del vivere comune. Una pratica da riattivare con urgenza mediante l’osservazione della quotidianità che nel progetto urbano ha un ruolo centrale. Aprire le città a donne gravide o con passeggino, bambini, anziani e disabili non è assistenzialismo ma consapevolezza che tali soggetti siano una risorsa e come tali sono da considerare nella trasformazione, pianificazione e in tutti i processi di costruzione del territorio e nei modi di organizzare la vita di una società.

Aldo Rossi, nel 1992 a Berlino ha realizzato per un gigante della speculazione immobiliare (finito presto in rovina), nell’isolato di Schutzenstrasse/Charlottenstrasse, la replica esatta della facciata interna di Palazzo Farnese di Michelangelo sostenendo che l’architettura monumentale ha il compito di preservare le convenzioni sociali e le esperienze culturali. Che la forma simbolica riesce a mantenere la sua efficacia anche quando i bisogni urbani sono diversi e mutati.

In un documento del 1974 Pierpaolo Pasolini parla della città in termini assolutamente diversi, e ancor oggi poco compresi, anteponendo la forma della città al monumento urbano ( ndr Domus novembre 2013) e ponendo la vera essenza dei luoghi nella crescita spontanea e anonima dell’ambiente costruito direttamente dai suoi abitanti. Se è vera l’analisi di Pasolini il nostro più efficace strumento resta ancora una volta una autentica e consapevole partecipazione affinché i piani e i progetti siano sempre meno disegno di esperti e sempre più appartengano ai soggetti che nel territorio e nella città vivono il proprio tempo.

La maggior parte delle volte il potere di operare trasformazioni nell’ambiente costruito non è di chi utilizza lo spazio ma di chi detiene il potere economico e politico.

….la differenza fondamentale tra l’architettura autoritaria e l’architettura della partecipazione è che la prima nasce dal presupposto che per risolvere un problema bisogna ridurre le variabili al mi­nimo per poterle controllare mentre la seconda fa entrare in gioco tutte le variabili possibili in modo da avere un risultato multiplo, aperto al cambiamento, ricco di significati accessibili a tutti. Giancarlo De Carlo

L’architetto deve essere consapevole del potere dell’architettura e della sua possibilità di ispirare, motivare e innescare processi sociali e questosoprattutto perché l’architettura è prima di tutto un gesto collettivo. L’architetto e l’architettura non sono campi dove si può agire da soli e quando la progettazione non è più un atto puramente autoritario e intellettuale diventa uno scambio. Nell’archi­tettura partecipata, l’architetto non fa un progetto per qualcuno, ma con qualcuno. L’atto di progettazione è inteso da De Carlo come un procedimento nel quale l’oggetto architettonico viene definito attraver­so sistemi aperti e attuabili per fasi.

Spazio costruito e utente instaurano un processo dialettico per cui si adattano l’uno all’altro nell’ambito dell’evento totale che è l’architettura. Non si tratta quindi di progettare utilizzando “modelli” ma di studiare “metodi”, strumenti di progetto che consentano un adattamento continuo. Nel progettare per gli utenti l’atto di progettazione è autoritario, nel caso della progettazione con gli utenti è democra­tico e liberante.

Progettare e costruire uscendo dal ruolo classico imposto dalla società, o dalla routine, significa poter diventare promotore, non di un progetto, ma di un proprio modo di operare all’interno di una personale visione del mondo. Il progetto, nell’architettura della partecipazione, non è più lineare, a senso unico, ma diventa un processo continuo.

Un programma in grado di adottare anche strumenti minimi spesso derivati dalla capacità del progettista di osservare il comportamento umano.

...se ci pensi bene la tua città sono le persone con cui parli e comunichi ogni giorno.

Ugo La Pietra 1978.

Chi è | Edoardo Milesi

Architetto, Fonda nel 1979 lo studio Archos orientandosi da subito, attraverso la partecipazione a concorsi di progettazione, verso un costruire fortemente connotato da dettami ecologicamente regolati nell’ambito di una lettura “forte” della realtà.nel 2008 fonda con un gruppo di artisti e architetti la rivista “ARTAPP” della quale è Direttore. Dal giugno 2009 è presidente del Comitato culturale della Fondazione Bertarelli. Nel 2012 fonda l’Associazione culturale Scuola Permanente dell’Abitare.

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