• Paolo Riani

La città come crocevia delle relazioni

Lo sviluppo di una città non è soltanto un problema urbanistico, il disegno urbano modifica le relazioni tra le persone

Broadway street, New York USA

Cosa intendiamo col termine luogo noi architetti? Schematicamente: un insieme di relazioni fra oggetti che occupano un ambito spaziale determinato. Se queste relazioni sono deboli, anche il luogo lo è. Quando mancano del tutto si ha un non-luogo. La città è (o dovrebbe essere) un crocevia di relazioni di tutti i tipi, quindi luogo per eccellenza. Per distruggerla e farla diventare un non-luogo basta zonizzarla in ambiti funzionali separati (residenza, industria, commercio, svago) e il gioco è fatto. Purtroppo le espansioni urbane sono sempre state fatte così e si seguita ancora a farle così, pur affermando – dopo decenni di esperienze negative – di voler cambiare sistema. (Esempio ormai classico è il quartiere ZEN di Palermo progettato da Gregotti). Ma si potrebbero citare tutte le zone di espansione urbana, che sono delle non-città perché sono dei non-luoghi. Fra le caratteristiche che distinguono la città dalla non-città sembra che la prima e la più ovvia sia che la città sia un accumulo di popolazione innanzi tutto (uno dei segni di declino di una città è la diminuzione degli abitanti), poi di merci, di denaro e di tutti i mezzi possibili per comunicare (ruote, telefoni, giornali, librerie, TV). Se ci chiediamo cosa va a fare la gente in città tutte le mattine, la risposta può essere una sola: va a manipolare quei mezzi di comunicazione. È un accumulo anche di se stesso (monumenti, archivi, musei...) cioè di memoria. Quindi è anche un accumulo di tempo. Da questo punto di vista la città è per sua natura conservatrice.


Quartiere Zen, Palermo


La seconda caratteristica viene di conseguenza: è quella di essere uno strumento di scambio. Da questo punto di vista la città non è mai conservatrice. Non accumula per conservare, ma per scambiare. All'origine di ogni città c'è sempre un mercato, posizionato generalmente lungo le vie di traffico. Questo scambio è la matrice dello sviluppo urbano. Le città giapponesi erano esclusivamente degli strumenti di scambio: serviranno per concludere gli affari per produrre e per divertirsi. Effimere e strumentali, non avevano bisogno di essere belle. Non per nulla l'ideogramma che esprime il concetto di città è lo stesso che esprime quello un mercato. Le nostre città-museo, le 'città sirena' che oggi attirano maree di turisti solo per poterli sfruttare sono belle, ma sono destinate poco a poco per trasformarsi in non-luoghi (è il rischio che corre per esempio Venezia, la cui ricchezza non è più fruibile se non nella grottesca replica di Las Vegas).


Una terza è la mobilità.

Si pensa generalmente che gli abitanti di una città siano dei sedentari. Non è vero. Un cittadino è soprattutto un pendolare, anche se abita in piazza del Duomo. Ogni città è un gomitolo di strade che servono a spostarsi velocemente alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. La riprova è che il maggior problema di tutte le città, mai risolto, è sempre stato quello del traffico, dall'antica Roma sino ad oggi. Giovenale descriveva così quello notturno dell'antica Roma: “(...) Nella capitale possono dormire solo quelli che posseggono grandi ricchezze. La causa principale dell'insonnia è questa: il continuo passaggio dei carri per le strette voltate delle viuzze e lo schiamazzo delle mandrie... finirebbero per togliere il sonno anche alle foche!” E quello diurno: “Se un affare lo chiama fuori casa, il ricco, trasportato di corsa in lettigia sulle spalle di giganteschi liburni, si fa largo tra la folla... Mentre noi, che non abbiamo meno fretta di lui, dobbiamo lottare contro l'ondata di gente che ci ostacola davanti e contro la folla che ci schiaccia di dietro. Uno ci dà una gomitata, un altro ci colpisce con un asse, questo mi sbatte in testa una trave, quell'altro un barile... mi sento pestare i piedi da scarpe militari che mi piantano i chiodi nelle dita...”. Nella Firenze medievale c'era una multa per lo cavalcare largo (a gambe larghe), in quelle vie strette. Più tardi Leonardo da Vinci pensò di dotare la città di piani stradali sovrapposti. Era la prima intuizione delle nostre metropolitane sotterranee, rese possibili oggi dall'avvento di quel mezzo per comunicare che si chiama elettricità.


Las Vegas, Nevada USA



Una quarta caratteristica è l'artificiosità, con buona pace degli amanti della natura. Nulla è naturale in una città, tutto è artificiale. È artificiale il tempo, che non è ritmato dal sole ma dagli orari dei negozi, degli autobus, dei treni, degli appuntamenti. L'orologio nasce in città. Quello sulla torre del Mangia, risale al trecento. È artificiale la luce, che è costante perché l'elettricità prolunga il giorno anche di notte, fino al mattino. È artificiale il suolo (lastricato, moltiplicato in altezza dai piani degli edifici e in profondità dalle loro infrastrutture). Perfino la natura è artificiale (alberi piantati in linea retta lungo i viali, disposti secondo figure geometriche nei giardini pubblici, continuamente potati per non farli crescere troppo...).


Una quinta è l'aggressività.

I Guelfi e i Ghibellini, i Montecchi e i Capuleti nascono nelle città. Vivere in città significa cercare di emergere. Per muoversi in città bisogna saper fendere la calca, come Giovenale. Non dobbiamo ficcarci in testa che la vita in città debba essere per forza rosea. La città è una palestra di aggressività. La ville radieuse non esiste che nella fantasia. Se esistesse veramente sarebbe noiosissima. I ladruncoli, gli imbroglioni, le prostitute e perfino i manifestanti che bloccano le strade vociando concorrono involontariamente all'effetto urbano, anche se può essere imbarazzante riconoscerlo. Dal punto di vista architettonico si può dire che una città dovrebbe sempre apparire un accumulo di forme contrastanti: edificio alto contro edificio basso, strade anguste contro arterie larghe, vicoli tortuosi contro piazze aperte. Invece si fa di tutto per rendere uniforme il suo profilo. Un profilo urbano uniforme è nemico dell'urbano, come sapeva Michelucci. Nel panorama delle down-town irte di grattacieli alti, fieri e luminosi, gli edifici-simbolo dei poteri industriali si contrappongono fra loro per contrasto, dando luogo a delle skyline caratteristiche. Quelle di New York, di Chicago, di Atlanta, di Houston o di Los Angeles sono accumuli scintillanti a volte di straordinaria bellezza, destinati a trasferire ai posteri un'immagine astratta delle città dei nostri tempi.


Una sesta caratteristica delle città è quella di tendere a codificare tutte le sue relazioni: dal codice della lingua parlata, a quello delle buone maniere che, non per nulla, si chiamano urbane (il “Libro dei Buoni costumi” di Messer Pace da Certaldo risale al Ducento, cioè all'inizio dello sviluppo di Firenze). Dalla segnaletica stradale, ai codici civili e penali, che sono l'altra faccia dell'aggressività urbana. Le persone inurbane sono quelle che fanno finta di ignorarli. In architettura i codici si chiamano tipologie, come sosteneva Muratori. Un monumento è un'emergenza, e come tale può giungere giustamente inaspettato, essere fuori scala e apparire aggressivo (come il cupolone di Firenze, incombente come una mongolfiera atterrata per sbaglio nell'orto del vicino, secondo un'efficace immagine di Gordon Cullen). Sarebbe però un errore stipare la città di cupoloni, cioè di sole emergenze, perché non ci sarebbero più contrasti. Un panorama fatto solo di monumenti è quello di un cimitero. È il tipo, invece, sempre diverso da città a città, che fornisce il codice storicizzato necessario ad attribuire un significato comprensibile a ogni intervento.


Tokyo, Giappone


Un'ultima caratteristica delle città è la ridondanza delle comunicazioni.

È forse la più importante perché è la risultante di tutte le altre messe insieme, e produce l'ambiguità urbana. In una città tutto si trasforma in comunicazione, come si trasformava in oro, secondo la leggenda, tutto ciò che il re Mida toccava. Tutto diventa pubblicità (un kg di mele al mercato non è un chilo di mele, ma un euro). Può sembrare contraddittorio parlare di ambiguità dove tutto è comunicazione. Quando però le comunicazioni si accavallano, si deformano a vicenda, si contraddicono diventando ambigue cioè plurisignificanti. È l'effetto urbano. L'aria di città, si diceva una volta, fa l'uomo libero. Non solo perché lo sottraeva al dispotismo feudale (dopo un anno e un giorno), ma perché l'ambiguità urbana si presta all'esercizio della libertà di pensiero e di comportamento. I nostri centri, detti 'storici' perché le forme gotiche vi si mescolano a quelle barocche, a quelle rinascimentali, a quelle ottocentesche e infine a quelle attuali (là, dove osano le aquile), sono buoni esempi di ambiguità urbana. Ma anche i centri urbani ciarlieri (cioè più ricchi di vetrine, di insegne pubblicitarie, di manifesti, anche di muri imbrattati con lo spray e di confusione sono altrettanto vivi. In “Learning from Las Vegas” Robert Venturi proponeva addirittura la confusione luminosa di Las Vegas come un modello di effetto urbano).


Anche se quella proposta è provocatoria, credo che sia venuto il momento di affermare con forza che lo sviluppo di una città non è soltanto un problema urbanistico, ma anche, e soprattutto, di disegno urbano, cioè di relazioni fisiche, fra oggetti fisici, intese a conferire a ciascuno di essi un proprio valore esistenziale, che è la definizione migliore di architettura (non me ne viene in mente un'altra). Leon Battista Alberti scriveva: “L'architetto collocherà le cose più nobili nei posti più in vista, e quelle umili nei posti meno in vista. Qualche volta però gli converrà di accostare quelle ultime a quelle nobili, affinché la loro nobiltà risulti accresciuta dal confronto (la traduzione è mia). È un buon programma di disegno urbano. Penso che il disegno di una città non dovrebbe avere paura dell'ambiguità e del disordine, ma piuttosto dell'ordine, non dell'effimero ma del duraturo. Perché non sono gli architetti che fanno le città con le loro invenzioni belle o brutte, ma il tempo. Cioè la gente che ci vive anima l'architettura, magari usandola in modi imprevedibili. L'architetto deve solo permettere che questo possa avvenire.


Un buon progetto urbano non può essere che un'opera aperta, nel senso che Umberto Eco attribuiva a questa espressione. «Si devono lasciare sufficienti opportunità per la partecipazione dei cittadini - affermava Kenzo Tange nella relazione che accompagnava il progetto per il nuovo centro direzionale a Bologna nel 1970 – personalmente credo che siano i cittadini a dover avere la responsabilità del futuro della città”. Il recupero attraverso l'architettura dei quartieri periferici potrà dirsi avviato bene se sarà partito da queste considerazioni. Non ci illudiamo di risolvere il problema semplicemente collegando meglio quei quartieri al cosiddetto centro storico, oppure dotandoli dei servizi mancanti o con altre ultimissime baggianate del genere. É piuttosto il centro storico che deve invaderli, cioè estendere le proprie caratteristiche urbane (i suoi richiami culturali e commerciali, la sua vita diurna e notturna, il suo attraente disordine, i suoi luoghi superflui in cui sostare come le piazze: se la città è un concentrato di mezzi per comunicare, la piazza è addirittura un frullato), i suoi codici, le emergenze e tutto ciò che occorre per ottenere un effetto urbano. Mi pare che sia questo l'unico modo per evitare le tanto criticate soluzioni urbane di continuità e per non trovarsi fra i piedi i non-luoghi, nidi di delinquenza, di terrorismo (le recenti sommosse di Parigi insegnano) e di noia.


Kenzo Tange, Bologna | Photo © Paolo Gasperini


Per concludere, un'ultima osservazione: se la forma di una città è comandata dal concentrato di comunicazioni di cui è intessuta, i mezzi che le consentono, e la loro evoluzione, dovrebbero essere la causa principale delle sue variazioni. Valgano le differenze fra la città medievale, individualista perché figlia del commercio, e quella rinascimentale, cortigiana perché figlia della polvere da sparo (che è purtroppo un ragguardevole mezzo di comunicazione, e ha consentito da noi la formazione delle Signorie). Fra quella barocca, figlia della carrozza, e quella borghese, figlia invece del vapore, fino alle moderne megalopoli figlie dell'elettricità, dove la comunicazione a distanza nella sua versione elettronica ha reso ormai virtuale lo spazio e azzerato il tempo della simultaneità. Questo elenco può sembrare banale, ma può suggerire un'altra caratteristica dell'urbano: quella della persistenza del mutamento. Nessuno dei mezzi per comunicare che fanno l'urbano ha mai sostituito, nello sviluppo di una città, quelli che già la caratterizzavano. La forma di una città non è fatta di strati archeologici sovrapposti: è un amalgama. Questo spiega come mai ogni città sia rimasta sempre riconoscibile lungo i secoli della sua storia e conferma, come voleva Darwin, che qualsiasi sviluppo non è mai interruzione, ma sempre la comunicazione di qualcosa.


Riepilogando: La capacità di immagazzinare, di accumulare quindi di conservare (il tempo, la storia, la lingua). La capacità opposta: quella di mutare, figlia della mobilità urbana (una città si rinnova continuamente anche nella lingua, pur restando sempre se stessa). La capacità di fagocitare la natura (l'abbondanza di derrate alimentari, di parchi, di luce di acqua). La sua essenza, che è, al contrario, artificiale. L'aggressività, la competitività che diversifica ogni individuo in mezzo alla folla. Lo scambio che, all'opposto tende ad aggregare ogni individuo a tutti gli altri (chi è capace di bastare a se stesso e non ha bisogno degli altri è una belva o un dio – Aristotele, "Politica") e produce le regole e i codici. Ecco altrettante coppie di opposti che si contraddicono a vicenda ma che, proprio perché si contraddicono, conferiscono alla città la sua caratteristica fondamentale: l'ambiguità. Vorrei essere smentito, ma mi pare che non esista ancora uno studio esauriente e sistematico dell'azione dei singoli mezzi per comunicare (la lingua, la struttura, il fuoco, il denaro, la ruota, la strada, la stampa, il vapore, l'elettricità, il giornale, la radio, la tv, il cellulare, internet...) e della loro evoluzione sullo sviluppo dello spazio urbano, che è lo stesso, uno studio dello spazio urbano condotto da questo particolare punto di vista, anche se l'argomento non è certamente nuovo. Prima o poi qualcuno dovrà decidersi a farlo.


Chi è | Paolo Riani

Architetto e urbanista, ha progettato e costruito in Italia, in Giappone, negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Russia e in Argentina. Associate Professor of Architecture alla Columbia University, NY; Senatore della Repubblica Italiana, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York e Professore di Architettura e Composizione Architettonica al DESTEC dell’Università di Pisa . Scrittore e fotografo, è autore di libri di architettura e di viaggi. Vive sulla costa della Toscana, con studio in un ex cantiere navale da lui ristrutturato nel porto di Viareggio.

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