• Lavinia Pedone

La metamorfosi della tecnica narrativa


“Se gli edifici potessero parlare, che cosa ci racconterebbero?” è il quesito di un film di Wim Wenders che dona la parola alla Philarmonie di Berlino

Philharmonie di Berlino, dell’architetto tedesco Hans Scharoun

Ci sono fenomeni di comunicazione in atto, che si rivelano agli occhi dei contemporanei solo in forme ossimoriche, che esibiscono la loro potenza e le loro radici nello spirito del tempo soltanto in realizzazioni estreme, dirompendo con una dichiarazione di indipendenza, da cosa? Da ciò che è consolidato. Uno di questi fenomeni è l’affermazione della tecnica narrativa in quasi ogni contesto e la sua simultanea metamorfosi di significato. Spesso si addita al nostro periodo storico come all’epoca della narrativa, tuttavia, nella sua elevazione a tecnica privilegiata di qualsivoglia comunicazione, la narrativa ha finito per mutare se stessa e l’altro da sé, intrecciandosi in particolare con la dialettica, l’antichissima arte del persuadere, nonché balzo virtuoso della parola. Questa mutazione sostanziale si evidenzia nell’affermazione dello “storytelling”, una tecnica di nuova generazione che si muove con destrezza nei territori della parola, facendo leva sulla forza persuasiva delle storie; lo “storytelling” è l’ago della bilancia il cui equilibrio si gioca fra ciò che narrativa e dialettica hanno incarnato per secoli: in esso, infatti, la narrazione si fa dialettica e mira a convincere, coinvolgere e conquistare, accorciando le distanze mittente-destinatario ed instaurando un contatto basato sull’empatia.

[...] Questo largo uso delle storie è particolarmente prediletto nella comunicazione strategica, ma ha pervaso anche campi in cui un approccio ontologico sembrava essere una conditio sine qua non, il campo del documentario o, come dicono gli anglosassoni, della non fiction. Eludendo la tentazione di associare il documentario all’oggettività, si vuole porre l’accento sul valore probatorio che tale forma divulgativa ha avuto in passato [...]. Esempio emblematico è quello di sei film-documentario “Cattedrali della Cultura” (2014), in cui da un’idea di Wim Wenders sei registi sono chiamati a rispondere alla domanda “Se gli edifici potessero parlare, che cosa ci racconterebbero?”, interpretando così l’anima di sei fabbriche rappresentative; è proprio il film di Wim Wenders ad aver avuto più successo tra i critici, con il suo mirabolante racconto della Philharmonie di Berlino, che costituisce la massima ideazione dell’architetto tedesco Hans Scharoun; costruita negli anni sessanta del XX secolo, questa sala da concerto è divenuta il riferimento cardine con cui confrontarsi. Wenders personifica la fabbrica stessa e le dona, tanto quanto le cede, la parola.

Interno della Philharmonie di Berlino

[...] Un po’ come avveniva nei miti e nelle leggende, le attribuisce connotati umani ed ecco che la Philarmonie viene evocata come una signora distinta e vanitosa, ma accogliente ed attenta ai suoi ospiti; le distanze si annullano e ci si ritrova in un rapporto empatico con un soggetto che, in realtà, è un oggetto immateriale. L’artificio narrativo è talmente efficace che è inevitabile rimanere incantati da questa storia, al punto tale che risulta arduo osservarla con dubbio critico, sospesi in una bolla evanescente dai confini indefiniti, frutto della sua stessa contraddizione.

[...] Tale amplificazione delle emozioni, propria della tecnica narrativa, è certamente auspicabile quanto rischiosa, perché se da un lato è innegabile il fascino che la narrazione esercita sul genere umano, poiché nella sua forma più riuscita è capace di innescare quella curiosità, che altro non è che l’embrione di “virtute e canoscenza”, dall'altro è assimilabile all’attraente ed insidioso canto delle sirene, che conduce, chi l’ascolta, a risvegliarsi in mare aperto, senza più caposaldo di riferimento alcuno.

Estratto dall'articolo pubblicato su ArtApp 21| LA TECNICA

Chi è | Lavinia Pedone

Architetta abruzzese, appassionata al processo creativo in tutte le sue forme, ama accumulare libri, segnalibri e caleidoscopi. In un periodo in cui il mondo spinge alla specializzazione frenetica, lei crede fortemente nella necessità di uno sguardo d’insieme sul mondo, raggiungibile solo tramite la commistione di vari saperi

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