• Laura Cavalieri Manasse

La potenza del monologo


Nel monologo è racchiusa la perfezione di una pièce teatrale, perché nessun’altra forma di teatro ha la stessa forza dirompente, lo stesso potere di colmare spazio e tempo

"Groppi d'amore nella scuraglia" Emanuele Arrigazzi

Il monologo: un attore, il pubblico, un palcoscenico, in questa semplice formula è racchiusa un'esperienza artistica unica, dove si mettono in gioco l'abilità di narrare e la capacità di vivere la narrazione, che può essere una storia sviscerata nei suoi particolari oppure uno spettacolo, dove l'attore interpreta uno o più personaggi, costruendo il pathos dello spettacolo attraverso la sua recitazione. Nel monologo si incarna la grandezza del teatro, dove, travestiti o semplicemente attori, un solo uomo o una sola donna attirano gli sguardi degli spettatori e, con la loro voce e con la loro presenza scenica, riempiono lo spazio e il tempo, annullando tutto il resto. Quella singola persona sulla scena è la summa del teatro per eccellenza, rappresenta, nella solitudine del suo monologo, la perfezione di una pièce teatrale, perché nessun’altra forma di teatro ha la stessa forza dirompente del monologo. Scontro e incontro tra chi parla e chi ascolta, tra chi interpreta e chi vive, tra chi racconta e chi si riempie di parole.

"Dio ride" Moni Ovadia al teatro Sociale di Brescia | Photo © Favretto

La storia del teatro è piena di monologhi, autori come Alfred Tennyson o Robert Browning ne sono autori nell'ottocento e novecento, ma molto prima di loro ci avevano provato con grande maestrìa Molière (Tartufo) e Edmond Rostand (Cyrano) e poi Luigi Pirandello (L’uomo dal fiore in bocca), Anton Cechov (Fa male il tabacco), Samuel Beckett (L’ultimo nastro di Krapp), Harold Pinter (Terra di nessuno), Eduardo De Filippo (Questi fantasmi!) e tanti altri ancora. Basti ricordare le interpretazioni di Vittorio Gassman, di Carmelo Bene o di Luigi Proietti, per non dimenticare Dario Fo nel suo ineguagliabile “Mistero Buffo”. Un ottimo esempio di monologo dai molteplici registri è stato il Teatro Canzone di Giorgio Gaber, ma vanno anche citati gli spettacoli che allestisce Arturo Brachetti, tra travestimenti e colpi di scena, Roberto Benigni quando, da solo, illustra e legge i canti danteschi della “Divina Commedia" o Moni Ovadia nei suoi numerosi e sempre straordinari recital. Sono molte anche le attrici che hanno scelto di confrontarsi sulla scena dopo essersi imbattute in scrittrici come Anna Maria Ortese, Natalia Ginzburg o Elsa Morante, oppure in storie e suggestioni di denuncia come “I monologhi della vagina” del 1996 della scrittrice newyorchese Eve Ensler, portato sulla scena in Italia, fra le altre, da Marina Confalone, Claudia Gerini e Anna Bonaiuto, che ha costituito una sorta di happening esistenzialistico più che di spettacolo teatrale vero e proprio, per i valori di denuncia sociale del machismo e di quello che oggi tristemente chiamiamo “femminicidio”.

"Mistero Buffo " Dario Fo

Intorno alla metà degli anni '80 alcuni autori-attori come Marco Baliani, Laura Curino, Marco Paolini, Mariella Fabbris o Gabriele Vacis, per citarne alcuni, hanno cominciato a raccontare storie senza rappresentarle teatralmente. Dal palcoscenico hanno ricostruito alcune delle tragedie che hanno insanguinato l'Italia nei decenni del dopoguerra, ottenendo un grandissimo successo di critica e pubblico con spettacoli come “Kohlhaas” e “Corpo di stato” di Baliani; “Passione” e “Olivetti con la Curino” e “Il racconto del Vajont” di Marco Paolini. Sarà Marco Baliani che, portando in scena per la prima volta nel 1989 lo spettacolo “Kohlhaas”, darà il via a quello che sarà chiamato Teatro di Narrazione dal quale nascerà, nei primi anni del 2000 il Teatro Civile di cui Daniele Biachessi è il precursore con gli spettacoli "La storia e la memoria", "Fausto e Iaio", "La fabbrica dei profumi", "Storie d'Italia"e "Piazza Fontana. “È il regno, il paradigma dell'affabulazione” diceva Pier Paolo Pasolini, colpito dall'atmosfera che aleggia in scena e tra pubblico dal carisma dell’interprete che si assume il compito di esprimere la sua energia.

“Le avventure di Numero Primo” Marco Paolini | Photo © CaliMero

Di energia scenica parlo con Emanuele Arrigazzi, un monologatore di prestigio che ha interiorizzato l’arte del grammelot da un maestro di questo genere, Antonio Catalano, per interpretare “Groppi d’Amore nella Scuraglia” un testo di Tiziano Scarpa scritto in un patois di dialetti meridionali, una lingua inventata che alterna poesia e comicità. «L'energia è il segreto per interpretare uno spettacolo da soli -mi spiega Arrigazzi- e all'energia bisogna affiancare una grande dose di sensibilità, perché trovarsi da soli sul palco durante lo svolgersi della recitazione ha bisogno della forza che si capta dalla platea. Il segreto è nella simbiosi che si riesce a creare con il pubblico, nell'empatia che deve nascere tra l'attore e gli spettatori. Il risultato di questa alchimia si trasforma nel successo, o meno, dello spettacolo.» Cosa significa essere protagonisti di un monologo affollato di voci, in scena con solo una sedia, qualche luce e una miriade di personaggi da interpretare: Sirocchia, Cicerchio, la vidova Capecchia, lu nonnio, lu sindoco, lu prete, lu menistro de l’Iggene, Pruscilla?

"Groppi d'amore nella scuraglia" Emanuele Arrigazzi

Gli chiedo come fa un attore da solo ad affrontare un testo così complesso? «Potrei risponderti che serve esperienza e professionalità, ma non basta. Serve passione e amore.» Ride, ma è molto serio e io lo rivedo in scena mentre, con gli occhi sgranati guarda il pubblico e gli dice: «A chistu munno chi ce mantene la bellezza ce cumanda. Ma puro chi ce mantene lu pauro ce cumanda. Lu munno iè nu battaglio de bellezza e de pauro. Accusì ne la notte nottosa lu pauro e la bellezza ce s’attizzano battaglio pe cunquistà la scuraglia de l’ommeno». «Arrigazzi è uno Scatorchio irresistibile – afferma in un'intervista lo stesso Scarpa – si immerge nei larghi pantaloni della sua maschilità e la rende umanissima. Travolgente e impetuoso, Emanuele-Scatorchio fa spalancare le risate degli spettatori e le conficca nelle profondità della commozione», in Arrigazzi io fisso la mia immagine della potenza del monologo, così come conservo il turbamento e lo stupore di aver seguito “il racconto del Vajont” di Marco Paolini, e la memoria spazia nel ricordo di altri meravigliosi monologhi teatrali a cui ho assistito, consapevole di essermi sempre fatta risucchiare per un'ora o poca più dalla magica affabulazione di una storia, da una voce narrante e dal carisma di un attore.

Chi è | Laura Cavalieri Manasse

Segue la redazione del semestrale ArtApp e della sua piattaforma online, senza rinunciare a scrivere degli articoli sugli argomenti che l'appassionano, come la fotografia o il teatro. Collabora come editor per alcune case editrici e con tutti coloro che le chiedono un consiglio che li aiuti a scrivere in modo corretto e interessante.

#LauraCavalieriManasse #EmanueleArrigazzi #DarioFo #MoniOvadia #MarcoPaolini #MarcoBaliani #PierPaoloPasolini #Grammelot

Schermata 2020-01-20 alle 17.09.20.png
Sostieni ArtApp!

Ti è piaciuto ciò che hai appena letto? Vorresti continuare a leggere i nostri contenuti? ArtApp è una rivista indipendente che sopravvive da più di dieci anni grazie a contributi liberi dei nostri scrittori e alle liberalità della Fondazione Bertarelli.

Per supportare il nostro lavoro e permetterci di continuare ad offrirti contenuti sempre migliori Abbonati ad ArtApp. Con un piccolo contributo annuale sosterrai la redazione e riceverai i prossimi numeri della rivista direttamente a casa tua.

Scelti per voi

FB-BANNER-01.gif

© 2020 Edizioni Archos P.IVA 02046250169 - ArtApp | semestrale | Anno XI | Reg. 03/2009 Tribunale di Bergamo

  • Facebook - Bianco Circle
  • Instagram - Bianco Circle