• Anna Ferrari

L'Amazzonia, la Siberia, le Canarie e l'Indonesia bruciano


Il fuoco, quasi certamente appiccato dall'uomo, ha distrutto, e continua a farlo, immense aree boschive che da sempre costituiscono il polmone del nostro pianeta. Dispiacersi non basta...

Incendio a Gran Canaria, Isole Canarie

La cronaca internazionale degli ultimi mesi ha avuto come protagonisti gli incendi devastanti che si sono verificati in molte zone del pianeta. Questi episodi stanno aumentando in modo esponenziale, ad esempio, rispetto all’anno scorso il numero degli incendi nella Foresta amazzonica è aumentato dell’83%. Una delle cause maggiori degli incendi è la volontà dei proprietari terrieri di conversione dei paesaggi naturali in territori agricoli, l'80% della deforestazione globale è dovuta alla produzione agricola industriale, sempre più intensiva. I titolari delle concessioni commerciali per lo sfruttamento delle piantagioni danno fuoco alle foreste principalmente per creare spazio a fattorie che produrranno olio di palma, di cui l’Unione Europea è uno dei principali importatori. I roghi appiccati dall’uomo con l’obiettivo di fare spazio a nuove piantagioni di palme da olio si propagano in modo esponenziale, a causa del clima particolarmente secco, e a nulla valgono gli interventi dei vigili del fuoco dei vari paesi in cui si sono verificati questi incendi devastanti.

Trecento milioni di persone vivono nelle foreste e 1,6 miliardi di individui dipende da queste. Per far aumentare i profitti economici e i guadagni personali, i diritti di queste popolazioni indigene vengono calpestati e vilipesi; loro si battono per salvaguardare la loro esistenza, la salute e la salvaguardia delle foreste. Secondo la FAO, una persona su nove nel mondo soffre la fame perché non ha cibo. Eppure il 26% della superficie terrestre è destinata ai pascoli degli animali da macello e circa 1 miliardo di tonnellate di cereali viene utilizzato come mangime. Ma con questa quantità di cereali si potrebbe sfamare 3,5 miliardi di persone, ottimizzando l’equilibrio tra la produzione agricola e gli ecosistemi naturali. Dopo gli incendi nelle regioni artiche, in Amazzonia e in Africa centrale, le fiamme stanno divampando anche nelle foreste torbiere dell’Indonesia, le zone più colpite si trovano sull’isola di Sumatra e nel Borneo, dove sei province indonesiane hanno dichiarato lo stato di emergenza. Migliaia di pompieri sono impegnati nel contrasto ai roghi, che hanno portato a livelli inaccettabili la qualità dell’aria in diverse regioni del Paese. Situazioni critiche sono state registrate, oltre che in Indonesia, in Malesia e a Singapore, con scuole chiuse e tratte aeree sospese in relazione a un grave deterioramento della qualità dell’aria.

Incendio in Africa, photo © Eric.org

Greenpeace, in merito a questi scempi, ha fatto una denuncia precisa: le aziende non possono non sapere. «Basta, è inaccettabile che le aziende non sappiano da dove vengono le loro materie prime» così Martina Borghi, responsabile per le campagne sulle foreste di Greenpeace Italia commenta alla DIRE l’ondata di incendi che ha recentemente devastato migliaia di ettari di foreste nel sud-est asiatico. Il riferimento è in particolare alla Wilmar, multinazionale di Singapore: all’inizio di questo mese, Greenpeace ha sospeso la collaborazione con questa ed altre aziende, accusate di non aver rispettato gli impegni presi sulla lotta alla deforestazione. Nel 2018 il gigante asiatico dell’agri-business, insieme alle multinazionali Unilever e Mondelez, si era impegnato con l’ONG ambientalista a monitorare il settore della palma da olio per scongiurare eventuali abusi. Meno di un mese fa, Greenpeace si è ritirata dall’accordo, accusando le tre imprese di non aver fatto nulla per rispettarlo.

Venticinque società attive nel settore dell’olio di palma, denunciava Greenpeace un anno fa, hanno fatto sparire 130mila ettari di foresta pluviale dal 2015, anno record per gli incendi in Indonesia. Questi erano situati per il 40% nella Papua indonesiana, in aree ricche di biodiversità e rimaste estranee al fenomeno degli incendi dolosi fino a pochi anni fa. «Tra gennaio e maggio 2019 abbiamo assistito a 42.740 incendi- segnala Borghi citando dati ufficiali- il doppio rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente».

Parco Nazionale di Sabangau, Indonesia

Di questo disastro ecologico non si conoscono ancora le proporzioni, ma sicuramente è ingente e avrà ripercussioni planetarie. A livello climatico è un eclatante esempio di quello che gli ecologi chiamano “Global change”, ovvero la commistione micidialmente sinergica di fenomeni legati al cambiamento di uso del suolo, o “Land use change” (incendi e deforestazioni), e al cambiamento climatico e “Climate change” vero e proprio, indipendentemente dall’ordine dei fattori. I devastanti incendi di questi ultimi mesi comporteranno l’estinzione di specie animali, vegetali e di microorganismi; la frammentazione degli habitat è concordemente riconosciuta dal mondo scientifico come la principale minaccia per le specie animali e vegetali, in quanto determina l’interruzione dei flussi di geni all’interno delle popolazioni, rendendole poco plastiche e suscettibili di estinzione. La Foresta Amazzonica, con molta probabilità, scomparirà completamente da ampi territori oggi soggetti al fuoco, ma anche se dovesse in parte sopravvivere, sarà sotto forma di nuclei più piccoli, isolati e alterati, decisamente più vulnerabili se esposti ad ulteriori fattori di stress, come siccità o innalzamento delle temperature.

Un vigile del fuoco nella reggenza di Pulang Pisau, © Ulet Ifansasti/Getty Images

L'ondata di questi incendi avrà ripercussioni planetarie a causa dell’immane quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera, grazie alla combustione della vegetazione e della materia organica accumulata negli ecosistemi di vaste superfici. Le aree colpite dagli incendi sono sempre state una enorme riserva di carbonio temporaneamente escluso dal ciclo del carbonio stesso. Gli scienziati definiscono queste riserve di “carbonio sequestrato” come “carbon stock”, e l’immediata liberazione in atmosfera, anche parziale, di un “carbon stock” delle proporzioni della Foresta Amazzonica equivale a vanificare decenni di sforzi per la riduzione delle emissioni portati avanti da molti paesi attraverso lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e di tecnologie meno energivore: un durissimo colpo per tutti i risultati positivi, troppo pochi a dire il vero, ottenuti attraverso difficili ed estenuanti trattative e mediazioni internazionali, ma oltre all'Amazzonia, stanno bruciando altrettanti territori conosciuti come “polmoni verdi”.

Un poliziotto a Palangkaraya, nella provincia Kalimantan Centrale, Indonesia - © Ulet Ifansasti/Getty Images​

Non solo, la distruzione della vegetazione e degli ecosistemi forestali e la loro sostituzione con le vegetazioni erbacee dei pascoli e delle coltivazioni mina alla base la possibilità di ripresa della capacità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera e di immagazzinare di nuovo carbonio nelle biomasse vegetali di vaste superfici. Questa funzione potrebbe essere salvaguardata solo procedendo ad una rapida riforestazione delle aree oggi distrutte dalle fiamme, ma ci vorrebbero decenni per ritornare a condizioni paragonabili a quelle pre-incendi. Gli studiosi possono già individuare i principali fattori che agiranno a livello planetario, determinando inevitabili ripercussioni sul clima: consistente aumento di gas serra in atmosfera, diminuzione della capacità di produrre ossigeno, assorbire CO2 e sequestrare carbonio, la diminuzione della capacità di mantenere umidità atmosferica locale, l'alterazione delle capacità di riflessione e assorbimento della radiazione solare, l'alterazione dei regimi delle precipitazioni e dei reticoli idrografici e la perdita della biodiversità.

Le dimensioni e la violenza degli incendi sono un problema che tocca ognuno di noi in modo diretto, perché ognuno di noi respira e mangia. Se è vero che non possiamo, qui e ora, rimediare alla devastazione dei roghi che bruciano il Pianeta Terra in questo momento, possiamo però prendere coscienza delle loro cause, degli effetti e della necessità di attivare dei cambiamenti nel microcosmo della nostra quotidianità, solo questo atteggiamento informato e consapevole può attivare una inversione di rotta, come auspicava il Mahatma Ghandi: "Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo".

Chi è | Anna Ferrari

Classe 1991, di origine emiliana e milanese d'adozione, ha una laurea specialistica in Scienze della Terra, presa all'Università degli Studi a Milano, che l'ha portata ad essere geologa a tutti gli effetti. Dal 2013 decide che vuole di più e incomincia a scrivere: prima raccontini liberi, poi articoli e recensioni. Ama tutto ciò che è natura e arte ed è una grande lettrice di libri di storia.

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