• Andrea Tomasini

L'arte della cartografia


La mappa è la modalità con cui si cerca di conoscere e di orientarsi per muoversi sul territorio. La mappa non è il territorio

Hendrik Hondius, 1630

Jorge Luis Borges spiega bene che è impossibile che esista una perfetta sovrapposizione tra territorio e narrazione per due ragioni: la prima è che se si eccede in rigore e dettagli la mappa finisce per esser inservibile; la seconda sta nel fatto che narrare implica sempre una doppia scelta: la modalità del come si narra e la selezione tra le tante cose che possono esser raccontate. Per questo narrare è sempre un’invenzione.

Allo stesso modo la mappa è sostanzialmente uno strumento di conoscenza a prescindere dalla realtà che vorrebbe rappresentare. È noto infatti che la mappa non è il territorio. È l’adozione di un insieme di segni cognitivi che possono essere studiati indipendentemente dallo studio del territorio e della sua esperienza diretta da parte del cartografo. Le prime mappe dell’Oriente sono state costruite sulla base dei racconti di Marco Polo e non della realtà, ammesso che la realtà esista, o che sia una sola, o che sia per forza soltanto come ci appare, come potrebbe argomentare Borges.

Per altro, lo spazio spesso coincide con il luogo del desiderio, e in questo senso le mappe sono anche desideri di viaggi, itinerari, sia fisici sia dello spirito. L’Odissea è una carta geografica, dice Calvino. Ma se esiste una carta geografica “Odissea” ne esisterà una “Iliade” dove è descritto lo scudo di Achille che è la cosmogonia greca, il modo con cui è pensato e descritto il mondo e la sua genesi. L’arte della cartografia è la necessità di collocarsi esternamente per poter narrare il territorio o il contesto e avere una visone migliore, o almeno differente. Per cartografare e disegnare un territorio occorre porsi in una posizione esterna al territorio (da cui osservarlo) per poterlo riconoscere e disegnarlo dal proprio punto di vista.

Van schagen's map of the world, 1689

La modalità con cui noi oggi raccontiamo e rappresentiamo un territorio è basata sulla proiezione di Mercatore, un metodo non neutro (ma ne esistono, di neutri?) di narrazione che trasferisce la sfericità del mondo alla carta, con necessarie deformazioni per poter mantenere un’utilità a chi voglia tracciar rotte e itinerari. Le Nazioni Unite mettono in discussione questa proiezione e chiedono di modificare questo modo di rappresentare il mondo perché troppo eurocentrico: nella modalità con cui realizza il planisferio alberga una serie di discorsi e assunti che derivano dal fatto di esser stati formulati in Europa. Un esempio può rendere più chiara la questione del nome che si dà ai luoghi geografici. Uno dei più noti finis terrae è il Capo di Buona Speranza.

La vulgata che tutti quanti noi conosciamo è che il Capo di Buona Speranza è la punta più a sud e occidentale che Vasco de Gama doppiò. Il Capo di Buona Speranza così fu chiamato dal re del Portogallo, Giovanni II in virtù delle prospettive economiche che derivano dall’aver scoperto e poi doppiato questo Capo cruciale per poter portare a termine la circumnavigazione dell’Africa e andare verso le spezie delle Indie. Speranza di tanta ricchezza quindi alla corte portoghese.

Con l’attribuzione di un nome geografico, nel battezzare un luogo “ viene suggellato un patto tra l’esploratore e la scoperta che legittima la presa di possesso di quella terra senza padrone”, nella scelta dei nomi geografici, quelli attuali sono stati per lo più attribuiti da esploratori che sembrerebbero più aver creativamente inventato i luoghi raggiunti, e non invece averli soltanto trovati. Il fatto che ormai nelle mappe non appaiano più zone designate con “terre ignote” rende lo stato d’animo analogo a quello di chi sta in una biblioteca e ha letto tutti i libri, e quindi è tendenzialmente disincantato, annoiato rispetto al mondo e a se stesso.

Mappa seicentesca del continente africano

La figura dell’esploratore: al Musée d'Orsay c’è un pastello bellissimo di Lucien Lévy-Dhurmer: “L'explorateur perdu”: un uomo non giovane, quindi uomo che si vorrebbe di esperienza, è ritratto mentre si regge a una canna più grande delle altre, nevica, ha lo sguardo perso nel vuoto ma in realtà osserva i dubbi e lo spaesamento che ha dentro. Quel disincanto deriva dal fatto che esplorare proviene dal latino ex-plorare, piangere. Sostanzialmente la sua è la delusione del vedere con gli occhi della realtà, o dall’idea che la realtà e i suoi itinerari siano sempre e solo gli stessi. Per questo, invecchiato, non sa più riconoscersi.

Disincantato, ha scordato, etimologicamente: “tolto dal suo cuore” che partenza e ritorno

(e forse anche perdersi) sono tutte tappe verso quel altrove che un tempo sulle mappe era segnato con “hic sunt leones”, il luogo da dove iniziava la sfida e la voglia di conoscere andando oltre il già dato. Un disincanto che rende ossessivo e cronico il senso della privazione connesso al concetto di desiderio. Desiderio viene dal latino de privativo e sider stella e racconta dell’impossibilità di poter osservare le stelle, che erano scrutate a scopo augurale e quindi per definire la rotta esistenziale. Questa impossibilità genera mancanza da cui deriva lo stimolo incomprimibile a una ricerca affannata che generi soddisfazione colmando quel vuoto, quella distanza tra soggetto e oggetto. Le mappe ritualizzano questo desiderio. La possibilità di tracciare una propria cartografia è essenziale per conoscersi e sapere dove si è.

Chi è | Andrea Tomasini

Umanista improduttivo, sommelier, adora i sapori, gli odori, i libri, le parole e le immagini. Si occupa di medicina narrativa. Scrive racconti che tiene per se, aspirando a esser postumo. Ha girato il mondo, occupandosi di comunicazione e dell’impatto della ricerca scientifica sulla società.Vive tra Roma e Spoleto, alternandosi in modo irregolare tra qui e là, fatto che contribuisce a un alibi credibile per il suo disordine.

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