• Laura Cavalieri Manasse

L'artista Marco Milia racconta il suo progetto Molecula


Molecula è l’installazione che Milia ha donato al CoscioniLAB, progetto che nasce in seno all’Istituto Luca Coscioni di Maria Antonietta Farina a Roma

"Molecula" 2019 | Photo@ Aurelio Candido

Hai inaugurato da pochi giorni una scultura permanente nei nuovi spazi del CoscioniLAB. Come è nato il tuo coinvolgimento? Di cosa si tratta?

Sono stato contattato da Aurelio Candido, che è il direttore artistico di questo laboratorio innovativo che Maria Antonietta Farina Coscioni ha voluto aprire a San Giovanni. Mi è stato proposto di elaborare un intervento che ne caratterizzasse il percorso; di connotare il luogo, dove si fa ricerca, c’è impegno civile, e ci si muove a cavallo tra vari campi del sapere. Per il primo anno il tema è incentrato sulla relazione tra arti e neuroscienze, non solo arti visive ma anche teatro, musica, letteratura...

Un’opera di dimensioni notevoli, che si contrappone ai pieni e ai vuoti dell’edificio e cambia in continuazione, in base al punto di vista, all’illuminazione e ai riflessi che grazie ad essa produce.

La scultura occupa tutto il soffitto dello studio. Chi conosce il mio lavoro, sa che per me è importante la relazione con lo spazio: sono progetti site specific che partono dall’indagine delle sensazioni e delle emozioni che questo offre. Il passo successivo è l’ideazione, che è strutturale: attraverso l’innesto di un elemento estraneo produco un contesto diverso. Ho sempre fatto così, nei chiostri di Sant’Agostino a Montalcino e di San Francesco ad Acquapendente; nel Museo delle Case Romane del Celio. Le soluzioni che propongo non vanno a modificare tanto la percezione dell’elemento architettonico, quanto l’atmosfera. Mettici poi che a livello dimensionale sono strutture molto grandi, che saturano ogni possibile angolo di visione.

"Habitat" , 2017 - Chiostro di Sant'Agostino, Montalcino (SI) | Photo@ Aurelio Candido

Molecula affronta temi già sviluppati in precedenza, anche se non ti sei mai dichiaratamente legato a questioni scientifiche…

Il problema era trovare un punto di incontro tra la mia ricerca e le neuroscienze, cioè l’argomento scelto da Maria Antonietta. Ho usato il policarbonato alveolare, che mi caratterizza da diversi anni, la forma circolare, e il modulo... le installazioni che realizzo sono originate da singoli moduli che diventano struttura quando sono insieme. La molecola è la componente fondamentale, la più semplice, che possiamo riconoscere, ed è qui intesa come parte minima di un tutto: ci porta a immaginare qualcosa che sta al di sopra, di potenzialmente immenso. Nel CoscioniLAB può essere legata al discorso della scienza e dei meccanismi che scattano nel sistema neuronale; si può riferire al dna; anche alla società civile. Ognuno di noi è un individuo che stringe relazioni e, con le altre persone, può dar vita a cortocircuiti importanti. Oppure il nesso potrebbe essere col corpo umano, con l’aggregazione di tante unità a formare un organismo. Già nel chiostro di Montalcino la molecola era quella dell’acqua, che ripetuta in maniera continua diventava pioggia, temporale. O fiume, nel chiostro di Acquapendente.

Sembra che il soggetto (acqua, aria, abitazione, molecola) sia semplicemente un pretesto. In realtà ciò che analizzi sono i processi legati a percezione e visione.

Per anni mi sono interessato al rapporto dello spettatore con l’opera. All’inizio si trattava di una connessione mentale, ad esempio nei cerchi creati dal riflesso nelle lastre di acciaio inox. Sul pavimento o a parete sembrava ci fosse un enorme foro, mentre era un vuoto immaginario, dato dall’illusione ottica. L’esigenza è poi diventata di far relazionare le persone fisicamente, di permetter loro di entrare dentro il lavoro, o di confrontarsi con una struttura estranea all’ambiente, ma in grado, interagendoci, di far cambiare la conoscenza del posto. Nella piazza di Marsciano in Umbria - dove ho riempito l’area di 30 metri, quadrata, con dei cerchi alti 30 cm - la gente ha iniziato ad attraversare lo spazio, da angolo ad angolo, impiegandoci dieci volte di più: il rapporto col luogo, grazie all’installazione, veniva modificato.

Alla Gestalt fai riferimento? I percorsi mentali che fanno percepire gli oggetti in modo accomunabile a ognuno mi coinvolgono principalmente per quanto riguarda la geometria e le simmetrie. Il cerchio, che uso, vero o simulato che sia, è una figura perfetta, quella che occhio e cervello leggono più facilmente, la rispondenza delle parti dove si riconduce tutto a un centro.

Ritornando alla mostra e agli esempi che hai riportato: c’è la possibilità di vedere in maniera organica il tuo lavoro da dieci anni a questa parte, perché assieme alla grande scultura ci sono anche i progetti delle installazioni precedenti.

Ho voluto esporre i modelli degli interventi in policarbonato alveolare per illustrare qual è la dinamica di ideazione e esecuzione. Comincio dal disegno, dal sopralluogo nello spazio, poi realizzo un bozzetto in scala perfetta in cui studio le dimensioni, la direzione che devono prendere i cerchi, le associazioni che si possono fare col contesto. Se l’ambiente è antico, ho bisogno di trasparenza, senza togliere campo visivo a ciò che c’è dietro. Nel CoscioniLAB i soffitti sono alti e nonostante Molecula riempia entrambi i saloni, ci si muove senza intralcio. Anche quando penso all’interazione fisica, come in Croazia o al Premio Basi, dove si poteva camminare dentro alla scultura, mi adatto sempre al luogo e alle sue suggestioni.

Sono opere vere e proprie, inoltre. Prediligendo azioni temporanee e scartando la riproduzione fotografica, i progetti sono tutto ciò che rimane.

Molte delle mie installazioni sono enormi. Ad Acquapendente, ancora allestita, parliamo di 45 metri. Ma ognuna dura il tempo dell’evento. Il bozzetto è la testimonianza diretta, precisa, su misura, di quello che è stato.

Pensavo che avresti esposto anche cose nuove, dato che non hai ancora avuto modo di farlo.

I lavori degli ultimi anni, proposti con delle varianti a livello cromatico, funzionano ancora perché relazionandosi col luogo cambiano di volta in volta sia nella struttura che nel concetto. Non c’è ripetizione, però la produzione recentissima parte dalla percezione per diventare oggetto. Non macrostrutture ma variazioni minime che solo se reiterate ritornano al discorso dell’installazione.

L’intreccio arte e scienza è stato il filo conduttore di questo incontro. Come l’una trae beneficio dall’altra?

È relativamente nuova, come tematica, per quanto mi riguarda. Ciò che mi ha convinto definitivamente a partecipare è che molti artisti ai quali guardo partono da questa analisi. Si pensi ai lavori di Eliasson che indaga i fenomeni atmosferici o a Tomàs Saraceno e alle sue collaborazioni con la Nasa. Diversi colleghi se ne stanno interessando: arte e robotica, nuove tecnologie, dati, macchine, biomedica, sviluppo di materiali innovativi. Ultimamente ho seguito la mostra di un amico come Donato Piccolo alla Fondazione Pomodoro a Milano. Anche i miei studenti inseriscono nelle opere software, luci, suono. È estremamente affascinante la contaminazione: le scoperte scientifiche aprono campi di indagine sconosciuti per gli artisti.

Chi è | Laura Cavalieri Manasse

Segue la redazione del semestrale ArtApp e della sua piattaforma online, senza rinunciare a scrivere degli articoli sugli argomenti che l'appassionano, come la fotografia o il teatro. Collabora come editor per alcune case editrici e con tutti coloro che le chiedono un consiglio che li aiuti a scrivere in modo corretto e interessante.

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