• Franco Avicolli

L'Avana è gialla


Cuba ha festeggiato i 500 anni della fondazione dell’Avana. La celebrazione si è tenuta vicino al Templete, dove il 16 novembre 1519 si sottoscrisse l’atto costitutivo della fondazione della città

Photo © vivicuba.org

L’Avana è gialla. Dico: è un suono giallo che s’avvicina dall’oriente, origine, come le sue genti bianche e nere che diventano Ochùn, madonna e dea, vergine e mulatta sensuale, corpo compiaciuto e piacere. Si ritrae, si dà e si distende. Indugia, la luce, si allunga benigna e uguale, occupa spazi che disegna bruni per sentirsi, quindi, nelle aperture lunghe e spesso misteriose che danno frescura. Sono prospettive che cercano e si sentono attratte dal turchese e dal blu del mare, dove pare vogliano ritornare più che andare, forse per trovare la loro naturale estensione; indugia quasi volesse raccogliersi per darsi assoluta, poi, alla lunga e ondeggiante serpe che scivola leggera lungo il mare per essere Malecòn, passeggiata fra il liquido e il solare dei due mondi di cui è fatta.

Non era riuscita a sfuggire, prima, all’accattivante invito che l’ha portata a sfilare lungo il Paseo marmoreo del Prado che dona grazia e maestosità alla passeggiata e alla pausa; gli aveva consegnato se stessa e ricevuto, in cambio, le ombre che invitano all’incontro, forse cercato. Si era spinta, poi, in dentro, attirata dal verde intenso dalle palme reali del Parque Central e dal loro sussurro ed è andata oltre, accettando l’invito della Calle Reina, la regina che l’aveva condotta come una matrona accogliente negli spazi del re, quel Carlos Tercero che amò l’antica Pompei e illuminò anche il golfo napoletano. E infine si era concessa lo sforzo di andare sulla breve salita che accarezza i fianchi della collinetta che ostenta in cima il Castello del Principe per consegnarsi, infine, al pendio invitante verso il mare che si agita alla foce dell’Avenida G, intitolata a presidenti non sempre puliti.

Il Campidoglio, Avana Cuba | Photo © Area Magazine

Poi ritorna laddove un tempo era arrivata, in quel porto - membro di mare che pregna la terra – di sogni e speranze, dove un giorno anche la rabbia aveva trovato la sua ragione, nello sguardo che il Che lancia al nemico ricordando i morti de La Coubre. Ora si cerca, ha voglia di conoscersi e si spinge verso la Plaza, entra, gialla, nei palazzi dove il Capitano generale e il suo secondo imponevano la legge del re lontano, si perde nella vecchia Avana, fra le sue stesse infinite possibilità di essere luce e giallo, costeggia il Convento di Santa Clara, si ristora brevemente nella fontana della Plaza che è antica e poi torna indietro per sostare assorta - e forse in preghiera - davanti alla Cattedrale, dove si specchia gialla nella luce americana del barocco. Quindi, quasi fosse soddisfatta, sente – la luce – che può di più e, sui passi del suo tempo, imbocca l’antica strada delle merci, vergini doni di una terra rigogliosa. E allora s’inerpica, va su, lungo la città che Carpentier chiamò delle colonne, verso quel Cerro più alto, dove si andava per stare e respirare meglio e per guarire, lungo la strada che tra le poche era Calzada che poi ritorna nel territorio del re, incrociandolo appena, per divenire la sua successione, la Infanta che, anch’essa, non riesce a sfuggire al richiamo del mare.

Ma altro ora la distrae: una nuova fuga in dentro, verso la terra, la strada Ventitreesima che, brevemente, sfila repentina sotto lo sguardo dell’Hotel Nacional, teatro di gesta non proprio virtuose, che giallo guarda sull’andare delle onde dal blu al turchese. È un breve tempo per l’indugio, per osservare le case gialle e quelle poche, che alte, non hanno ancora il colore della luce che si difende o che si confonde con il suo contrario. E, d’altra parte, qui il nero era Vedado e il giallo appare qua e là con la maestosità di qualche antica dimora o nelle tracce di quello che fu anche rifugio di amori famosi, quel Trocha albergo che non c’è più rimasto sulla pelle di chi lo conobbe. Come tutta la città che tu cerchi di raccontare perché vuoi dare una voce alla tua pelle che vedi gialla e che senti dolce come lo zucchero della canna che cresce nelle terre di dentro. Accade quando senti che il tropico ti è entrato nel corpo per darti una frenesia che vuole diventare vita, avere una forma.

All’Avana puoi solo guardare nello specchio di te stesso: sei tu l’Avana, sei tu il libro al quale la città presta i suoi caratteri, le sue lettere. Segui allora la luce nella città rinnovata lungo la Avenida Quinta dal mare, ma mai da esso troppo lontana; non sostare più del necessario in quegli spazi invitanti dove la vegetazione ti dona ristoro. All’Avana la sosta è ingannevole, ti intorpidisce i sensi se non è felina, attesa della preda o anche solo preda. Le sue strade sono fughe, spazi veloci che costringono ad arrivare alla fine che sempre ti consegna l’insopportabile assenza del principio, il mare e il sole che viene dall’oriente. Corri e cerca di accompagnare la luce che ti porta a Siboney e ti dice quanto la ragione può essere architettura a queste latitudini. Nell’intricata razionalità del tessuto di una forma urbana che riesce solo ad essere eco di città, tra la vegetazione instancabile, sentirai a un certo punto l’affanno e qualcosa ti dirà che ti manca il mare di cui ora senti soltanto l’odore. Allora avrai capito che la città è la sua stessa origine: il mare e il giallo della luce.

Dalle profondità della massa azzurra che si perde nello spazio e nel tempo, Yemanyà, la dea che accondiscende ai desideri, farà giungere il suo sussurro invitante e la sua vocazione protettrice. Sarà nuova guida e ti indicherà il cammino di chi ha osato. Ti prenderà per mano perché vorrebbe farti conoscere Ochùn che riporta alla luce stessa. Ti guarderai attorno e vedrai i colori dei corpi sullo sfondo giallo di antiche speranze che sono ora città. Oramai lo sai, hai imparato e ti puoi permettere il necessario abbandono che è l’unico modo per entrare nel presente, puoi capire la misura corporea del ballo che balla col giallo della luce gialla. Ora sai passare dall’antico al nuovo e pensare ancora al più nuovo sempre ritornando al mare che - lo sai - ha generato anche te stesso.

Havana-Cuba | Photo © Julian Peters

L’Avana ora è veramente gialla, di suo e di tuo, e – così ti dice la tua mente italica che non può vivere senza una qualche presenza della tua origine – ti pare che qui la luce abbia trovato forma con l’aiuto di un po’ della tua terra di Siena. Ora hai bisogno di spazi più ampi e vieni attratto dalla Passeggiata più moderna, da quel Paseo che conduce alla Plaza disadorna che grida festosa anche quando è vuota, dove Martì continua a pensare al sole. Nel sole giallo.

Chi è | Franco Avicolli

Russista di formazione. È stato Direttore ed Esperto presso gli IIC di Córdoba (Argentina) e Città del Messico; Funzionario presso lo IUAV, Ricercatore presso l’AS di Cuba. Ha tenuto corsi presso università di Cuba, Argentina e Messico. L’UC di Córdoba gli ha conferito la Laurea honoris causa. Cura la promozione e realizzazione di progetti culturali e della città. È stato collaboratore della rivista America Latina e collabora con la Domenica del Sole 24 Ore, Ytali, Nexus, ArtApp e altri. Ha scritto libri e cataloghi e dirige lo Spazio Micromega Arte e Cultura (MAC) di Venezia.

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