• Stefano Semeria

Le Invisibili – La poetica politica di Louis-Julien Petit


Un film provocatorio che in Francia ha superato il milione di spettatori, ottenendo attenzione politica fino a spingere Macron a ospitare una proiezione all’Eliseo

Noémie Lvovsky, photo © © JC Lother

C’era una volta una donna di nome Claire Lajeunie che, andando al lavoro in auto, si fermò a un semaforo e si ritrovò ad osservare una donna senza dimora che attraversava la strada. Il suo primo pensiero non si rivolse alla condizione della donna, ma a quanto quella persona non fosse diversa da lei, come avrebbe potuto essere sua sorella, sua madre o addirittura lei stessa! Arrivata in ufficio fece una piccola ricerca per cercare di capire quante fossero le donne senza dimora secondo le statistiche ufficiali. La cifra la sconvolse, era elevatissima, eppure lei non se ne era mai accorta, quelle donne erano per la maggior parte delle persone, lei inclusa, invisibili.

Da qui è nato il libro reportage “Sur la Route des Invisibles” e da esso ha tratto ispirazione Louis-Julien Petit per il suo film Le Invisibili.

Petit, da sempre sensibile alle tematiche sociali che coinvolgono la condizione lavorativa delle donne e non solo (ricordiamo i bellissimi Discount e Carole Matthieu) ci porta a conoscere una umanità che resta invisibile agli occhi dei più. L’envol è un luogo di riparo e sicurezza per molte donne senza tetto e le sue impiegate sono talmente gentili che gli ospiti si trovano fin troppo bene e preferiscono restare lì che tentare un reinserimento nella società, il problema posto dall’amministrazione è esattamente questo: se eccedi in assistenzialismo, le persone non si sentiranno spinte a cercare di migliorare la loro condizione che, in fondo non è poi così male, quindi è meglio chiudere il centro e che si arrangino!

Il poster ufficiale del film “Les Invisibles”

Così fanno le impiegate, si arrangiano per arrivare laddove nessuno è riuscito, cercando dentro queste donne tutte le potenzialità per tornare a essere parte attiva della società.

Questo film è pervaso da un senso di ingiustizia sociale a più livelli, devi essere servizievole, ma non troppo, devi dire la verità, ma non sempre, devi essere gentile, ma non scordare che stai lavorando, il confine tra umanità e professionalità è posto in un punto che allo spettatore non è ben chiaro. Prima di guardarlo l’ho sentito paragonare a Ken Loach, ma chi lo dice forse non ha visto abbastanza film di Loach o non ha mai visto i film precedenti di Petit, non basta parlare di problemi sociali con ironia per essere messi nella stessa scatola, perché il problema è proprio la scatola.

Petit non vuole stare nelle scatole, non resta chiuso, va dove esistono problemi che tutti conosciamo, ma che preferiamo non vedere, non sentire, non guardare. Loach lavora con una rabbia tutta britannica, è un punk della politica che smuove le coscienze portandoci personaggi caricaturali che, attraverso situazioni roccambolesche, arrivano a una soluzione rivoluzionaria per cambiare la loro realtà. Petit è francese, sa essere realmente politicamente scorretto, ti fa ridere (moltissimo) e a volte deridere le sue protagoniste, personaggi sradicati dalla realtà, per tutto il film dimentichi quasi cosa stia succedendo, senti la rivoluzione, ma la vivi con una tale convivialità che quando il dramma arriva ti accorgi che era sempre stato lì e che è lì anche per colpa tua, che sotto sotto non ci avevi creduto davvero.Chi è il cattivo, la società, la politica, la burocrazia, siamo noi che ridiamo della povertà, il regista che ce la mostra con incosciente innocenza?

La risposta non c’è, resta invisibile, abbiamo dato uno sguardo a un momento di vita bellissimo, abbiamo scostato una tenda per spiare la vita di qualcuno che normalmente non consideriamo, ma poi la rimettiamo a posto. La vera differenza tra Loach e Petit è proprio nell’intento, Loach è un politico che vuole farci capire quali e quanti siano i problemi sociali, Petit ci chiede se vogliamo fare qualcosa o preferiamo solamente riderne, parlarne qualche minuto per poi tornare nella nostra confortevole casa. Fermi a quel semaforo, chi vediamo, una donna o una clochard?

La risposta resta allo spettatore.

Chi è | Stefano Semeria

Classe 1979, nato a Sanremo, ma cresciuto nella provincia di Arezzo, è un appassionato di cinema e della ricerca della bellezza in tutte le sue forme. Blogger e contributor per alcune riviste online, è un libero professionista che si occupa di branding e di analisi di ricerca per privati e aziende

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