• Giuseppe Cicozzetti

Lee Miller, una delle più grandi figure femminili della fotografia


Un’infanzia abusata, modella di successo, fotografa surrealista, corrispondente di guerra, amori, amanti, infine cuoca, la vita di Lee Miller sembra uscita dalla fantasia di uno sceneggiatore delirante, ma è vera e autentica come le sue fotografie

Lee Miller relaxes si rilassa nella vasca da bagno di Adolf Hitler a Monaco | Photo © David Scherman/The LIFE Picture Collection/Getty Images

Monaco, 30 aprile 1945. Una giovane donna dalle sembianze di un angelo fa ingresso nell’abitazione al 16 di Prinzregentenplatz. Non vi aveva mai messo piede prima né, in seguito, le accadrà più di tornarvi, ma lì in quell’appartamento deserto, nel cuore di una Germania devastata dalla furia degli Alleati, non pensa ad altro che dirigersi verso la sala da bagno. La giovane e bellissima donna si libera degli abiti come un rito di liberazione, ripone ordinatamente gli abiti e prende un bagno, chiedendo al suo compagno, il reporter David Scherman di ritrarla. Il 16 di Prinzregentenplatz non è un’abitazione qualunque, appartiene a una persona che nelle stesse ore a Berlino ha deciso di mettere fine alla sua vita e a quella di una donna, sposata da qualche ora: il suo nome è Adolf Hitler. La giovane donna dalle sembianze di un angelo è Lee Miller e con un solo gesto, nel pieno dell’infuriare della guerra, dà vita alla più audace e sfrontata rappresentazione surrealista, surclassando i suoi maestri e mentori.

Qualcuno, a proposito di questa celebre fotografia, ha scritto del rovesciamento di un dittatore o il ribaltamento del ritratto d’un nudo femminile dominato dall’obiettivo maschile – Miller pagherà caro il prezzo di un suo ritratto – ma, al di là di ogni altra seppur plausibile interpretazione, piace pensare a quel gesto come la supremazia della creatività femminile su temi d’esclusivo appannaggio maschile. Nata a Poughkeepsie, una piccola località dello stato di New York, Lee Miller (1907-1977) conoscerà presto, e drammaticamente, le attenzioni maschili: uno stupro, all’età di soli sette anni, le lascerà cicatrici insanabili nell’anima e una gonorrea che le tormenterà gli anni a venire. Gli uomini avevano tentato di sfregiare l’angelo ma ne sarebbero stati schiavi. La bellezza di Lee li avrebbe incatenati a un che di incomprensibile, perché dai giorni della violenza crebbe una creatura che seppe come farsi libera: l’amore, il sesso per Lee erano esperienze slegate, autonome, prive delle connessioni imposte dal sentire maschile tanto che, per sua stessa ammissione, non capiva «perché andare a letto con qualcuno avrebbe dovuto sconvolgere l’uomo di cui ero sinceramente innamorata». Ma ciò che di una donna agli occhi di un uomo è incomprensibile è pressoché infinito.

"Lacrime di vetro", Man Ray,1930

Degli anni da modella disse: «Mi hanno fotografata come se fossi un angelo, ma nessuno si è accorto che dentro avevo un demone». Non si accorse Condé Nast, il celebre editore, che la volle perché apparisse sulle pagine di Vogue. È il 1927 e il suo volto, la sua bellissima figura, fotografata da Genthe, Muray e soprattutto da Edward Steichen è già sulle copertine delle edizioni americane e britanniche. E fu proprio una fotografia di Steichen a mettere fine a una carriera segnata dal successo. Il maestro della fotografia americana associò Lee a una campagna pubblicitaria di assorbenti femminili scatenando le ire dei benpensanti, smuovendo il velo polveroso di un puritanesimo ipocrita che non vuole vedere ciò che esiste. Sdegnata dalle critiche Lee Miller saluta Condé Nast, il mondo patinato e vacuo della moda e si trasferisce a Parigi, ma più tardi confesserà d’essere stata fiera di avere contribuito ad abbattere uno dei tabù più radicati nella società. La capitale francese in quegli anni è un faro di creatività. Lì conoscerà Man Ray, di cui diventerà modella e assistente. E amante. Lee apprese tutto dal maestro: il genio, le tecniche (sono molti i critici che le attribuiscono diverse solarizzazioni – un’inversione parziale di neri e bianchi che crea un’aurea argentea – firmate Man Ray) e, poco dopo una consapevolezza che avrebbe determinato i suoi anni a venire. «Non volevo essere più una fotografia, volevo io fare fotografie». E non smise.

Ritrasse chi frequentava, i suoi amici, i poeti Éluard e Thomas, i pittori Kokoschka, Braque, Ernst e Mirò, Steinberg e Picasso, che omaggerà tanta bellezza dedicandole sei ritratti; e poi Getrud Stein, Morris, Tapies e lo stesso Man Ray del quale sarà costretto a subire la gelosia, che metterà fine alla relazione, per Cocteau che la volle protagonista nel film ‘Le sang d’un poète’. Lee Miller lascia Parigi. Poco prima aveva conosciuto un ricco egiziano che la sposa e la porta con sé al Cairo. Si amano ma non dura molto, pochi anni nei quali Lee fotograferà sabbie e piramidi esplorando le potenzialità del reportage. Poi, nel 1937, un viaggio a Parigi cambierà ancora la direzione della sua vita. Qui conosce l’inglese Roland Penrose, ne subisce il fascino intellettuale e nel 1939 si trasferiscono a Londra. Tutto però sta per cambiare, rapidamente. Sull’Europa si addensa la minaccia di una guerra e il governo americano invita i suoi cittadini residenti in Europa a mettersi in salvo tornando in patria. Ancora una volta il mondo maschile cercherà di mettere un freno alla sua vita ma Lee rilancia: non solo decide di restare in Gran Bretagna ma richiede di essere accreditata da Vogue come corrispondente di guerra. Si muoverà al seguito delle truppe alleate in un’Europa squassata dal conflitto fotografandone gli orrori, le devastazioni e la follia. A Buchenwald e Dachau scattò più che poté perché sulla pellicola fosse impressionato l’inenarrabile, le mostruosità di cui è capace l’uomo, nel tentativo di testimoniare l’evidenza del Male con ogni forza.

Lee Miller con un elmetto speciale per usare la macchina fotografica, Normandia1944

Alla redazione londinese assicurò che quanto avevano davanti agli occhi era tutto vero, perché come sa ogni fotografo un’immagine ha il potere di mostrare ma non certo quello di convincere. E lì, a Monaco, nel bagno privato di Hitler, Lee conduce il fango di Buchenwald attaccato alle suole degli anfibi militari, consumando un rito dal sapore catartico, un feroce contrappasso dal gusto surrealista. Quella fotografia, il più celebre dei suoi ritratti, è un lavacro mistico, è un’abluzione purificatrice che si consuma dentro il corpo intimo della dittatura, è un monito contro la disumanità. Un’infanzia abusata, modella di successo, fotografa surrealista a Parigi, corrispondente di guerra, amori, amanti, cuoca infine, la vita di Lee Miller sembra uscita dalla fantasia di uno sceneggiatore alla prova con uno script delirante e controcorrente ma vera, autentica come le sue fotografie. Dopo la guerra Lee Miller continua a fotografare ma l’esperienza della guerra ne ha profondamente segnato l’anima. Ma ormai è un mito e come spesso le è accaduto, a causa delle veloci giravolte del destino, Edward Steichen la chiama a far parte della mitica esposizione The Family of Man al MoMA, nel 1955. Poi l’oblio, lento, un’inesorabile e incomprensibile dimenticanza. Male, molto male per una delle più grandi figure femminili della fotografia.

Chi è | Giuseppe Cicozzetti

Geografo. Dopo una lunga esperienza editoriale si occupa di filosofia della fotografia. Su Scriptphotography scrive di cultura e divulgazione fotografica, prestando una particolare attenzione alle nuove tendenze della fotografia e ai loro interpreti.

Vive in Sicilia.

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