• Giuseppe Cicozzetti

Liu Bolin, l'uomo invisibile

L'artista cinese, maestro di camouflage, che si mimetizza in modo straordinario nelle sue opere

© Liu Bolin,The invisible man | Palacio de Gaviria Madrid

La fotografia è l’atto conclusivo del lavoro concettuale dell’artista cinese Liu Bolin, un’azione meccanica che prelude a una riflessione profonda sulla società post-industriale. Non cercate in lui l’invito taoista a “vivere nascostamente”: se cercate in questa direzione siete fuori strada. C’è in ogni performance, invece, una critica feroce alla globalizzazione di massa. La società globalizzata ha massificato i bisogni dell’uomo, omogeneizzato i suoi desideri e generato in laboratorio nuove aspettative cui oramai è difficile resistere ai sempre più sofisticati richiami. Siamo parte di un tutto – sembra dirci l’artista cinese – e nemmeno sembriamo accorgercene. O forse sì. Il mondo globalizzato ci ha imposto di correre tutti nella stessa direzione, ci ha spinto a frequentare dei “non-luoghi” costruiti appositamente per spersonalizzare e restituire l’impressione di trovarci a casa anche se ne siamo lontani mille miglia. Zero diversità, zero differenze. La costruzione dei bisogni ha un catalogo breve, il campionario è esiguo. Tutto dev’essere immediatamente riconoscibile. Tranne una componente: l’uomo, che intanto non riconosce più se stesso.


© Liu Bolin


Liu Bolin indaga, i “segni” della sua ricerca ci sono tutti; si va dalla censura alla schiavitù del denaro, dai guasti prodotti dalla disumanizzazione delle metropoli al consumismo più compulsivo nella quale trova posto una critica al turismo di massa quale risposta a una richiesta di conoscenza che non si allontana dal semplice svago. Tutto si consuma. E tutto ha lo stesso gusto. Chiamare “fotografie” il lavoro di Liu Bolin è riduttivo. Come si è detto lo scatto è soltanto l’approdo finale di una lunga preparazione non soltanto concettuale. Dietro c’è un minuziosissimo lavoro di maquillage: lui, il fotografo, è sempre ritto contro una scena mentre una serie di collaboratori gli dipinge addosso con estrema perizia gli stessi oggetti, mattoni, frutta, giornali e persino gli stessi spazi vuoti fino a renderlo invisibile, mischiato a una realtà sorprendente quanto sconcertante. Tutto qui. Poi in post-produzione si eliminano le inevitabili tracce della corporeità e dunque le ombre svaniscono: il camaleontismo così è completo.


© Liu Bolin

Se altri fotografi ci parlano della desolazione dei “non-luoghi” Liu Bolin si concentra sui loro effetti descrivendoci la “non-vita”, la morte cioè della personale espressione dell’uomo quale attestazione della sua completa autonomia, del superamento delle differenze sull’altare dell’omologazione massificata. Le opere di Liu Bolin sono questo: un trattato sociologico per immagini, una discesa negli interstizi di una società che distrugge le differenze. Chi osserva le fotografie di Bolin è condotto a una specie di gioco iniziale che sfida a individuarlo, una specie di “aguzza la vista”. Giusto, è il tributo che si paga alla sorpresa. Ma poi il pensiero si accende sul significato della nostra stessa vita. Inevitabilmente.




Chi è | Giuseppe Cicozzetti

Geografo. Dopo una lunga esperienza editoriale si occupa di filosofia della fotografia. Su Scriptphotography scrive di cultura e divulgazione fotografica, prestando una particolare attenzione alle nuove tendenze della fotografia e ai loro interpreti.Vive in Sicilia.

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