• Giuseppe Cicozzetti

L’ologramma di Vivian Maier


Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno, tentando di conservarle come il bene più prezioso

Photo © Vivian Maier New York | 1954

Come molti appassionati di fotografia anch’io ho pagato il mio tributo visitando una mostra di Vivian Maier. Confesso di averla visitata con una certa diffidenza, come in preda di un disagio che lì, sala dopo sala, fotografia dopo fotografia speravo si sciogliesse liberandomi da questa sgradevole sensazione per consegnarmi a una maggiore fiducia. Invece no. Anzi, la mia diffidenza si è rafforzata. E non certo nei confronti di Vivian Maier ma di un mercato che concorre alla creazione di “apocrifi” e accreditarli come autentici. In ogni caso non c’è alcun dubbio che l’ingresso di Vivian Maier abbia scosso il mondo della fotografia degli ultimi dieci anni, durante i quali abbiamo assistito alla creazione di un mito pop corroborato da una narrazione che si è amplificata una volta versata nei social network. Ho parlato di lavori “apocrifi”, termine che si attaglia perfettamente alla volontà della fotografa nel tenere ben nascosti i suoi lavori da occhi indiscreti al punto che, salvo rarissimi casi, non volle mai che le sue fotografie fossero sviluppate. Già qui, pur rispettando la volontà di Vivian Maier, incontriamo una curiosa anomalia. Non c’è nessuno infatti tra chi scrive, dipinge o fotografa che non sappia resistere al desiderio di mostrare la sua produzione, anche quando l’eventuale interlocutore in grado di mostrare apprezzamento è di là da apparire. Perché dunque Vivian Maier ha così cocciutamente difeso il suo lavoro, proteggendolo anche da se stessa accumulando migliaia di rullini?

Autoritratto | 1955

Non lo sapremo mai con certezza. Quello che però possiamo sostenere con sicurezza è che le sole foto che hanno visto la luce della camera oscura – e che sono le uniche che portino la sua firma – non circolano tra le numerosissime mostre in giro per il mondo, per lasciare spazio all’arbitrarietà delle scelte dei curatori. Dunque, cosa osserviamo quando guardiamo una fotografia di Vivian Maier? Molte cose. Una in particolare. E cioè che la “fotografa bambinaia” aveva una solida cultura fotografica che le consentiva di esplorare le estetiche fotografiche del suo tempo (erano gli anni del grande fotogiornalismo di Life e della monumentale mostra The Family of Man) di quello a lei precedente e persino quello futuro, generando in qualche critico il sospetto che più che una persona reale, esistita, Vivian Maier altro non fosse che un fake, una costruzione virtuale dietro cui si celava un qualche redditizio divertissement. Ma se il dubbio del critico, tra l’altro condivisibile considerato che dei fake hanno fatto comparsa anche nell’industria musicale e nell’editoria, svanisce con le prove stesse dell’esistenza di Vivian Maier che, apprendiamo, aveva una cura maniacale per la conservazione d’ogni oggetto, dagli scontrini delle ricevute d’acquisto, alle fatture e alla moltitudine di oggetti apparentemente insignificanti divenuti memorabilia e dalla cui vendita all’incanto sono giunti i finanziamenti per il documentario “Finding Vivian Maier”. Appurato il passaggio terreno di Vivian Maier torniamo alle fotografie – ammetto un certo pudore nello scrivere “sue” fotografie – per concentraci sul significato, e la relativa importanza, del lavoro autoriale.

Seminole, Florida | 1963

Quando osserviamo una fotografia abbiamo di fronte il terminale dell’impegno di un fotografo, la summa, nel bene o nel male, di una completa dedizione che giustifica la sua firma in calce ad ogni lavoro e ne comprova l’autenticità. La qualità della carta scelta, il genere di stampa, il formato, le tinte da acuire o smorzare sono tutte scelte che concorrono alla paternità di un’opera, per cui quanto abbiamo davanti ai nostri occhi è esattamente quanto voleva mostrarci il fotografo. Nel caso delle fotografie di Vivian Maier tutto questo è assente. O meglio c’è, ma svolto da altri, il che ci induce a un’ulteriore e necessaria considerazione: le fotografie di Vivian Maier sono quelle che lei ci avrebbe mostrato? Sono quelle su cui lei avrebbe esteso la sua autorizzazione? Non lo sappiamo né mai lo sapremo. Di sicuro potremo apprezzare la composizione ma questi, come altri aspetti tecnici (vedi la stampa a tutto negativo, mentre le poche fotografie stampate in precedenza hanno subito dei “tagli” nelle inquadrature) ci impediscono di ammirarle come faremmo davanti alle fotografie di Diane Arbus o Henry Cartier-Bresson. Nel caso di Vivian Maier stiamo guardando degli apocrifi, qualcosa di verosimile la cui veridicità è garantita, ma zoppica, dai curatori. Ad accorgersi di quelli che chiameremo “difetti autoriali” e che dunque in ragione dell’assenza del “timbro” del fotografo le fotografie di Vivian Maier sono escluse dal circuito museale, sono stati il Museum of Modern Art di New York e la Tate Gallery di Londra che, di fronte alla richiesta di John Maloof circa la catalogazione delle opere di Maier, hanno rifiutato, rispedendo al mittente la richiesta. Ma chi è John Maloof e che ha a che fare con Vivian Maier?

New York | 1954

John Maloof è il Ground Zero del mito Vivian Maier, l’origine di questa storia. Chicago, inverno 2007. John è un giovane ricercatore. Desidera compiere una ricerca e ha poco materiale a disposizione. John appartiene a una famiglia di rigattieri compratori di oggetti provenienti dai box protestati, di persone cioè la cui vita si è ridotta a pochissimi metri quadri e che non dispone di un solo dollaro per riscattarla. Disperati perlopiù. O gente caduta in disgrazia. Vivian Maier è tra questi. Quelli di box non scherzano: paghi o vendono ogni cosa. Questa è la regola. Non distante dalla sua abitazione c’è una di questa case d’asta, John la visita. La speranza è che tra le cianfrusaglie vi sia qualcosa che possa aiutarlo nella ricerca. È come una specie di gioco d’azzardo: dài una sbirciata, un’occhiata fugace e se ci vedi degli scatoloni o qualcosa che possa contenere altre cose alzi la mano, fai la tua offerta e se è l’ultima ti aggiudichi il lotto. Così ha fatto per anno la sua famiglia e così fa lui. E per la cifra di 380 dollari John si porta a casa un intero lotto di scatoloni. John non può ancora sapere a chi apparteneva tutta quella roba e per scoprirlo deve superare la delusione di una collezione di immagini, reperti fino a quel momento senza alcun valore accumulati nel corso di una vita. E poi ancora montagne di rullini, di negativi che una volta stampati avrebbero raggiunto il numero di centomila. Centomila fotografie, l’equivalente di una vita. John Maloof è figlio di rigattieri e sopra ogni cosa desidera sapere se quanto ha acquistato ha un valore, magari quanto basta per rientrare dalla spesa, ma la curiosità di conoscere quante più cose sulla vita e l’identità del vecchio proprietario del lotto gli esplode come un’orticaria. Fino a quel momento le tracce dell’identità erano svelate dagli scontrini, dalle ricevute nei quali campeggiava la firma di un nome senza storia: Vivian Maier.

Autoritratto | 1950

Non basta. John vuole saperne di più. E fruga il giovane, come se avesse la sicurezza che tra quelle scartoffie prive di senso ci sia la soluzione, come se volesse guadagnare l’ingresso alla conoscenza attraverso una spietata e terribile caccia in cui è invitato a comporre e ricomporre la forma e l’identità di una vita sconosciuta. Intanto stampa, per sincerarsi che tra le fotografie vi sia contenuta qualche immagine che possa agevolargli la ricerca. E chiama. Chiama i numeri stampati sulle ricevute telefoniche, ordinate anch’esse con la scrupolosità di chi attende – o teme – una qualche ispezione. Chiama, e dall’altra parte del telefono gli risponde gente che ha avuto Vivian a servizio, che ha tirato su i loro figli e tutti concordano su un punto: Vivian Maier amava trascorrere il suo tempo libero fotografando, ma nessuno sa dire di più su dove sia e, soprattutto, se sia ancora in vita. John Maloof insiste. Raduna un numero di foto, apre un blog e le pubblica (e comincia a venderle). Sono foto di strada, perlopiù in bianco e nero. Il successo è immediato. John Maloof ora è consapevole di avere tra le mani del materiale che occorre rendere noto, una miniera di immagini da divulgare di un genere di fotografia che oggi, a buon ragione, è considerata l’antesignana di quella che chiamiamo street photography. L’attività di Maalof è frenetica, convulsiva ma destinata a circolare nella sfera virtuale dei social finché non gli giunge dal Chicago Cultural Center la richiesta per l’allestimento di una mostra.

1971

Dissero gli addetti che la mostra di Vivian Maier fece registrare la più grande affluenza di pubblico mai ottenuta prima da un artista. È l’inizio dell’inizio: da quel momento John Maalof affermerà, come un giuramento laico di «fare entrare Vivian Maier nei libri di storia». Il resto lo conosciamo. La biografia ha finito per sostituire la valutazione critica di massa, una narrativa mirata a solleticare il romanticismo per una nuova “Mary Poppins” con la macchina fotografica ha prevalso sul dibattito critico, imponendosi come veicolo del sensazionale da consumare qui e subito in ogni angolo del pianeta. Ma qualcosa non torna ancora. E quanto non torna ha il sapore di una grande operazione commerciale che, a torto o ragione, comprime il merito per soddisfare la costruzione del mito. In fondo, in questo specifico caso, la fotografia non è che un mezzo per la divulgazione di una biografia che non la fotografia stessa; una biografia disegnata e accolta con grande favore. Le mostre allestite in ogni parte del mondo registrano sempre un grande successo. Tutti pazzi per Vivian, si direbbe mutuando l’espressione da un celebre film.

Tutti accorrono, ma lei non c’è. Vivian Maier è un ologramma, una proiezione mitologica, una cara vecchia e talentuosa zia a cui manifestare il disappunto di non averla conosciuta prima. Ognuno paga il suo tributo. Ma Vivian Maier non c’è. È distante, è sempre stata distante da quel mondo che ora celebra in contumacia il suo lavoro e che l’ha tradita. Se Vivian Maier non ha mai voluto sviluppare le sue fotografie avremmo dovuto rispettarne la volontà, glissare educatamente davanti alla pressante richiesta di farne un’icona pop e lasciare che tutto quel materiale fosse consegnato alla storia, grandiosa e imperfetta, dell’inconosciuto, come un episodio sfuggito alla logica del completamento. Lei in tutto questo non c’è. O se c’è, come apprendiamo dai suoi autoscatti, guarda altrove, in un punto lontano, sfuggendo i nostri sguardi. Fotografa ma senza guardare il suo doppio, mentre il suo sguardo ci oltrepassa. Chissà, forse è un invito a guardare più in alto, con più pudore, silenziosamente. Come silenziosa è stata la sua vita.

Chi è | Giuseppe Cicozzetti

Geografo. Dopo una lunga esperienza editoriale si occupa di filosofia della fotografia. Su Scriptphotography scrive di cultura e divulgazione fotografica, prestando una particolare attenzione alle nuove tendenze della fotografia e ai loro interpreti.

Vive in Sicilia.

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