L’ologramma di Vivian Maier


Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno, tentando di conservarle come il bene più prezioso

Photo © Vivian Maier New York | 1954

Come molti appassionati di fotografia anch’io ho pagato il mio tributo visitando una mostra di Vivian Maier. Confesso di averla visitata con una certa diffidenza, come in preda di un disagio che lì, sala dopo sala, fotografia dopo fotografia speravo si sciogliesse liberandomi da questa sgradevole sensazione per consegnarmi a una maggiore fiducia. Invece no. Anzi, la mia diffidenza si è rafforzata. E non certo nei confronti di Vivian Maier ma di un mercato che concorre alla creazione di “apocrifi” e accreditarli come autentici. In ogni caso non c’è alcun dubbio che l’ingresso di Vivian Maier abbia scosso il mondo della fotografia degli ultimi dieci anni, durante i quali abbiamo assistito alla creazione di un mito pop corroborato da una narrazione che si è amplificata una volta versata nei social network. Ho parlato di lavori “apocrifi”, termine che si attaglia perfettamente alla volontà della fotografa nel tenere ben nascosti i suoi lavori da occhi indiscreti al punto che, salvo rarissimi casi, non volle mai che le sue fotografie fossero sviluppate. Già qui, pur rispettando la volontà di Vivian Maier, incontriamo una curiosa anomalia. Non c’è nessuno infatti tra chi scrive, dipinge o fotografa che non sappia resistere al desiderio di mostrare la sua produzione, anche quando l’eventuale interlocutore in grado di mostrare apprezzamento è di là da apparire. Perché dunque Vivian Maier ha così cocciutamente difeso il suo lavoro, proteggendolo anche da se stessa accumulando migliaia di rullini?

Autoritratto | 1955

Non lo sapremo mai con certezza. Quello che però possiamo sostenere con sicurezza è che le sole foto che hanno visto la luce della camera oscura – e che sono le uniche che portino la sua firma – non circolano tra le numerosissime mostre in giro per il mondo, per lasciare spazio all’arbitrarietà delle scelte dei curatori. Dunque, cosa osserviamo quando guardiamo una fotografia di Vivian Maier? Molte cose. Una in particolare. E cioè che la “fotografa bambinaia” aveva una solida cultura fotografica che le consentiva di esplorare le estetiche fotografiche del suo tempo (erano gli anni del grande fotogiornalismo di Life e della monumentale mostra The Family of Man) di quello a lei precedente e persino quello futuro, generando in qualche critico il sospetto che più che una persona reale, esistita, Vivian Maier altro non fosse che un fake, una costruzione virtuale dietro cui si celava un qualche redditizio divertissement. Ma se il dubbio del critico, tra l’altro condivisibile considerato che dei fake hanno fatto comparsa anche nell’industria musicale e nell’editoria, svanisce con le prove stesse dell’esistenza di Vivian Maier che, apprendiamo, aveva una cura maniacale per la conservazione d’ogni oggetto, dagli scontrini delle ricevute d’acquisto, alle fatture e alla moltitudine di oggetti apparentemente insignificanti divenuti memorabilia e dalla cui vendita all’incanto sono giunti i finanziamen