• Franco Avicolli

Lorenzo Mullon, poeta di strada


Lorenzo Mullon è un poeta di strada perché la strada è la sua condizione naturale di vita, è il luogo dove è stato “abbandonato nella notte”, un tempo che è anch’esso un luogo, anzi il topos da cui cominciare

Dividere il bosco/ dalla paura/ vuol dire/ separarlo dalla vita, recita una poesia di Lorenzo Mullon, poeta di strada. La quale è il luogo per eccellenza della poesia, perché la strada è viaggio, incontro con l’altro e con l’ignoto, spazio e il poeta è un viandante che cerca e non è certo che voglia veramente trovare una qualche risposta. Come i viandanti che, in realtà, se vogliono arrivare da qualche parte è solo per una sosta, per un ristoro che si cerca in un’altra possibilità, perché il viandante desidera, ma non rimpiange. Se ci fosse un qualche dubbio, Lorenzo Mullon fa il poeta e il viandante Da una trincea di vento che è come dire dallo spazio assoluto, la strada senza strada dove è possibile trovare “un mondo di luce dal nulla”, e non perché penda sul suo capo una qualche condanna e neppure perché soffra di qualche paranoia, ma perché questa è la condizione della sua libertà, una scelta che corrisponde a quella che lui considera un dato della vita che non ha un previssuto referenziale, per cui egli sa bene di “non assomigliare a niente” e di avere un corpo che “è un contenitore di vuoto”.

Sono versi lanciati come pietre che non sono però suoni leopardiani di “un naufragar m’è dolce in questo mare”. In essi c’è la lucidità della condizione, c’è una specie di certezza che spinge ad altro e non ha nulla a che vedere con l’anatema. Lorenzo Mullon è un poeta di strada perché la strada è la sua condizione naturale di vita, è il luogo dove è stato “abbandonato nella notte”, un tempo che è anch’esso un luogo, anzi il topos da cui cominciare. Il suo poetare è parola di un “io” asciutto che traccia il verso senza cercare sonorità, né assonanze e neppure ornamenti, e detta le sue verità correndo il rischio dell’egolatria o di un solipsismo che però sono negati dall’assenza di compiacimenti e di lacrimevoli lamenti, per mostrarsi invece come dato di una condizione dove la coscienza e il cominciare si incontrano in quel punto comune dove l’io potrebbe essere un’entità cosmica, un’entelechia, una monade o anche il nulla che si ritrova in una “trincea di vento” avendo in sé tutte le possibilità di essere.

Lorenzo Mullon | Photo © Perbo.it

In questo modo lo stesso abbandono è una finzione del surreale, cioè di una realtà senza emozioni che rimette le cose a posto e che nello stesso tempo spinge a camminare in una strada senza strada e nell’eco dei famosi versi di Antonio Machado:

Caminante, son tus huellas/ el camino y nada más: / Caminante, no hay camino, / se hace camino al andar. L’io del poeta si ritrova al centro quasi per ovvietà o per assenza di altro e si domanda non per sottolineare un egocentrismo celebrativo, ma perché ha constatato che la solitudine è un dato della vita che a sua volta non deve essere vista come condanna. Ed è il principio, ovviamente, dell’inquietudine come parola stessa di una coscienza che non accetta il nulla e si ritrova tuttavia in una “trincea di vento” e non in posa di guerriero che vuole sfidare qualcuno, ma per essere semplicemente persona e raccontarsi come poeta e viandante. Questo significa essere poeta di strada.

Nel mondo di Lorenzo Mullon non esiste un limite tra una condizione e l’altra che l’io inquieto attraversa possedendo forse una qualche onnipotenza non altrimenti definibile e proprio nel senso “che tutto può” ed è inquieto proprio perché teme di essere nel vuoto, giacché gli manca la misura. Si può essere al centro del cosmo e forse sentirsi non in modo diverso da come ci si potrebbe sentire al centro del nulla. Ed è il principio che porta alla parola che crea il mondo, alla poesia che disegna i profili mai definitivi che costringono a dire come dice Lorenzo Mullon “io non sono io” che è un modo di negarsi per il timore di rimanere prigioniero di un qualche compiacimento, per ribadire di non assomigliare a nulla. In questo andare del verso un po’ frettoloso, nel senso di movimento che non si compiace di sé e quindi non sosta né si guarda allo specchio, prende corpo una poesia con pochi aggettivi, una poesia che viaggia nella molteplicità del mondo con sostantivi che portano l’eco del conflitto, della rottura, del dolore e della paura dell’oblio che segnala che “l’orrore ti sta gettando nel suo angolo buio”. È una poesia che annuncia di una molteplicità della vita dove il poeta prova grande disagio a stare sulla scena e anche in platea perché pur sempre di “assurdo teatrino” si tratta. Egli vuole “sobbalzare per un nonnulla” e desidera “che l’aria sia carica di fruscii”, e riesce a parlare dal luogo dove si sente veramente a suo agio, Da una trincea di vento.

Chi è | Franco Avicolli

Direttore del Centro Culturale Micromega Arte e Cultura (MAC) di Venezia. È stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Córdoba (Argentina); esperto presso l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico; Ricercatore presso l’Accademia delle Scienze di Cuba. Responsabile dei rapporti internazionali dello IUAV, è Membro Corrispondente del Seminario di Cultura Messicana. La città di Córdoba lo ha insignito del titolo onorifico “Jerónimo Luís de Cabrera”. Collabora con la pagina culturale "Domenica" del Sole 24

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