• Franco Avicolli

Luís Sepúlveda e il realismo nella narrativa latinoamericana

Sepúlveda amava definirsi uno scrittore realista, forse per distinguersi dal generico realismo magico con cui viene classificata la narrativa latinoamericana

Il realismo è un tema tutt’altro che scontato in letteratura e nelle arti in genere. Luís Sepúlveda si collocava in tale ambito. La mia generazione e soprattutto quella che ha partecipato alle vicende sessantottine, è cresciuta con i saggi sul realismo di Gyorgy Lukaks. In quegli stessi anni arrivò "Cent’anni di solitudine" e qualcuno pensò di includere in quel fervore creativo il romanzo di García Márquez che divenne magico. Va ricordato che il realismo magico non era una novità nel panorama della letteratura italiana e che Massimo Bontempelli, negli anni Venti del secolo scorso, ne era stato un rappresentante insieme ad una nutrita compagnia di pittori fra cui Felice Casorati.


Il guaio è che, sulla scia del meritato successo del premio Nobel colombiano, la narrativa latinoamercana venne collocata in tale categoria. Nella quale, tanto per chiarire, non si riconosceva neppure l’autore di "Cent’anni di solitudine". Il fatto che Sepúlveda abbia volutamente dichiararsi realista, è denotante e sembra voglia dire ai lettori di guardarsi attorno. Perché tutti viviamo lapalissianamente in una qualche realtà e attraversiamo in modo inconsapevole una quantità innumerevole di storie, significati, rimandi, progetti, aspirazioni, sogni, idee e così via di seguito. "De cómo un buen padre puede cometer errores" è un articolo di Luís Sepúlveda apparso sul “Clarin” di Buenos Aires nel gennaio del 2013. È un esempio classico del realismo dello scrittore cileno e del suo talento narrativo. “Ho sei figli - scrive - cinque maschi e una femmina, tutti adulti, mi hanno fatto nonno cinque volte e quando riesco a riunire tutta la parentela intorno al tavolo, mi piace che mi chiamino vecchio”. Quindi costruisce una storia facendo riferimento ad una situazione in cui si muovono i figli che sono personaggi veri con nome e cognome e protagonisti di una vera riunione in cui ognuno fa qualcosa o dice una frase che lo distingue. E il lettore conosce la loro l’esistenza attraverso la narrazione del suo autore. Questa è la realtà di Sepúlveda.



Nelle sue narrazioni essa si fa vita e storia di un’umanità positiva latente e in attesa dell’occasione favorevole per manifestarsi. È possibile e auspicata, ed egli la rende comunque verosimile con il talento affabulatore del cantastorie, collocandone gli sviluppi in una visione del mondo tendenzialmente ottimistica. Qui prende forma con uno stile tra il favolistico e il poetico e una lingua adatta a raccontare quel mondo. Sepúlveda costruisce l’atmosfera conviviale, fa parlare i figli e poi torna alla domanda: “non so se sono, se sono stato un buon padre. Ma conosco l’amorevolezza dei miei figli e so che ho sempre cercato di essere un amico su cui poter contare, un compagno per tutte le stagioni. E così sono in pace”. Lo scrittore fa riferimento ad una realtà familiare abbastanza diffusa. Ma ciò che rende la vicenda speciale è il suo racconto che trasforma un avvenimento attendibilmente reale in letteratura. Può darsi che le frasi, i gesti e le stesse singole circostanze appartengano ad occasioni diverse e che le parole e le frasi che i figli dicono al padre siano state effettivamente pronunciate; ma chi può dire che sia accaduto proprio nel giorno del racconto o che quel giorno ci sia veramente stato?


Sta di fatto che alla fine il lettore si domanda se la narrazione corrisponda ad un evento realmente accaduto, perché, come si dice, “è troppo bello per essere vero”. Ma è proprio questa bellezza che esce dalla narrazione a rendere grande ed eccezionale la letteratura, la musica e le arti. Sepúlveda ha saputo percepire l’esistenza delle molte possibili storie di un mondo che ha frequentato nelle forme possibili, ivi inclusa la lettura, e ha il talento per raccontarlo. Lo scrittore attinge a questo oceano e lo percepisce secondo una propria particolare sensibilità ed esperienza. La narrazione è un modo di farne parte e di viverci assieme. Si tratta di un mondo fatto di luoghi, di persone, di eventi, di congiunture più o meno felici con cui parla, forse per superare una solitudine, forse per sentirsi più sicuro rendendo familiari evento e persone, forse per costruire una oggettività da amare, per dare un senso alla propria vita, per sentirsi simile a qualcuno che ha amato. E questo è anche un modo per costruire una dimensione di cui lo scrittore diventa protagonista, narratore, appunto, con un’identità sociale, quindi, e un’appartenenza che lo colloca in un sistema di relazioni.


Lo scrittore realista non è cronista dell’accaduto cui fa riferimento, ma il creatore di una delle sue possibilità, come mostra Calvino con "Se una notte d'inverno un viaggiatore" o, Vargas Llosa con "La zia Giulia e lo scribacchino", tanto per rimanere in ambito latinoamericano. L’avventurosa storia dell’uzbeko muto, che l’editore Guanda ha pubblicato nel 2015, raccoglie nove racconti dello scrittore cileno che riportano a eventi di cui egli è stato protagonista da solo o con altri. Fra essi mi piace ricordare “L’altra morte del Che”, che riporta al periodo in cui era membro del GAP, il cosiddetto Gruppo degli Amici del Presidente.



Salvador Allende volle regalare una coppia di condor a Fidel Castro e Sepúlveda ebbe l’incarico di portare in aeroporto la cassa con due splendidi esemplari del rapace andino. Ma lungo la strada, incappò in un malaugurato incidente e uno dei volatili scappò. Lo scrittore e l’amico che l’accompagnava inseguirono l’uccello, per raggiungerlo solo quando un signore che l’aveva catturato, già lo aveva infilzato in uno spiedo per arrostirlo. Per loro fortuna, i due giovani riuscirono ad avere un altro condor dallo zoo di Santiago e ad arrivare in aeroporto. Dopo alcuni anni la coppia fece un uovo e lo zoo de La Habana, temendo di non riuscire a portare a buon fine l’evento, chiese aiuto allo zoo di Buenos Aires, dove nacque un pulcino che venne chiamato Che. Diventato adulto, il condor venne liberato sulle Ande e qui volò per circa un anno, “finché la sua figura imponente si trovò nel mirino di un vigliacco”, scrive Sepúlveda, che gli sparò, “spezzando il volo del Che…proprio come nel 1967” era stato fatto “contro l’altro Che, il comandante Ernesto Che Guevara”.


Appunto in questa atmosfera ben preparata da una narrazione costruita con personaggi, figure e circostanze di eventi forse accaduti con una tempistica diversa, si verifica la trasfigurazione fantastica o poetica o comunque ottimistica di un’altra possibilità: “Il Che, il condor cileno, cubano e argentino fu assassinato il 20 agosto 2002. È vero che nel cielo resta un vuoto enorme…ma il suo volo non si ferma, continua a planare sulle cime come la sentinella superba del destino latinoamericano, perché un essere chiamato Che può cadere mille volte ma si rialza mille volte, e altre mille, e vola, sempre, sempre, sempre.”


Chi è | Franco Avicolli

Russista di formazione. È stato Direttore ed Esperto presso gli IIC di Córdoba (Argentina) e Città del Messico; Funzionario presso lo IUAV, Ricercatore presso l’AS di Cuba. Ha tenuto corsi presso università di Cuba, Argentina e Messico. L’UC di Córdoba gli ha conferito la Laurea honoris causa. Cura la promozione e realizzazione di progetti culturali e della città. È stato collaboratore della rivista America Latina e collabora con la Domenica del Sole 24 Ore, Ytali, Nexus e altri. Ha scritto libri e cataloghi e dirige lo Spazio Micromega Arte e Cultura (MAC) di Venezia.

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