• Franco Avicolli

Maurizio Bucca e la materia. La biologia e la nemesi


Il percorso creativo di Maurizio Bucca comincia dalla materia, lui si immerge nel mondo degli oggetti del quotidiano e cerca un rapporto per arrivare alla loro sostanza, intesa come valore

Immagini © Segnoperenne

Il pittore Vincenzo Eulisse ha riunito attorno a sé un gruppo di giovani artisti che si caratterizzano con un linguaggio che riporta al territorio inteso nel senso più ampio di luogo del riconoscimento. Si definisco “eclettici” e preparano una loro presentazione pubblica con una mostra che verrà proposta fra qualche settimana. Maurizio Bucca è uno degli artisti del gruppo. Il percorso creativo di Maurizio Bucca comincia dalla materia. Egli si immerge nel mondo degli oggetti del quotidiano e cerca con loro un rapporto che gli permetta di arrivare alla loro sostanza intesa come valore. I suoi interlocutori sono i materiali da imballaggio, il ferro e quella plastica che nel sentire comune va diventando vieppiù angoscia, incubo di coloro che la percepiscono indistruttibile, genesi di paure incontrollabili. Sentimenti che sembrano estranei a Bucca presso il quale i materiali spenti non suscitano timore, ma curiosità, voglia di conoscenza, desiderio di scoprire altro nella loro essenza materica.

Che egli sottrae, perciò, dal ciclo pernicioso che circoscrive il valore della cosa al suo uso, collocandola su un piano dove possa dire che cosa è fuori della gabbia dell’uso finalizzato. Prende allora la plastica e letteralmente la rimodella con la fiamma ossidrica o con altre fonti di calore, altri strumenti della tecnologia, e ci dialoga dandole forma e proponendola nella sua esclusiva dimensione materica dove essa possa esprimersi separata dal processo inesorabile che circoscrive il suo senso al valore d’uso, ad un destino scritto nel consumo. Le forme colorate che nascono dall’azione del calore appaiono in una veste festosa e sembrano sorridere dopo la metamorfosi come fossero una metafora trionfante su un mondo costretto nella passività concludente del monouso consumistico. La fiamma ossidrica è allora come una fucina da cui alita il respiro che riporta in vita ciò che fino a qualche istante prima veniva percepito come pericolo, come materia morta dannosa di cui è difficile liberarsi, un senso entrato nella quotidianità con l’unica valenza negativa data alla plastica. Maurizio interviene su di essa e la riafferma in quanto valore in sé dandole un corpo liberato dal ciclo breve del valore d’uso.

Il procedimento creativo può risultare più chiaro se lo si osserva da un punto di vista idealista in cui l’opera d’arte è concepita nella doppia valenza di forma e contenuto. Con tale artificio è possibile vedere con maggiore chiarezza che l’opera di Maurizio Bucca nasce dai materiali da imballaggio, dal ferro o dalla plastica e che ognuno di essi costituisce il vero contenuto, cioè la ragione che scatena l’azione creativa e agisce sulla materia in quanto senso e non più semplice veicolo, strumento. Ed è come se l’artista riconoscesse alla materia in genere, cioè a tutta la materia, includendo in tale categoria anche quella biologica, una qualità troppo piegata e condizionata ad una forza esterna che mortifica e annulla o prescinde dall’energia della sostanza in sé, di una corporeità molecolare che ha in sé potenzialità che non devono essere ridotte all’uso circostanziale.

Sembra pertanto che l’opera di Maurizio Bucca si muova su un’intuizione, esprima il suggerimento di un istinto indotto dalla biologia mortificata da un positivismo che prescinde da ciò che è proprio della materia, dalla sua proprietà consustanziale che stimola tutte le strategie possibili, le necessità biologiche su cui l’istinto della sopravvivenza e della riproduzione hanno costruito l’apparato delle civiltà. In tale contesto, l’artista appare come un interprete, uno sciamano ispirato da una qualche ragione che riporta alla materia per diventare un percorso di nemesi. È come se egli sentisse nell’aria l’assenza di un dialogo dell’uomo con le cose, una frustrazione della materia per delle sue qualità istintive dimenticate. E non sono questioni semplicemente astratte, se si guardano i grandi fenomeni climatici e ambientali che mettono in pericolo la vita sulla Terra o anche le migrazioni che riportano all’istinto della sopravvivenza. Sono in ogni caso sintomi di un malessere che pervade il quotidiano.

Ed è da questo malessere che la materia, il colore, il suono si affacciano mostrando quanto drammatica possa essere per il mondo la riduzione della materia all’esclusiva possibilità d’uso in cui si guarda l’animale che è in ognuno di noi, ma divenuto coscienza. In questo contesto la materia inerte tolta dall’uso finalizzato, appare come un interlocutore che riporta l’uomo alla dimensione dell’istinto e diventa una compagna di viaggio in un mondo divenuto incomprensibile proprio per la discrasia tra le ragioni della materia biologica e le sue forzature utilitaristiche.

In questo tracciato, l’opera di Maurizio Bucca recupera anche un altro fattore importante dell’arte, ossia quella sua qualità simbolica che riporta al rapporto dell’uomo con il territorio, quel territorio e non un altro. E si tratta di una qualità che dà un profilo ai riferimenti, definisce simbologie in cui riconoscersi o riconoscere. È tempo e spazio, è rappresentazione simbolica del tempo e dello spazio e di ciò che appartiene ad essi in forma evidente, in negativo e in positivo, o simbolicamente, è presenza e assenza, è materia, in ogni caso.

L’opera di Maurizio Bucca riporta ad un hic et nunc che fa parte di una ragione, ad un punto di appoggio anche concettuale che non deve necessariamente essere comune, ad una visione che illumini aspetti generali, sappia educare l’occhio a vedere. Forse stiamo vivendo la dissoluzione della vis organizzativa della razionalità, come se tale forza avesse imposto un percorso che si allontana troppo dalle ragioni della biologia, dalla vita in quanto espressione di una vitalità della materia biologica che cerca di liberarsi dalla gabbia di regole che uccidono la capacità di costruire strategie adeguate alle sue necessità. E in questo senso l’opera di Maurizio Bucca è un po’ la fenomenologia di questo stato di insofferenza.

Chi è | Franco Avicolli

Russista di formazione. È stato Direttore ed Esperto presso gli IIC di Córdoba (Argentina) e Città del Messico; Funzionario presso lo IUAV, Ricercatore presso l’AS di Cuba. Ha tenuto corsi presso università di Cuba, Argentina e Messico. L’UC di Córdoba gli ha conferito la Laurea honoris causa. Cura la promozione e realizzazione di progetti culturali e della città. È stato collaboratore della rivista America Latina e collabora con la Domenica del Sole 24 Ore, Ytali, Nexus, ArtApp e altri. Ha scritto libri e cataloghi e dirige lo Spazio Micromega Arte e Cultura (MAC) di Venezia.

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