Max Richter, Sleep: (contro)rivoluzione

Il compositore britannico esplora nuovi modi in cui la musica e la coscienza interagiscono, sperimentando quella che lui considera una protesta contro il nostro stile di vita


Photo © BEAUTYREST


Otto ore di suoni opachi e dolci, vibrazioni lente, profonde, melodie che accompagnano l’anima attraverso il buio della notte, che la tengono per mano. "Sleep" è un’opera onnicomprensiva, totalizzante, capace di armonizzare dentro di sé il vecchio e il nuovo, il superato e l’insuperabile. Con il suo audacissimo disco, Max Richter si propone di mettere in musica le varie fasi del sonno. Otto ore (corrispondenti grossomodo alle ore della notte) di musica tenue e dolce, melodie sotterranee che si rincorrono attraverso le quasi duecento tracce dell’album. Dal punto di vista meramente tecnico l’opera si nutre di una forte componente neo minimalista, condita da un’abbondante dose di sperimentalismo: ritmi e schemi che si ripetono sistematicamente, impossessandosi via via dell’orecchio dell’ascoltatore.


Ma "Sleep" non è una semplice sperimentazione musicale, è un’indagine psicologica, un’esplorazione dell’anima. Con l’ausilio del neuroscienziato David Eagleman, Richter ha cercato di tessere i fili di una “melodia dormiente”, che fosse in grado di addolcire e guidare il sonno del fruitore. Attraverso le mille pulsazioni del disco si cerca di introdurre l’uomo alla silenziosa armonia della notte, nel dolce tentativo di comporre immagini, sogni: un farsi e disfarsi di figure fuggenti e caotiche. "Sleep" è stato dunque pensato e realizzato per un ascoltatore addormentato, come se una fruizione “involontaria” possa rivelarsi più sincera di un ascolto attento e ragionato: «È fondamentale che venga eseguita per un pubblico addormentato. È un’indagine su come la mente addormentata possa incontrare un’esibizione musicale» afferma lo stesso Richter. Nel giugno del 2016, in occasione della prima esecuzione dal vivo di Sleep, sono stati allestiti circa duecento letti nella sala centrale della Sydney Opera House.


Max Richter


Quella di Richter è un’operazione culturale coraggiosa, per certi versi rivoluzionaria. Nell’era della musica da consumo, lanciare un disco da otto ore -raccogliendo peraltro un importante successo- è un’iniziativa notevole. Che la musica al giorno d’oggi si fondi su logiche di mercato è risaputo: sono decenni che si parla di industria musicale, di motivi orecchiabili e testi persuasivi, di musica da svago, concepita per l’unico e incontrovertibile fine di riscuotere successo. Occorre tuttavia notare come, da quando sono state introdotte piattaforme online di fruizione musicale, la situazione sia ulteriormente mutata. Se l’aspetto commerciale della musica un tempo si traduceva in dischi venduti, concerti affollati, poster e gadget, oggi sono essenzialmente le “visualizzazioni” a determinare il successo di un musicista.


Più la traccia viene cliccata più l’autore guadagna. Per rendersi conto di come gli equilibri del mercato musicale si stiano trasferendo verso la sfera virtuale, basta considerare che nel triennio 2018-2021 gli incassi dei servizi della musica in streaming hanno costituito quasi il 50% dell’intero mercato discografico nazionale, il 75% di quello statunitense. Appare evidente, se non addirittura scontato, come la musica in senso lato si stia spontaneamente conformando al nuovo sistema: per essere cliccate il maggior numero di volte, le tracce hanno una durata sempre più breve (una media di tre minuti e mezzo, secondo gli studi più recenti). D’altra parte chi ascolterebbe più di una volta al giorno un brano di dieci minuti?


«Lo considero un pezzo di musica di protesta - ribadisce Richter - musica di protesta contro questo tipo di modo di vivere molto industrializzato, meccanizzato, frenetico. È un lavoro politico in questo senso. È una chiamata alle armi». Richter focalizza la sua ricerca musicale sul senso di inadeguatezza e di disagio che l’artista prova nei confronti del proprio sistema di riferimento. “Una chiamata alle armi”. Dalle note melliflue e suadenti del disco traspaiono motivi di cambiamento, desideri di rivolta. La creatività artistica, qualora non sia “contaminata” da devianti logiche di mercato, viene presentata come uno dei più efficaci antidoti alla frenetica alienazione del nostro tempo: “La creatività e la musica possono fornire uno spazio entro cui far riaffiorare le nostre qualità prettamente umane”.


Quella di Richter non è una critica di superficie, circoscritta al solo ambito musicale, ma una riflessione profonda, che tende a mettere in luce il nostro modo di concepire la creatività, la nostra capacità di vivere l’arte. Richter si propone di ricucire non solo la frattura tra creatore e fruitore, ma quella tra creatore e creazione. È in quest’ottica che Sleep può essere considerato come un forte e limpido desiderio di libertà: libertà dell’artista, che svincolato da qualunque logica commerciale, torna a vivere la sua arte in modo autentico, sincero.

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