• Laura Cavalieri Manasse

Metropoliz - lo spazio della convivenza


La straordinaria storia di una fabbrica dismessa che, da spazio occupato da migranti e precari senza casa, si trasforma in un museo d’arte contemporanea abitato

I guerrieri della luce, muro dipinto 2013 - Stefania Fabrizi

Prendiamo una fabbrica di salumi dismessa, tre ettari circa di un sobborgo che si trova a Roma, in fondo alla via Prenestina, uno spazio sociale occupato anni fa un gruppo multietnico di persone senza casa. Donne, uomini e bambini di diverse etnie che, dopo avere invaso abusivamente tutti gli edifici hanno creato un vastissimo condominio multietnico, fatiscente e diroccato, senza limitazioni degli spazi, ma organizzato come un immenso loft, dove le pareti sono fatte spesso da tende appese. Da circa cinque anni queste persone stanno sperimentando una difficile convivenza tra usi e costumi che caratterizzano i loro paesi di origine, legati alla propria mentalità, che per centinaia di anni ha resistito alle contaminazioni dall’esterno.

Cucina di Metropoliz - Photo © Giorgio Benni

I sudanesi vivono una piazzetta coperta chiamata Casbah, in piazza Perù si riuniscono i sudamericani e altre zone sono destinate agli eritrei, agli ucraini, ai parecchi rom, a qualche famiglia italiana e a una di San Domingo. Quasi duecento persone tra cui bambini di tutte le età, individui che sembrano vivere in modo sereno, malgrado il rudere urbano in cui abitano, un ex mattatoio in cui, per molti anni, sono entrati maiali vivi per essere trasformati in salumi.

Qui sono conservati ancora inquietanti macchinari arrugginiti, vasche di lavorazione, rotaie aeree di ganci, testimonianze di un'attività cruenta, mitigate ora dalla multicolore attività quotidiana dei residenti. In questa Babele di etnie si parla l'italiano, lingua che consente a tutti di capirsi, anche se l'intesa vera è creata dalla comune consapevolezza di avere tutti gli stessi bisogni e, per ora, le stesse soluzioni.

Poi prendiamo un antropologo, Giorgio De Finis e un regista, Fabrizio Boni che hanno un progetto comune: realizzare il film Space Metropoliz, perciò, attraverso il cinema, entrare in un luogo così particolare e raccontarne le storie e le ambizioni, elaborare e attuare insieme agli abitanti della fabbrica e del quartiere un nuovo spazio di convivenza.


Per effettuare il progetto hanno usato come metafora la Luna, definita dai trattati internazionali come “patrimonio comune dell’umanità dove sono bandite, oltre alle armi, qualunque forma di appropriazione nazionale o rivendicazione di sovranità, nonché l’esercizio della proprietà privata”.

Dal set cinematografico e d'arte di Space Metropoliz è nata l'idea del Museo dell'Altro e dell' Altrove Metropoliz - MAAM, racconta Giorgio de Finis: “ci siamo ritrovati una serie di relitti d'arte, dal telescopio di Gian Maria Tosatti al muro di Sten&Lex ed è nato il museo.

Un gioco a cui stavamo pensando con Cesare Pietroiusti, artista concettuale che ha inventato il Museo dell'arte contemporanea italiana in esilio, perché lui non espone mai in Italia in polemica verso i musei italiani, ma qui lo fa perché siamo sulla Luna...” e prosegue: “Il nome del museo è venuto da se, si cercava un acronimo che potesse ben figurare accanto a quelli istituzionali come il MAXXI o il MACRO. MAAM suonava bene, l’Altro stava per la città meticcia, l’Altrove è la Luna.

Photo © Giorgio Benni

Io vedo Metropoliz customizzato, attraversato, meticcio, come il mantello di Arlecchino descritto da Michel Serres, un super-oggetto di arte condivisa”.

Ricapitolando: abbiamo uno spazio sociale abusivamente occupato e minacciato costantemente dallo sgombero coatto, un antropologo che passa dalla giungla dell'arcipelago filippino alla giungla urbana, lavorando su un progetto che intende raccontare le metropoli del XXI secolo con la scrittura, la fotografia, il video e l’installazione, spesso mischiando questi linguaggi, e un regista che realizza il suo film con i metropoliziani e chiama tutta la borgata del quadrante stellare di Tor Sapienza a trasferirsi sulla Luna, così il cantiere etnografico, cinematografico e d’arte di Space Metrolpoliz si è trasformato poi in un museo “reale” dove tutto è relazione: l'arte e la quotidianità delle persone che vivono all'interno della città meticcia, in un continuo interagire.

Al MAAM hanno lavorato molti urban artist del calibro di Gianni Asdrubali, Veronica Montanino, Maddalena Mauri, Massimo Di Giovanni, Franco Losvizzero, Cristiano Petrucci, Micaela Lattanzio ed altri che, con le loro opere, hanno trasformando completamente la fabbrica.

Spiega Giorgio de Finis: “Gli interventi artistici fatti in questi anni sono molto importanti e tutti site specific , penso ai muri di Borondo, Lucamaleonte, Alice, Diamond, Solo, Opiemme, Millo, Nicola Alessandrini e Gio Pistone, il telescopio di Gian Maria Tosatti, il muro di Sten&Lex e R.E.V.O.L.U.T.I.O.N. la meridiana realizzata da Rub Kendy per la torre di Metropoliz.

Una barricata d’arte che vuole contribuire a proteggere l’occupazione, e la sua utopia, dall’intervento delle ruspe distruttrici.

Molti artisti ci hanno donato le loro opere, alcune le abbiamo vendute e abbiamo riparato il tetto, quelle rimaste le abbiamo museificate nelle case degli occupanti, la fabbrica è diventata una Pinacoteca domestica diffusa. Carlo Gianferro ha fotografato tutti i lavori eseguiti e ora la mostra è in cucina”. Girare per la città meticcia è un'esperienza unica, nel condominio multietnico l'arte è abitata, nello stesso tempo è protetta e protettrice, ricercata e tollerata, nel gioco dei colori che non solo ha il sapore di un sogno, ma anche il profumo di caffè, pomodoro che frigge con le cipolle, curry e pane appena fatto.

Articolo pubblicato su ArtApp 14 | LA CITTÀ

Chi è | Laura Cavalieri Manasse

Vive all'Isola d'Elba da dove segue la redazione di ArtApp, spesso su una spiaggia, con il computer sulle ginocchia di fronte al mare. Collabora come editor per alcune case editrici e con tutti coloro che le chiedono un consiglio che li aiuti a scrivere in modo corretto e interessante.

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