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Milano ha una nuova scultura ed è la più alta di tutte


L'artista Matteo Berra, nell'intervista, racconta la realizzazione di "Fold", 24 chilometri di tondini d'acciaio, sovrapposti a mano centimetro per centimetro, come nella tecnica dei vasai

"Fold" di Matteo Berra | © Matteo Berra e Officina della Scala | Foto © Bart Herreman

Innanzi tutto, cos'è “Fold”?

“Fold” è una scultura di quattro metri di base e 23,5 metri di altezza che si inserisce sulla facciata ad angolo di un palazzo. L'ho pensata e sviluppata appositamente rispetto alla situazione esistente, in modo tale che non risulti come un elemento aggiunto, ma piuttosto come un completamento. Tutta la superficie della scultura è composta da tondini lisci da sei millimetri di diametro.

Come è nata l'idea di “Fold”?

Da tempo collaboro con l'Arch. Fabrizio Zambelli, titolare dello Studio Architettura Zambelli di Bergamo. Abbiamo già realizzato altri progetti che integrano elementi scultorei all'interno dell'architettura e abbiamo una buona sinergia. Quando l'Arch. Zambelli è stato incaricato di dirigere l'operazione di recupero di questo edificio mi ha detto di preparare alcuni progetti di sculture da presentare al committente. Quindi ho preparato diversi progetti, di complessità crescente. Quando ci siamo incontrati con Giorgio Pozzi, amministratore delegato della società e lui senza esitazioni ha scelto “Fold”, che era anche il progetto più grande ed ambizioso di quelli presentati. La sua pronta approvazione non è arrivata a caso, essendo Giorgio Pozzi un amante dell'arte internazionale e promotore di arte e design Made in Italy tramite la sua “Officina della Scala”, come ha dimostrato anche in questa occasione. Quindi da lì siamo partiti e dopo tutti i passaggi burocratici ed ingegneristici necessari, siamo finalmente giunti alla fase operativa e “Fold” è diventato realtà.

Qual era l'intento nel progettare “Fold”?

Come dicevo, non intendevo realizzare semplicemente un'aggiunta o un decoro, qualcosa che semplicemente venisse apposto e sovrapposto all'architettura preesistente. Io credo che architettura e scultura siano discipline gemelle, che lavorano su valori comuni con mezzi ed intenti differenti. Quindi volevo che “Fold” fosse appunto un completamento dell'esistente, la chiusura del discorso iniziato dall'architettura dell'edificio, una sorta di chiave di lettura. Un approccio, se vogliamo fare dei riferimenti all'arte contemporanea, vicino a quello di Gordon Matta Clark, con cui l'edificio diventa materia della scultura. Quindi dal mio punto di vista, tutto l'edificio fa parte della scultura, che rappresenta il dettaglio legante di tutto il discorso.

E di cosa parla tutto questo “discorso”?

“Fold” è una sorta di “gomito” del palazzo. Le forme semplici e lineari delle facciate convergono nella scultura, ma invece di risolversi in uno spigolo netto, trovano continuità l'una nell'altra in maniera fluida. Questo fa una grossa differenza. La differenza che passa tra mura perimetrali tracciate ed apposte con la mera logica della convenienza, rispetto ad un unicum architettonico, che si sviluppa, si muove e si declina con logica ed armonia. In “Fold” è come se si rivelasse la natura dell'edificio, l'architettura ci mostra le ossa, la carne, la pelle, la sua natura organica. Nel far questo quindi ci rivela la sua natura umana, quale prodotto dell'esigenza e dell'ingegno. Spigoloso pronipote della caverna, il condominio ne condivide ancora sotto pelle le forme sinuose delle rocce arrotondate dall'erosione, scolpite dal vento e dall'acqua, abrase dal sole. Lo sforzo dell'uomo di nascondere la propria mortalità dietro la meravigliosa geometria della linea retta è anelito divino si, ma impossibile, e togliendo la polvere emergono ancora le montagne, i boschi e l'uomo è ancora cavernicolo. Sembra che ci siamo allontanati molto dal palazzo di Milano, e forse lo scopo migliore che si può prefiggere l'arte è proprio quello di portare lontano, costruire ponti con significati altri, diversi, inaspettati, a volte nuovi, a volte arcaici.

Perché l'acciaio inox e soprattutto perché lavorato con questa tecnica?

L'acciaio è stata una scelta sia poetica che funzionale. L'acciaio è un materiale che ha visto Milano protagonista nel secolo scorso, nella sua produzione, nelle produzioni che avevano nell'acciaio il loro epicentro. Abbiamo quindi che nell'area nord di Milano, che si estende attorno al nostro luogo di intervento avevano sede la Falck, fondamentale produttrice di acciaio e ghisa, la Breda, importantissima trasformatrice di prodotti siderurgici, o l'Hangar Bicocca, dove l'acciaio diventava aerei. Quindi “Fold” è anche un omaggio a questo mondo, a questa Italia, a questo nostro atteggiamento del fare, del fare meglio ma anche del fare insieme, costituendo filiere virtuose. Quando l'Italia lavora così, ha pochi concorrenti al mondo. Funzionalmente la scelta è ricaduta sull'acciaio perché quando si produce qualcosa per l'esterno non ci sono alla fine moltissimi materiali che ci assicurino una buona resa durevole nel tempo. Progettando un'opera di questo tipo la prospettiva temporale diventa molto importante. L'orizzonte si sposta molto, la scultura è esposta agli agenti atmosferici quotidianamente, quindi serve un materiale che sia in grado di invecchiare bene e lentamente.

Il 316L è stato scelto proprio per le sue caratteristiche che lo rendono in grado di affrontare il tempo. Inoltre è un materiale molto attuale, altamente tecnologico, che già da molti anni lavora con l'architettura in maniera molto proficua. Direi che è uno dei materiali simbolo degli ultimi decenni, come il mattone in cotto per il romanico o il legno per l'architettura tradizionale asiatica. Inoltre trovo che l'acciaio sia semplicemente molto bello. Esteticamente è un materiale che mi soddisfa moltissimo. La tecnica di lavorazione invece è frutto della mia ricerca scultorea. Sono vent'anni che lavoro tanto il ferro e l'acciaio. L'ho affrontato e declinato in diverse maniere nel corso degli anni e progressivamente sono andato a sviluppare questo approccio analitico alla costruzione della forma, che ha delle implicazioni formali e poetiche che mi interessano molto. Potremmo dire che in pratica lavoro come una stampante 3D, ma il computer è il mio cervello e le mie mani costruiscono, strato per strato, usando i tondini di acciaio.

In che modo questo completa il “discorso” di cui parlavi prima, del rapporto tra la scultura e l'architettura”?

Immagina che si tratti di un libro, dove il “discorso” di prima, rappresenta la trama generale. Questa tecnica invece rappresenta le singole parole, che andranno a scrivere il libro, sono quelle che fanno sviluppare la trama. Siamo inoltre d'accordo che il modo in cui racconti la storia, è forse più importante della storia stessa. Quindi una tecnica non vale l'altra. Nel caso specifico forma e tecnica sono inscindibili, perché qualora tu realizzassi la stessa forma con un'altra tecnica, racconterebbe un'altra storia. Nel caso specifico questa tecnica porta l'eco della natura, della stratificazione delle rocce, del tempo e della sua registrazione. Tutta la scultura è la conseguenza di una registrazione passo passo di una forma che cambia, dalla base alla cima. Come assistere alla formazione di un'onda in riva al mare. Immaginiamo che i diversi istanti dell'onda rimangano fissati e si sovrappongano. Abbiamo quindi una combinazione di forma, cambiamento e memoria, che in definitiva è un po' la ricetta della vita, se vogliamo. Anche questa volta siamo andati un po' lontano.

A livello pratico, perché credi che abbiano deciso di inserire “Fold” in un'operazione immobiliare? Non è una scelta comune.

Direi che è una scelta unica. Inoltre considera che non c'è solo “Fold”. Io ho realizzato anche “Blue Sky Deep”, una installazione di circa sessanta metri quadri nel soffitto del vano scale, e ci sono poi le opere di altri artisti. Giorgio Pozzi ha voluto alzare l'asticella ed ha pensato ad un Art Building. Va dato a lui il plauso di questa scelta. Da questa prospettiva “Fold” rappresenta la punta di diamante del progetto, è l'annuncio che stiamo facendo le cose in maniera diversa, che si punta più in alto.

"Blue Sky Deep", Matteo Berra | © Matteo Berra e Officina della Scala | Foto © Bart Herreman

Cosa comporta la realizzazione di una scultura così imponente?

Fortunatamente sono abituato a progettare installazioni di grandi dimensioni, ma naturalmente questo progetto le ha superate tutte, per complessità e dimensione. È interessantissimo per me lavorare in un team così diversificato, dove bisogna rapportarsi con ingegneri, architetti, investitori, carpentieri e via discorrendo. Si impara molto, dovendo trovare la soluzione che si adegui alle esigenze di tutti, preservando al contempo la natura del progetto. Nella pratica si tratta quindi di una operazione di misura e ragionamento, dove bisogna ascoltare le esigenze di tutti e trovare una soluzione valida, sperando di trovare la stessa predisposizione all'ascolto anche nelle controparti. Ho avuto la fortuna di trovare sul campo, oltre ai già citati Arch. Zambelli e Giorgio Pozzi, anche Giuseppe Paris, dell'impresa appaltatrice, cha ha supportato trasporto, allestimento e montaggio in facciata; l'Ing. Davide Arrigoni, che ha progettato la struttura e la carpenteria Baldo Altemio, nella persona del Sig. Eros Baldo, che l'ha realizzata, con i quali c'è stato un rapporto di intesa fantastico. Poi non posso non ricordare il Dott. Renato Nemfardi ed il Dott. Carlo Mapelli, docente al Politecnico di Milano, che mi ha dato un sacco di consigli utili. Sono molto contento perché ho sentito molto entusiasmo attorno al progetto da parte dei collaboratori coinvolti e dei professionisti a cui mi sono rivolto.

Quali altri progetti stai portando avanti?

Naturalmente prosegue la mia produzione di sculture di dimensioni più gestibili e la sperimentazione con abbinamenti di materiali e lavorazioni diversi per approfondire le possibilità espressiva di questo tipo di approccio al metallo. Inoltre sempre con Giorgio Pozzi, abbiamo sviluppato su sua idea, un tavolo scultura, che si chiama Meteorite. In pratica una mia scultura diventa il basamento di un tavolo che porta un piano in marmo incredibilmente esclusivo di Antolini Italy e la struttura viene assemblata dalla ditta Baldo Altemio. Lo abbiamo presentato già con un incredibile successo a Scope Miami Art Basel, all Art Palm Beach e al Salone del Mobile di Milano. Una nota divertente è che un esemplare di Meteorite si trovava in esposizione nella hall del Park Hyatt Hotel di Milano nei giorni di visita di Obama, che risiedeva proprio in quel Hotel.

Sembra che il tuo lavoro si spinga oltre i confini dell'arte contemporanea e che si contamini volentieri con architettura e design.

Il mio lavoro è fortemente radicato nella scultura e nell'arte contemporanea. Credo però che le contaminazioni e le collaborazioni arricchiscano e spingano a trovare soluzioni nuove e all'avanguardia. Non ho quindi paura di inserire il mio lavoro in contesti quali il design o l'architettura. Il design mi interessa perché mi permette di educare il gusto del pubblico al mio approccio scultoreo. Nell'architettura invece trovo una spalla che mi permette di osare, adottando soluzioni che difficilmente la sola scultura permetterebbe. Mi piace quando il mio approccio alla scultura colonizza, abita, prende possesso degli spazi dell'architettura. Ci sono delle potenzialità enormi, ho un sacco di idee che spero di riuscire a sviluppare e per le quali spero di trovare le giuste occasioni per realizzarle.

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