• Giuseppe Cicozzetti

Paolo Ventura, artigiano di sogni

Il fotografo milanese è uno dei più grandi esponenti della "set photography", la sua è una fotografia sognante, colma di ricordi e pervasa da una bellissima poesia della memoria


"Winter Stories"


È accaduto a tutti noi di chiederci se la realtà esista davvero, se esista cioè una natura delle cose obiettiva e intatta oppure se tutto ciò che accade è modificato in anticipo dalla nostra immaginazione. Chi può dire se la realtà è una semplice illusione che vive nella mente umana oppure è qualcosa cui diamo vita sognando. Noi sappiamo però che tutto ciò che è possibile immaginare assume le forme del reale. La fotografia si è confrontata con questi temi poco dopo la sua invenzione, da quando cioè ha tentato sempre più di smarcarsi come disciplina capace solo di “riprendere” il vero, quanto cioè giace di fronte l’obiettivo, per ribaltare il concetto stesso di univocità del reale per farsi essa stessa “generatrice di realtà”. La questione è apertissima ma nella sua evoluzione, lungo il dibattito tra chi le immagini le cattura e chi invece le costruisce, abbiamo numerosi esempi di come questo genere di fotografia sia sempre più frequentata.


È la “set photography”, di cui Paolo Ventura, artigiano di sogni, è con sicurezza uno dei più grandi esponenti. La sua è una fotografia sognante, colma di ricordi e pervasa da una bellissima poesia della memoria. E tutto in un diorama, costruito con una doviziosa attenzione ai dettagli. Se Richard Tuschman ha riprodotto le algide atmosfere hopperiane per trasferirci il medesimo senso di freddo smarrimento delle opere del pittore e Lori Nix – sempre attraverso i diorama – ci ha raccontato cosa resterebbe di una città dopo la scomparsa dell’uomo, Paolo Ventura celebra i giorni dell’uomo, la sua storia in uno spazio ora definito, e reso riconoscibile dalla sua ambientazione, ora sospeso tra il sognante e l’irreale.


In “Winter Stories” (2007/2009) scorgiamo la riproduzione di una comunità nella coagulante manifestazione di una festa di strapaese. Personaggi che nella loro improbabilità superano il valico della credibilità e si attestano in una dimensione leggera, irreale, in cui giocolieri e clown animano il susseguirsi di scene che hanno il potere di rimettere indietro le lancette del nostro tempo. E dove anche la morte di un clown ha il sapore della morte di tutti noi. Il tema della nostalgia e della memoria come sentimento ritornano con “The Automaton”, una serie del 2010. Qui una Venezia appena offuscata dalla nebbia rimanda a suggestioni intime, recuperate e tradotte perché non si disperda la memoria di un tempo. Quello che siamo, sembra dirci Ventura, è quello che siamo stati e ricordarlo a noi stessi è un modo – forse il più efficace – di conservare l’identità. E quell’uomo sopra i tetti di Venezia sembra volercelo ricordare.


“The Automaton”


Le atmosfere si diradano, le descrizioni del paesaggio urbano si fanno essenziali e minimalista che sembrano essere prese in prestito dalle suggestioni periferiche di Sironi. E’ quanto ammiriamo nella serie “Lo Zuavo Scomparso” (2012). Qui i personaggi, stavolta in carne ed ossa, interagiscono silenziosamente con un “intorno” dal sapore straniante. L’aria è ferma, c’è un clima in costante equilibrio tra il disincanto e la speranza; le prospettive si piegano al racconto e sebbene non sappiamo nulla dei protagonisti è nella loro staticità che germoglia un’empatia. E’ nella loro fredda e poco interattiva postura che li vediamo come elementi invischiati dentro relazioni “collose” che impediscono loro ogni azione.


Nella serie “War Souvenir” (2015) intercettiamo l’urgenza di sviluppare su carta ricordi familiari da chi della Seconda Guerra Mondiale ha ancora un vivido drammatico ricordo. I soggetti – come vedete, dei pupazzetti – e un’ambientazione accuratissima, sono chiamati alla restituzione di un clima in bilico tra la tragedia, la sua efferatezza e una vita che nonostante tutto procede seppure attraversata dall’incertezza. Le immagini sono forti e dolenti allo stesso tempo.Ma intanto, come a esplorare nuove vie, il “fermo” delle immagini sembrerebbe non più funzionale al racconto, cui è necessario aggiungere dinamicità. Ecco dunque che le serie “The Vanishing Man” (2014) e “Homage a Saul Steinberg” (anch’essa del 2014) facente parti del più articolato capitolo “Short Stories”, si animano. La narrativa ha bisogno di articolarsi e dunque prende forma di fotoracconto, quasi un micro cortometraggio. Poche immagini, a volte un trittico, ma che da sole si sviluppano in un inizio e una fine.


“War Souvenir”


Nell’homage del geniale disegnatore c’è però come una grande metafora. Nella prima fotografia un bambino indossa una divisa militaresca ed è accanto a un uomo adulto. Nella seconda l’uomo, pur conservando i tratti, “rimpicciolisce” e ripara dietro un pannello su cui sono dipinti i vestiti. Nella terza il bambino e l’adulto/bambino si tengono per mano: sono uguali, sono tra pari. C’è stato un trasferimento d’esperienze: l’artista che per essere tale deve vedere con gli occhi di un bambino e quest’ultimo che, probabilmente, è pronto ad assumere il testimone. Se poetica si è rivelata la metafora di “Homage a Saul Steinberg”, più crudele e commovente è quella che si articola lungo “The Vanishing Man”.


“The Vanishing Man”


Tre sole fotografie che, nella loro stretta sinteticità, esprimono per intero la tristissima pagina delle leggi razziali prima e poi la successiva tragedia della Shoah. Paolo Ventura è un uomo del suo tempo, e il suo tempo è il nostro. I suoi “teatri di carta” sono palcoscenici nei quali i suoi personaggi sviluppano allegorie, temi romantici che hanno al fondo una concretezza poetica. I temi sono sempre costruiti senza mai derogare dall’aspetto principale: leggerezza. Nulla mai può esser detto di più vero se non nella finzione. E di questa finzione che sa di vero noi tutti abbiamo un disperato bisogno.

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