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Paragoghè – Depistaggio nπαραγωγή


Il tribunale come il palcoscenico di un teatro. Non era mai successo ma accadrà il 23 maggio ad Ancona, per la prima volta in Italia, con uno spettacolo scritto e diretto da Marco Baliani

© Marco Baliani

Se devo pensare a una parola che metta insieme i due percorsi teatrali che ci accingiamo a portare a compimento, qui ad Ancona, con Marche Teatro dove stiamo provando, questa parola è inviolabilità, subito declinata però con un corpo, con un corpo vivo. Inviolabilità dell’essere umano vivente che non può essere ridotto a numero, a cosa, a effetto collaterale. Mi sembra di vivere in un tempo in cui la sacralità del vivente, umano o animale, si è molto disgregata, come se le fondamenta biologiche della vita potessero essere messe in discussione e distorte, modificate, alterate. Quando da cittadini siamo diventati consumatori qualcosa di quella inviolabilità si è dissolta, i corpi sono diventati merce, corpi modificabili e intercambiabili a seconda dell’ultimo modello di auto o di cellulare acquistato, assuefatti a una continua esposizione da supermercato, i corpi sono anche loro collocati sugli scaffali infiniti di Amazon, o dentro le virtualità ludiche di un tempo che ha smesso da tanto di essere “libero”.

I corpi umani devono sottostare a un continuo apparire, a un coercitivo mettersi in mostra, e se il corpo non risponde ai requisiti richiesti di splendore ed efficienza decade immediatamente nella categoria dei perdenti, viene scartato, la sua visibilità viene offuscata, diventa un corpo imbarazzante, come i corpi dei malati terminali, corpi da allontanare, da cui prendere distanza, da cui guardarsi, corpi vergognosi, che con la loro sola presenza incrinano la luminosità sempre splendente del quotidiano, diventano insopportabili, corpi di cui si può dunque abusare, quasi che in questo modo si compisse un atto di giustizia per riconsegnare il reale al suo statuto di luminosità attraente. L’odio fomentato in questi tempi contro lo straniero deriva in gran parte da questa impossibilità a condividere uno spazio sociale disomogeneo, complesso, diversificato. Il sociale deve essere il più possibile “pulito” uniformato, sanato. Quelli che non ce l’hanno fatta non vengono solo percepiti come una zavorra economica, ma come una minaccia per il solo fatto di esserci, minacciano la conformità appariscente degli infiniti selfie, sono un disturbo. La costruzione di muri e barriere e fili spinati e confini armati serve a non dover veder i reietti, gli scarti, a scartarli ancor prima che possano inquinare la apparentemente compatta superficie del mondo contemporaneo.

Ma siccome questa compattezza è del tutto illusoria, pompata da pubblicità che esaltano acquisti impossibili, che mostrano stili di vita stellari e irraggiungibili, paesaggi urbani o naturali di assoluto perfezione, senza ombre, senza danni, senza conflitti, ecco che ogni incrinatura di tale superficie viene percepita come una catastrofe a cui si deve reagire, in uno stato di perpetua emergenza, di continui allarmi. Una volta che gli scarti, i borderline, gli stranieri, e l’elenco sarebbe lungo, vengono accreditati come pericolo per la restante benestante società, è facile poter infierire su di loro, sguinzagliare i sempre pronti affamati di celebrità aizzandoli a compiere azioni dimostrative eclatanti, significativamente esemplari. Senza bisogno di ordini particolari si diventa carnefici per scherzo, come incendiare un barbone che dorme, per sbaglio come dice il generale dei carabinieri dopo il pestaggio di Cucchi, per un tiro al bersaglio, per colpire una bambina in braccio a una rom, per purificare il mondo, come incendiare le baracche di un ghetto di neri resi schiavi dalla nostra voglia di avere arance fresche a tavola tutti i giorni. Ed ecco allora la necessità, per me e per quelli che con me lavorano, di farsi toccare attraverso il teatro da questo tema dell’inviolabilità.

Conferenza Stampa © La Repubblica delle Stragi

Ne “Una notte sbagliata”, che debutterà a fine giugno al festival di Napoli, a essere violato è il corpo di un essere umano già fragile, corpo che in quella notte scellerata che poi si chiamerà destino, ma che è, come per Edipo al trivio fatale, una pura conseguenza di azioni umane distorte, diventa corpo-fagotto, carcassa umana su cui accanirsi. Non sarà un racconto, ma un caotico flusso di pensieri, un entrare e uscire dalle teste e dai corpi dei malcapitati protagonisti notturni della vicenda, compreso un cane, compresa la vittima, compresi i persecutori. Non si tratta di additare la facile cronaca di uno dei tanti modi di eliminare la diversità, non sarà dunque un teatro “civile”, piuttosto un mettere il dito dentro le pieghe nascoste della psiche, delle pulsioni, delle indicibilità, fino a usare il mio stesso corpo come mappa vivente del sopruso. Il secondo lavoro teatrale è invece di stampo corale, e, in ordine di tempo precede l’altro, debutta infatti il 23 maggio dentro il Tribunale di Ancona e si intitola Paragoghè, in greco togliere via, sviare, portare avanti.

È la forma del depistaggio che indagheremo, quell’infangare la verità che ha permesso ai carnefici di turno di violare corpi di cittadini innocenti, tanti, troppi per un paese che si dice democratico, in anni e anni di stragi, di attentati, di violenze. Parleremo delle connivenze tra l’eversione nera, le mafie, gli apparati di In-sicurezza dello Stato, di tutto quel sistema criminale che ha permesso, progettato e coperto le stragi, parleremo di come avviene che un corpo brutalmente già ucciso possa essere ucciso una seconda volta dal fango, dall’inquinamento delle prove, dalla falsificazione degli atti, dai falsi pentiti che sanno la verità ma che la distorcono incanalando le indagini su false piste, facendo sì che la verità o non venga mai fuori come è ancora per piazza Fontana, oppure che la si raggiunga dopo anni e anni di indagini, di fatiche processuali, grazie a magistrati caparbi, grazie a persone che sentono di dover dire quello che sanno. In questo guazzabuglio di trame, di massonerie di ufficiali e comprimari dei servizi, di criminalità varia, di continua incessante di un fascismo assetato di vendetta, tentiamo di offrire al pubblico quello che abbiamo capito, quello che ci ha toccato in questa escursione storica, ma anche qui senza cadere in un teatro di facile indignazione, piuttosto invece alla ricerca di un teatro amaro, spietato, ma che lasci anche spazio alla speranza che le verità arrivino alla luce.

Ho sempre usato il plurale in questo scritto perché il teatro è sempre un’azione collettiva, un insieme di forze creative che si coagulano intorno a un tema, a un’urgenza. In Paragoghè saranno diciotto giovani attori e attrici a essere in scena, mentre nella Notte sbagliata sarò da solo, ma insieme e intorno a me c’è uno staff creativo composto da Maria Maglietta, Lucio Diana e Mirto Baliani. Siamo in piene prove dello spettacolo sul depistaggio e ogni sera mi ritrovo a pensare che nonostante tutta la malapolitica e la criminale opera di disgregamento delle istituzioni democratiche, nonostante le stragi, i morti, le bombe, il paese è ancora in piedi, resiste, e ci permette di parlare dentro un Tribunale.

Marco Baliani

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