• Francesca Palumbo

Per Sergio Scarcelli trasformare un rifiuto in scultura ha il senso del cambiamento e della rinascit


L'artista abita in un trullo a Locorotondo (Ba) e compone le sue opere grazie all’insieme di materiali riciclati, buttati via perché considerati inutilizzabili

"Finché ci saranno nuvole, ci saranno sogni da scrivere" sono le parole incise su una delle numerose e intriganti installazioni di Sergio Scarcelli. Ho avuto la preziosa possibilità di incontrarlo recentemente nella sua casa laboratorio, o meglio, nel suo trullo-nido, perché è lì che vive tutto l’anno, in contrada Francischiello a Locorotondo, nella bellezza mozzafiato della Valle d’Itria che tutto circonda e tutto incorona insieme alle sue pietre e agli ulivi secolari. Quando chiedo a Sergio come sia vivere in un posto così bello d’estate, ma così isolato d’inverno, mi racconta del freddo e del buio, delle giornate talmente corte che lo portano a decidere di andare a letto già alle 16,30 quando le tenebre morbidamente avvolgono i trulli come gli scialli scuri delle contadine. Lui ha scelto di non tenere con sé un televisore e la gente del posto non è neanche tanto loquace, perché si sa la gente che lavora la terra, è ruvida come le zolle e ha la pelle che si indurisce sotto il peso della fatica, non parla tanto, men che meno con uno che fa l’artista e vive in un trullo circondato da bizzarre installazioni, creature in plastica o in legno e ferro assemblate grazie all’insieme di materiali riciclati, buttati via perché considerati inutilizzabili.

Per questo Sergio ama definirsi un rimmatologo, la sua arte ha molto a che fare con il senso del rimmato che nell’accezione pugliese ha il significato del rifiuto, di ciò che non serve più. Recuperare il rifiuto e ridargli vita trasformandolo ha il senso di una seconda nascita, di un uso nuovo che è ricerca ma anche ipotesi di as-soluzione, possibilità per ciò che apparentemente si presenta come scarto ma può trasformarsi in qualcosa di diverso, rinnovato, bello. «La vita è -spiega Sergio durante la nostra chiacchierata/intervista- piena di possibilità se ti guardi attorno, e non smette di offrire la meraviglia che va oltre la mediocrità.» Mentre mi racconta di sé e dei progetti interessanti realizzati con alcune scuole, con la casa circondariale e anche, di recente, con anziani affetti da Alzheimer, vengo letteralmente rapita da quattro imponenti sculture in legno alte più di due metri e realizzate con tavolame usato per gli imballi: sono delle grandi facce che ti guardano con occhi immensi e grandi bocche, ma queste bocche sembrano anche delle porte, che conducono verso una nuova percezione appunto degli spazi e delle possibilità di recepire l’ambiente e le sue varie declinazioni. In primis il rapporto tra arte e natura, tra il mare e le sue scorie, i rifiuti che noi produciamo e che l’acqua restituisce alla terraferma.

Tutto quello che Sergio rin-traccia sulla battigia viene raccolto e rimodulato in poesia. Entrando in un cono adiacente a quello del trullo principale scopro una scultura fatta di remi su cui sono incisi alcuni altri suoi versi. Non mi stupisce leggere la profondità dei suoi pensieri, Sergio è infatti un artista a tutto tondo, è un poeta, un filosofo, un attento osservatore, una persona molto saggia e consapevole. Ha un modo molto semplice e allo stesso tempo appassionato di parlare delle emozioni, di raccontare della Vita così come della Morte e della Tristezza, ma l’essenza più profonda che emerge da ogni suo discorso o opera è il senso del cambiamento e della rinascita, un grande messaggio di speranza e di bellezza per il nostro futuro così incerto. «Io “artista” - mi spiega – ho il bisogno di tornare spesso nelle stanze del dolore, dove abitano sofferenza, tradimento, malinconia, miseria e povertà, e dove senza regole tutto è un tumulto irrequieto. Lì combatto la mia oscurità, è lì che il più delle volte ne esco malconcio e sconfitto, raramente ho assaporato una vittoria, l’animo ferito è difficile da curare.» E ancora «io cammino in un labirinto alla ricerca di una verità o delle tante verità; è la mia eterna lotta con la morte di ogni istante, si perché per vivere molte vite in una sola si deve morire altrettante volte, prima dell’ultima morte, forse ultima.»

Photo © Giacomo Pepe

Ma come descrivere realmente la vita di un’artista così coerente e schivo dalle leggi di mercato, lontano dai meccanismi perversi della pubblicità, dei cataloghi, delle mostre, delle situazioni che creano visibilità e al contempo risucchiano sangue ed energia? Gli chiedo d’amblè: «tu Sergio, hai mai pensato a qualcuno che ti rappresenti o ti promuova? Un agente? O semplicemente qualcuno che ti dia una mano a trasportare le tue grandi opere nei musei o nelle fiere?» « Spesso mi hanno aiutato gli amici contadini del villaggio con i loro grandi camion, una volta mi hanno portato fino a Roma con i miei grandi totem e poi dopo qualche giorno sono tornati a riprendermi… La mia è una vita da guerriero senza gloria, senza regole con molti rimpianti per quello a cui avrei voluto dare risposte. Io “artista” conduco una vita senza dimora alla ricerca della mia bestiale natura mai doma. Sai, la ricerca della gioia è troppo scontata, banale!»

Mentre la luce rosa di un meraviglioso tramonto estivo ci accarezza i pensieri, mi soffermo sulle braccia forti di Sergio che emergono da un corpo esile e magro ma che parlano di fatica e di ‘pesi’.

Pesi da sollevare, pesi da spostare o da alleggerire, non solo quelli che fanno parte dell’esistenza ma anche quelli di tronchi dimenticati da cui è stato capace di entrare in un contatto ‘di pelle’ nel vero senso della parola trasformando la corteccia in un materiale morbido e assolutamente malleabile con cui ha creato ora incredibili maschere, ora un cappello e perfino una giacca di fibra di legno e anche dei monili. “Quell'albero si tolse il cappotto, il cappello, lo appese su quell'appendiabiti all'ingresso del bosco, si sedette comodamente e disse all'uomo: ti offro quello ho...” Sono ancora dei versi di Sergio, da ciò che scrive, dice o crea emerge sempre un sospiro, una vocale, molte sillabe, molto pensiero. E soprattutto cuore. Le sue opere sono spesso misteriose e un po’ incantate, surreali e geniali. Il risultato a pelle è quello di un contatto incredibile con il mondo, con la magia delle nostre esistenze; le sue creature/opere respirano e restituiscono lo sguardo di chi crede che davvero ogni essere vivente e perfino ogni cosa abbia un’anima, che bisogna saper leggere e rispettare. Non credo che esista una lezione di vita più profonda, a ciò che è altro da noi e al valore che è in ogni cosa.

Chi è |Francesca Palumbo

Nata a Bari, dove vive e lavora come docente di Lingua e Letteratura Inglese. Ha pubblicato “Volevo dirtelo” (2008); “La vita è un colpo secco” (2014); “In fondo” (2014). Per Besa Editrice “Il tempo che ci vuole” (2010), che ha ricevuto il riconoscimento massimo delle ‘tre penne’ di Billy, e “Le parole interrotte” (2015), vincitore del Premio Letterario Nazionale Bari Città Aperta. Il suo ultimo romanzo è “La tua pelle che non c’è”, Edizioni Besa (maggio 2018)

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