• Marzio Dall'Acqua

Pietro Ghizzardi o dell’empatia


Il pittore contadino che ha dipinto la donna attraverso i ritratti di molte figure, cercando di farsi coinvolgere dal soggetto e di ascoltarne il respiro intimo e segreto

Photo © Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue - Parma

“Le mie amiche” così Pietro Ghizzardi , con la barba fluente da profeta a decorare i portali delle cattedrali romaniche, sotto un cappello a larghe tese, ornato da penne di fagiani e selvatici, rigorosamente raccolte nel girovagare nei campi, definiva i soggetti delle sue opere, che chiamava anche “modelle” con un calore affettuoso nella voce, come se fosse merito loro per quello che aveva dipinto e per i risultati ottenuti, racchiudendone l’immagine in fogli di cartoni per imballare chiodi, con i contorni di ipotetiche cornici già da tempo delineati.

E mentre lo diceva gli occhi chiari erano ridenti e un sorriso da gnomo troppo cresciuto gli illuminava il volto. Nel rapporto con l’immagine della donna quell’artista singolare che usava il grado zero del colore e della scrittura, che ora si cerca di circoscrivere nel curioso e variopinto zoo dell’art brut, misurava tutta la sua “potenza” creativa, la sua capacità di farsi coinvolgere dal soggetto, di ascoltarne il respiro intimo e segreto.

Spesso l’impaginazione era banale, quella delle fotografie a mezzo busto che ornavano la casa contadina, nei salotti buoni dove si entrava circospetti e silenziosi. Oppure figure più mosse affioravano dai giornali erotici, dai manifesti del cinema, trovando così un interiore dinamismo, una articolazione di atteggiamenti, che tuttavia non intaccavano l’intensità dei volti e degli sguardi.

Ottavia, 1960

Con il trascorrere degli anni e la liberazione dei costumi della società sarebbe stato più libero ed il seno nudo sarebbe diventato centrale in molti quadri, anche quando la modella, in realtà non si spogliava affatto davanti a lui. Ancora oggi una lettura superficiale del suo lavoro rimane impressionata dai grandi seni, che attirano suggestioni erotiche e fantasie facili da commentare, soprattutto nel contrasto con il volto molto più vecchio e violentato dal tempo.

Ghizzardi incominciava a disegnare il cartone dai seni, quasi in modo automatico, ma era nel volto che egli continuava a guardare intensamente, senza mai spostare gli occhi alla mano che continuava a tracciare, nel volto egli cercava quell’empatia che avrebbe tradotto in un ritratto di straordinaria profondità psicologica, legato a umore e amori.

Senza scuola, senza cultura, senza ruolo sociale, al margine stesso della società contadina in via di dissoluzione il pittore trova in se stesso una forza di visione che gli permette di accostarsi al reale. Ghizzardi pensa di essere un artista “realista” e ricerca, sia nella scrittura, che è oralità diventata geroglifico, segno e disegno, che nella pittura una “potenza” che nelle opere più intense diventa terribilità, termine che egli spesso usava come definitivo e che noi potremmo immaginare simile al sublime che attraversa la storia dell’arte occidentale.

Nei quadri inserisce, a dare maggior senso di realtà, il nome della modella o del ritrattato e la data con giorno, mese ed anno, come se le opere fossero pagine di un diario di incontri. I ritratti femminili e maschili mostrano volti straordinari, di una intensità fisionomica e psicologica, che attrae ed inquieta. Nei volti, specialmente delle donne, sono invecchiati con segni di posizione, smorfie, bocche allupate e digrignanti, ma l'anima traspare dagli occhi, dall'espressione che invita ad andare oltre l'apparente deformità e a cogliere invece la singolarità di ciascuna presenza, quindi di ciascuna esistenza, senza indulgenza né infingimenti.

I volti hanno profondità, prospettive espressionistiche, una materialità che si impone e oppone a corpi deformi e deformati, bidimensionali, senza spessore, risolti in soluzioni decorative, talora di una sottile e suadente eleganza, talaltra di una anatomia approssimativa e grossolana, persino ridotti in pezzi, in relitti umani dissociati, alla quale tuttavia ogni ironia, ogni sberleffo, ogni irrisione sono estranei: il tutto con una serietà ed una essenzialità che turba lo sguardo.

Spesso il volto e l'espressione lanciano messaggi profondamente in contrasto con i corpi che appaiono appendici inerti, delle quali è difficile, se non impossibile liberarsi: ricordano quei telai dipinti che si usavano nelle fiere o che troviamo nelle prime fotografie, rappresentazioni di ambienti e di corpi nei quali si inseriva la testa, che sola, la fotografia mostrava reale e vitale, mentre tutto il resto aveva un sapore clownesco, venato da chiusa malinconia.

Mina, 1970

Non a caso le prime opere di Ghizzardi hanno il volto incollato, tratto da manifesti, fotoromanzi, illustrazioni popolari che offrivano le immagini sorridenti di attrici, di cantanti, di star del sistema dello spettacolo e dell'immaginario degli anni cinquanta. Volti che si inseriscono autonomi nel quadro predisposto, anzi si affacciano a illuminarlo e renderlo bello. Sono questi collages che hanno permesso a Ghizzardi di impadronirsi a fondo del ritratto, delle fisionomie, dell'individualità dei volti e della particolarità delle esistenze.

Ghizzardi ama la donna, cerca di coglierne la bellezza, la singolarità delle forme sempre diverse, ma che rimandano ad una unica natura. Chi lo ha visto come un accanito misogino si sbaglia e si è sbagliato, e coloro che lo hanno conosciuto, come è il mio caso, lo sanno bene e conoscono il delicato rispetto con il quale le trattava e le considerava, il piacere quasi infantile nel coglierne la bellezza, nell'inventarne le forme nascoste, che diventano spesso offerta, dono di sé, senza esibizione, senza ostentazione, ma con profonda naturalezza.

E il trascorrere del tempo ha di lungo, con l'imperare del sesso proposto continuamente in ogni forma e ogni volgare spettacolarizzazione, ha di gran lungo attenuato il carattere erotico, la violenza ormonale delle donne di Ghizzardi, in qualche modo le hanno come domate.

Ed è per questo che risaltano i volti, la storia individuale che racconta e racchiude una vita.

Chi è | Marzio Dall’Acqua

È stato, dal 1971 archivista di Stato e quindi dirigente del Ministero per i Beni e le Attività culturali, dal 1990, allorché divenne direttore dell’Archivio di Stato di Parma, al 2009, quando è andato in pensione come Soprintendente Archivistico per l’Emilia Romagna. Socio fondatore nel 1983 del Centro Studi e Archivio “Antonio Ligabue” di Parma, è attivo operatore culturale, saggista di storia e arte e organizzatore di mostre d’arte contemporanea in Italia e all’estero.

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