Pietro Ghizzardi o dell’empatia


Il pittore contadino che ha dipinto la donna attraverso i ritratti di molte figure, cercando di farsi coinvolgere dal soggetto e di ascoltarne il respiro intimo e segreto

Photo © Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue - Parma

“Le mie amiche” così Pietro Ghizzardi , con la barba fluente da profeta a decorare i portali delle cattedrali romaniche, sotto un cappello a larghe tese, ornato da penne di fagiani e selvatici, rigorosamente raccolte nel girovagare nei campi, definiva i soggetti delle sue opere, che chiamava anche “modelle” con un calore affettuoso nella voce, come se fosse merito loro per quello che aveva dipinto e per i risultati ottenuti, racchiudendone l’immagine in fogli di cartoni per imballare chiodi, con i contorni di ipotetiche cornici già da tempo delineati.

E mentre lo diceva gli occhi chiari erano ridenti e un sorriso da gnomo troppo cresciuto gli illuminava il volto. Nel rapporto con l’immagine della donna quell’artista singolare che usava il grado zero del colore e della scrittura, che ora si cerca di circoscrivere nel curioso e variopinto zoo dell’art brut, misurava tutta la sua “potenza” creativa, la sua capacità di farsi coinvolgere dal soggetto, di ascoltarne il respiro intimo e segreto.

Spesso l’impaginazione era banale, quella delle fotografie a mezzo busto che ornavano la casa contadina, nei salotti buoni dove si entrava circospetti e silenziosi. Oppure figure più mosse affioravano dai giornali erotici, dai manifesti del cinema, trovando così un interiore dinamismo, una articolazione di atteggiamenti, che tuttavia non intaccavano l’intensità dei volti e degli sguardi.