• Laura Cavalieri Manasse

Quando l'architetto progetta imitando la natura


Perché alcuni architetti progettano edifici a forma di nuvole di vetro, iceberg di metallo o sinuose colline in alluminio? E soprattutto, sono ecologici perché imitano la natura?

Rendering di Zira Island, Azerbaijan - Bjarke Ingels Studio

Lo spunto delle domande che pongo me lo ha dato la foto del cantiere della Fondazione Luma di Arles che, cito, “promuove progetti artistici pionieristici e indipendenti che riflettono sulle emergenze dei nostri giorni: le questioni ambientali, il rispetto dei diritti umani, l’importanza dell’educazione e della cultura nel senso più ampio del termine”. Questa fondazione ha affidato all'archistar canadese Frank Gehry la progettazione dell'Arts Resource Center di Arles, e lui ha ideato una torre riflettente alta 56 metri formata da undicimila placche metalliche che la rivestono integralmente. La peculiarità di questo sconcertante edificio è che non possiede una facciata, i suoi 5.000 metri quadrati sono frantumati in una accozzaglia di superfici sconnesse, che, secondo Ghery, si ispirano alla geologia delle vicine cime calcaree di Les Alpilles, piccola catena montuosa della valle del Rodano caratterizzata da vette frastagliate, le montagne immortalate da Van Gogh i numerosi dipinti.

Sullo sfondo la Torre del Arts Resource Center di Arles

Arles, una piccola città nel sud della Francia è diventata patrimonio mondiale dell’umanità Unesco per tre motivi: il suo centro storico e antico con l’insieme dei suoi monumenti romani e romanici, poi perché fin dal Medio Evo il cammino di Arles è una delle quattro strade che attraversano la Francia e l’Europa verso San Giacomo di Compostela e infine perché Arles è la capitale di uno spazio naturalistico di interesse internazionale, la Camargue, che a sua volta fa parte della rete mondiale delle Riserve di biosfera. Arles è punteggiata delle tracce di dell'arte e della vita di Vincent Van Gogh, come il ponte di Langlois o la “maison jaune”, la casa gialla dove il pittore olandese visse, nel 1888, insieme all’amico Paul Gauguin, ma forse, tra poco, diventerà famosa soprattutto per la torre di Frank Ghery.

Una parola curiosa che mi ha sempre affascinato per la sua storia bizzarra è “”, il primo ad usarla fu William Temple ne “I giardini di Epicuro” (1685) dove la cita come un vocabolo usato dai cinesi per descrivere la bellezza dell'irregolarità intenzionale, senza alcun ordine o disposizione delle parti, ma le ricerche non ne mostrano alcuna traccia nella lingua cinese antica, pare invece che fu una trascrizione approssimata dell'antica parola giapponese “Shorowagji” fatta da un ambasciatore olandese in visita ai giardini imperiali di Kioto, noti per essere un capolavoro di naturalezza simulata. Nell'Inghilterra dell'Ottocento venne usata per descrivere un'estetica “naturale” nel disegno dei giardini, degli stabili e degli ambienti anglosassoni e oggi alcuni studiosi la utilizzano per spiegare la sensibilità contemporanea che spinge la ricerca di un equilibrio tra le nuove costruzioni e la fragilità del paesaggio terrestre. Non solo, con il termine Sharawaggi si vuole intendere anche uno stile di vita attento alla sostenibilità, curioso verso le differenze culturali, pronto allo scambio di informazioni ma soprattutto sobrio e realistico.

Torre del Arts Resource Center, photo © Victor Picon

Verso la fine del secolo scorso, quando si è diffuso in modo virale un forte senso di colpa di moltissime persone sul peso antropico subito dall'ambiente, accompagnato dalla consapevolezza dell'inquinamento di terra, aria e acqua e dalla distruzione da parte dell'uomo di importanti ecosistemi, ha stimolato in molti progettisti la paura che queste azioni costanti nei confronti del panorama terrestre finissero per distruggerne fattezze e risorse. La cultura architettonica ha cercato spesso, e lo fa tuttora (Frank Ghery docet) di tamponare questa paura con degli artifici retorici, trasformando le città e i loro edifici in gigantesche metafore naturali. Nuvole di vetro, giardini verticali, iceberg di metallo luccicante, vulcani buoni e finte colline cercano di prendere le forme della natura violata cercando di mimarne le forme vantandone l'impostazione ecologica solo per le loro fattezze, quando invece la loro gestione richiede, per esempio, voluminosi sistemi di condizionamento degli ambienti, trasformandoli così in giganti energivori tutt'altro che ecologici, ecosostenibili e certamente non sharawaggi.

Nanyang School of Art, Singapore

A questo punto del mio ragionamento cito un'altra parola che mi affascina: Biomimetica, che denomina un nuovo e interessante filone dell'architettura che si è posta l'obbiettivo di coniugare biologia e tecnologia trasferendo i processi biologici dal mondo naturale a quello artificiale, con la volontà di ottenere un cambiamento radicale ed ecosostenibile dell'edilizia urbana, perché studia e realizza gli immobili limitando il loro impatto ambientale, avendo cura e attenzione per la salute e il comfort delle persone senza danneggiare l'ambiente, adattandosi al paesaggio esistente e riducendo al minimo gli sprechi e i consumi energetici. Così, per concludere la mia riflessione, avrei preferito che ad Arles il nuovo Arts Resource Center non avesse l'immagine di un incubo lisergico incastonato nella collina provenzale, solo perché il suo progettista ha voluto omaggiare Van Gogh.

Chi è | Laura Cavalieri Manasse

Segue la redazione del semestrale ArtApp e della sua piattaforma online, senza rinunciare a scrivere degli articoli sugli argomenti che l'appassionano, come la fotografia o il teatro. Collabora come editor per alcune case editrici e con tutti coloro che le chiedono un consiglio che li aiuti a scrivere in modo corretto e interessante.

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