• Angela Galli

Racconti dal Sahara


Una donna occidentale ostaggio della cultura del marito tunisino

Photo © Angela Galli

Una sensazione di prigionia, una culla dorata, angoscia, case come vasti labirinti aperti solo verso il cielo. Il mio campo visivo sotto questo “requadrage” fotografico: la luce, il cielo azzurro inquadrato e riquadrato dalle linee architettoniche delle case. Il cielo è un labirinto.

Il vento soave e insidioso sempre presente. Colore di sabbia dappertutto e sabbia che s’insinua di soppiatto anche dentro le case, sotto i tappeti. Sabbia rossastra che si accumula negli angoli del cortile interno della casa Zitouni.

Il cielo è azzurro, alto, splendido ed io sto male. Sono in trappola, una trappola antica e raffinata, mi dibatto, non ho possibilità di fuga, devo accettare, mio malgrado, questi tempi morti, dilatati di ozio e questa condizione di eterna staticità.

Io vivo in funzione di lui, aspetto lui. Lui, la mia unica ragione di vita, senza di lui sono vuota, inesistente. Faccio fatica a riconoscere la mia spavalderia, la mia modernità di donna occidentale. Dov’è l’indipendenza? La mia indipendenza? Quella, è qualcosa che si può trovare intimamente in noi come acquisizione e lavoro cosciente di riflessione, ma qui perdo tutte le mie sicurezze, tutte le mie certezze e tutte le mie conquiste, sono in trappola e la trappola è soprattutto psichica.

Tutta questa cultura rimanda a tempi lontani, a un modo di comportarsi codificato. Il maschio qui ha un’esperienza millenaria alle spalle, che gli ha fatto acquisire un vero savoir faire su come tenere a bada il femminile, come esorcizzarlo e fiaccarlo, e io sono inesperta, ridotta all’impotenza, mi sento davvero una belva in gabbia che va avanti e indietro furiosa lungo quelle scale. Salgo sui tetti, percorro quei lunghi corridoi, quei vasti spazi interni delle case del Clan Zitouni, unite tra loro e chiuse alla strada. Tutti i maschi arabi lo hanno acquisito nel dna, tramandato nel latte materno, sono bravi a infilarti dentro la gabbia dorata e a svicolare, sparire quando meno te lo aspetti e gettar via la chiave.

E sola, panico e rabbia, sono disorientata, isolata, incompresa da loro, dai famigliari e vacilla la mia identità messa a dura prova. Dov’è la mia dignità? L’orgoglio mi punge straziandomi, “mi ha incastrata”, mi dico, “imprigionata, immobilizzata, parcheggiata”.

La rabbia vorrebbe spingermi a fare qualche azione estrema. Sono tentata, la devo inibire. So che non posso farlo, mi sento combattuta e paralizzata, disperata e frustrata. Ci sono frontiere, barriere invisibili. Alla fine lo devo ammettere: devo aspettare. Non ho i mezzi immediati per togliermi dalla trappola. Lui svolazza splendido tra dentro e fuori, ogni tanto si fa vedere e poi sparisce. Allora mi viene in mente quella volta, anni prima, fresca di matrimonio, al decimo piano della torre di Bon Voyage a Nizza.

Stessa modalità, altro contesto. Io comunque sempre isolata, martire sull’altare culturale del patriarcato, stupida eroina che va dietro al suo uomo per aiutarlo, quando invece dovrebbe solo aiutare se stessa. Ora capisco. Lo vedo bene il problema, non che noi non abbiamo, adesso il “patriarcato” mi si svela nella sua profonda struttura.

Noi donne per una falsa idea d’amore perdiamo noi stesse. Nessuno per almeno cinquemila anni ci ha detto come fare. Mi sento immolata anche sull’altare della storia a ripercorrere, forse con le mie sole forze, l’evoluzione della mia coscienza di donna contemporanea, intelligente e raffinata, ma con un’emozionalità in embrione, sottosviluppata, che trascina il trauma inconscio di millenni di violenza di genere. Disperazione lancinante che mi stringe il cuore. Il cuore si spezza e si spezza l’urlo straziante del non essere amata. Mai amata, sempre tradita, abbandonata. Lealtà ingannata, sola, violata nelle più profonde cavità dell’essere, straziata sull’altare dell’amore e dell’averci creduto. Piango.

Lui mente, ha mille sotterfugi, anche questi appresi attraverso una lunga pratica generazionale. Capisco che il problema sono io che casco preda di questa manipolazione e che anche svegliarsi è difficile, quando in realtà qualcuno lavora per confonderti e lasciarti nell’oblio. In una illusione di amore. Prigioniera di un intento.

Capisco infine il vuoto esistenziale, la deriva in cui si trovava la protagonista di un “Thè nel deserto” di Bertolucci, nella parte finale del film. Completamente passiva in balia degli eventi e di una cultura dove sei lasciata sola, non sei niente, sei preda. Senza un Clan alle spalle una donna qui è niente. Dovevo anch’io arrivare qui per capirlo. Arrivare nel deserto. Passiamo in macchina davanti a dei palazzi universitari, sullo sfondo le montagne stondate, brulle e lunghe, striate di vene sinusoidali ferrose e senza vegetazione. Il paesaggio è già desertico, sabbia marrone, giallo ocra e rossastra, mista a pietre.

Nelle zone pianeggianti crescono sparsi, spogli e bassi, arbusti color malva. Secco cibo per capre e cammelli. Il Campus universitario è vuoto perché gli studenti sono a casa, siamo ai primi giorni dell’anno, il 2014, è ancora festa. Le palazzine sono di due o tre piani, costruite con quello stile francese rapido, fatto di grandi blocchi in cemento armato. Le forme comunque sono quelle dell’architettura araba contemporanea. È poco prima del tramonto, mi vedo riflessa nel vetro del finestrino con il volto incorniciato dai grandi occhiali scuri comprati pochi giorni prima nel mercato della Qasba moderna della città di Gafsa.

Sono una donna di cinquantaquattro anni, magari ne dimostro meno, ma non è questo il punto. Lui ne ha quarantasette. Io sono la Eajuz, la vecchia, questo si sente sussurrare quando passiamo per le strade. L’informazione sulla mia età, carpitami nelle frequentazioni numerose in casa Zitouni tra caffè, thè con pinoli e pasticcini di pistacchio, si diffonde velocemente come bisbiglio di vento nella Qasba.

Lui mi aveva avvisato di non essere troppo veritiera e franca, non puoi esserlo qui. Ecco che aveva ragione, come un boomerang sono colpita dalla manipolazione della mia sincerità, perdo la mia sicurezza e tutte le mie certezze sessuali. Tutti i suoi amici si sposano con ragazze giovanissime.

Mi rendo conto di essere come in un film, lo specchio mi rimanda la mia faccia: capelli corti biondissimi, labbra rosse e occhiali neri. Cosa faccio qui tra questa gente, con questo marito, in mezzo a questa mentalità? Perdo la fierezza e la bellezza della mia età. Vacilla il mio mentale, il modo di vedermi. No, fermi! Non permetterò loro di entrare più di tanto. Perché è ovvio che non sono più una turista che può scivolare superficialmente su quel paesaggio.

Ora sono dentro il loro incantesimo. No, io sono là con loro, senza esserlo: non parlo la lingua, sono fuori. La famiglia è gentile perché faccio parte del Clan, anzi di come il Clan Zitouni sia stato bravo ad infilare all’interno del suo citoplasma la realtà occidentale. Mentre riguardo la mia immagine e, contemporaneamente, il paesaggio che scorre mi sento surreale, come se nemmeno fossi io la donna seduta sul sedile posteriore di questa macchina. Io che provo tutti questi sentimenti contrastanti, a cavallo tra due modi d’essere e di sentire: da una parte la consapevolezza dei miei diritti, del mio potenziale di persona libera con spiccato senso critico e, dall’altra, una parte di me che sente il fascino malefico dell’essere chiusa nell’harem.

Articolo pubblicato su ArtApp 16 | LA PRIGIONE

Chi è | Angela Galli

Capoliverese da generazioni. Una vita inquieta, da sempre caratterizzata da viaggi, spostamenti di residenza e ritorni a casa. Il tema di fondo del suo fare arte è dettato da un’attenzione agli aspetti psicologici più oscuri e profondi della psiche umana e della coscienza in genere e da una tensione verso la sperimentazione radicale. Si definisce cross over, salta tra vari generi espressivi, usa infatti pittura, fotografia, compositing ma anche materiali poveri per installazioni effimere, è scrittrice ed editrice.

#AngelaGalli #Dipendenza #Harem #prigionia

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