• Giuseppe Cicozzetti

Richard Avedon. Alla radice del mito


Il West americano fotografato nella sua essenza

Amon Carter Museum, Fort Worth, 1985

Dimenticate gli scenari di Adams, di Curtis, di O’Keeffe e di quanti ne hanno voluto mostrare la magnificenza: c’è un inganno in quelle grandi fotografie: la riscrittura di un epos, di una “terra promessa” che non attende altro che essere colonizzata, uno spazio utopistico che perde il suo passato per diventare un luogo di redenzione. Il West di Richard Avedon (1923-2004) è tutt’altra cosa: è carne e sangue; è storia umana; è vita. Ed è così distante dagli archetipi della rappresentazione che si imprimerà nell’immaginario di eserciti di fotografi. Il West di Avedon è un’isola di trame apparentemente decontestualizzata, è la sua estrazione ritrattistica: il West non appare, le praterie, le distese polverose, le strade di Frank, le montagne sono cancellate dietro una tenda bianca che occlude e concentra la nostra attenzione sui soggetti. Avedon mira all’essenza: se vedere è un atto biologico, osservare è un atto intellettuale e nelle 124 fotografie che compongono “In the American West” (pubblicato nel 1985) si agita un’immaginazione che lotta contro se stessa perché si liberi da ognuna delle distopie visive: il mito è minacciato dall’azione di un outsider ebreo newyorchese e poco titolato a narrare luoghi mai frequentati.

Avedon sul set

Ma Avedon racconta un West assai lontano dall’immaginario collettivo della “new frontier”, nemmeno sfiora quel mito, solo ne racconta un altro, fatto di uomini e donne evitando di creare una tipologia metodica nello stile di Sander, cercando solamente di identificare le persone che possano incarnare i valori di un’America rurale sconosciuta anche ai critici più esigenti. Eppure la natura ambigua della fotografia esce ancora allo scoperto. Lo stesso Avedon infatti ha riconosciuto che queste immagini, benché siamo portati a farlo, non devono essere considerate come un catalogo di persone ma il momento in cui un’emozione o un evento si trasformano in una fotografia che, a sua volta, smette di essere un fatto per diventare un’opinione. Dunque “In the American West” sarebbe uno statement in qualche misura politico? No, Avedon proviene dalla fotografia di moda ed è abituato più alla costruzione della realtà che non alla sua descrizione ma tuttavia è innegabile che “In the American West” raccolga e rivaluti la presenza, le voci e gli umori di una classe di lavoratori che pur sembrando esclusi dal grande sogno americano ne costituiscono l’ossatura silenziosa e dimenticata.

I ritratti di Avedon sono un’assunzione di realismo estremo e ostinato, lo dimostrano, per esempio, dati inconfutabilmente specifici quali datazione – quasi a sottolineare che il preciso momento dello scatto sia altamente importante – e l’onomastica dei soggetti che, questo è nelle intenzioni del fotografo, evapora il momentaneo anonimato. Queste informazioni extra, offerte all’osservazione come un bonus aggiuntivo, sono tipiche di un approccio realista, anzi, “clinico”, laddove per clinico si deve intendere la chiarezza visiva pronunciata e non ombreggiata e l’enfasi sui dati fisici. Eppure, al fondo, si agita una domanda: cosa viene rivelato in modo convincente in queste immagini? Non c’è dubbio che la maggior parte delle persone nell’atto di un ritratto vivano come una specie di inadeguatezza, un naturale disagio che proviene dalla “lettura” di una personalità sconosciuta a loro stessi; non ricevono aiuto dall’estraneo dietro la macchina fotografica e dunque non sanno perché dovrebbero fidarsi. Questa specie di strabismo indurisce le relazioni. Ma in un rapporto invece che sottende a una ri-valutazione dell’atto ritrattistico, dove la ri-valutazione ospita il desiderio di far valere la crudele chiarezza delle condizioni socio-economiche – le persone sono individuate in base alle loro circostanze e storie, non dai loro stati d’animo – allora il rapporto soggetto-fotografo si realizza nel completamento di una sintesi in cui sono chiari gli obiettivi.

© Richard Avedon Foundation

Ecco quindi che i protagonisti di “In the American West”, benché connotati fortemente dalle loro storie personali, ci appaiono pervasi da una docile arrendevolezza, segno della fondazione di una fiducia tra le parti; fiducia che si esprime nella stabilità e nel controllo progettuale, perché un conto è ritrarre celebrità di alto livello carezzandone l’ego, un altro è scarnificare la personalità di cameriere di “greasy spoon”, lavoratori giornalieri e addetti alla macellazione delle carni. E qui sta il genio sensibile e attento di Richard Avedon, nel mettere insieme in un rapporto di relazione quelle isole di trame, quelle individualità lacerate e trasformarle in un corpus organico e organizzato. “In the American West” rappresenta una pietra miliare nella fotografia ritrattistica, un lavoro fondamentale e penetrante, indispensabile, una svolta ipnotizzante esattamente come ognuno dei volti dei soggetti da cui, occorre dirlo, si fatica a staccare lo sguardo attardandosi a immaginare le loro storie.

Chi è | Giuseppe Cicozzetti

Geografo. Dopo una lunga esperienza editoriale si occupa di filosofia della fotografia. Su Scriptphotography scrive di cultura e divulgazione fotografica, prestando una particolare attenzione alle nuove tendenze della fotografia e ai loro interpreti.

Vive in Sicilia.

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